di Valentina Mallamaci* – Mercoledì 4 novembre, l’Associazione Italiana Editori con la sua testata, il Giornale della Libreria, ha presentato, come ogni anno in vista di BookCity Milano, il suo Osservatorio sui consumi culturali della città. Numeri senza dubbio significativi: nel 2025 nel solo Comune di Milano si è concentrato il 10,5% degli acquisti di libri del Paese, più di uno su dieci, e l’11,4% della spesa culturale nazionale, a fronte di una popolazione che pesa per il 2,3%. Gli eventi sono stati 37.900 in un anno, ben 104 al giorno senza contare il cinema; i prestiti delle biblioteche comunali hanno sfiorato il milione. E, aspetto ancor più rilevante, secondo l’AIE i consumi culturali si alimentano tra loro piuttosto che farsi concorrenza; perciò, chi va ad una mostra compra un libro o chi va a teatro torna in biblioteca.
Amo Milano, eventi come BookCity, il suo fermento, la rinascita che mi ha regalato qualche anno fa… nonostante tutto, sono tornata nella mia città perché quel radicato senso di appartenenza e di voler contribuire ad un cambiamento non mi ha mai lasciata e, leggendo questa news, inevitabilmente il pensiero va alla nostra Reggio. Non per invocare un confronto che sarebbe ingeneroso e, soprattutto, sbagliato; è ovvio che Reggio non sia Milano e non deve neppure diventarlo perché ogni luogo ha diritto alla propria identità e al proprio ritmo. Il punto, dunque, non è questo né la distanza tra i 104 eventi al giorno e i nostri; il punto è che a Reggio manca proprio il tema del fermento culturale.
Ma Reggio le piazze sa riempirle, per le sagre, qualche concerto, o l’inaugurazione di un ponticello celebrata come l’opera strategica del secolo. Nessuno snobismo verso il cibo soprattutto, anzi, in una terra che dovrebbe vivere delle proprie tradizioni agroalimentari, una sagra pensata bene, che racconti la storia del prodotto, chi lo coltiva, il paesaggio che lo genera, sarebbe essa stessa un atto culturale. Il problema è che quasi sempre resta una fila davanti a uno stand.
E purtroppo i giovani rimasti vivono di queste ubriacature temporanee. Alcuni convinti che sia il massimo a cui si possa aspirare; altri, peggio, rassegnati a godersi “almeno questo”. È qui che la piattezza culturale smette di essere una questione di gusto e diventa questione economica e demografica poiché una città che non offre stimoli non trattiene talenti, e una città che non trattiene talenti non produce stimoli.
Quotidianamente leggiamo numeri negativi sui flussi migratori dei giovani; è di qualche mese fa il report del Sole 24 Ore sulla popolazione da 18 a 35 anni che riportava il record negativo per la Calabria a -10,5% e, in particolare, -11,9% per Reggio. Anche l’ultimo rapporto Svimez “Freedom to move, right to stay” ha evidenziato i contrasti del Sud nell’ultima annualità che vede crescere contestualmente occupazione ed esodo: il PNRR ha sostenuto la crescita del PIL del Sud e grazie agli investimenti fatti supera quello del Nord ma ora servono scelte politiche in grado di dare continuità a questo trend, scelte che non possono non tenere in considerazione la valorizzazione dei giovani ed il rendere applicabile il “diritto a restare” in modo che partire possa essere una scelta, non una necessità.
Non ci sono misure dei consumi culturali di Reggio come l’AIE misura quelli di Milano e questo, già di per sé, è un dato, oltre che un limite. La Calabria occupa stabilmente il fondo delle graduatorie regionali Istat sulla lettura; i consumi culturali raccontano la stessa storia e persino il nostro asso nella manica gioca sotto ritmo perché abbiamo i Bronzi ma non una città che li racconti al mondo!
Eppure il potenziale non è solo un’ipotesi. Nel gennaio 2025 la giuria del Ministero della Cultura ha scelto Reggio tra le dieci finaliste per il titolo di Capitale italiana della Cultura 2027, su 17 candidature, con il dossier «Cuore del Mediterraneo». A febbraio la città ha sostenuto l’audizione finale a Roma e poi a marzo il titolo è andato a Pordenone. Insomma, siamo arrivati in area di rigore ma non abbiamo segnato.
Senza dubbio non per il patrimonio che abbiamo in abbondanza tra Bronzi, Stretto e Magna Grecia, ma probabilmente per la mancanza di una progettazione culturale condivisa con una regia stabile che sopravviva al dossier e alla scadenza del bando. Di fatti, un dossier si può scrivere in sei mesi; un ecosistema culturale si costruisce ogni giorno, anche quando nessuna giuria guarda e per costruirlo serve qualcuno che ne abbia la responsabilità.
Questo ‘qualcuno’ ancora oggi manca a Reggio Calabria, manca un assessorato o almeno una delega specifica per la cultura. Resta in capo al Sindaco, come era già accaduto con il predecessore, che dopo l’uscita delle due assessore al ramo l’aveva trattenuta per sé senza più riassegnarla. Due amministrazioni di colore opposto ma stessa discutibile scelta. Intanto restano in attesa il museo civico nell’ex monastero della Visitazione, il cantiere del cinema Orchidea, le colonne danneggiate di Opera, ecc. Il paradosso è che il programma elettorale della coalizione vincente indicava proprio la cultura come leva principale per le ambizioni turistiche e d’immagine della città. La delega al turismo, infatti, esiste. Ma il turismo senza cultura è come vendere la cornice senza il quadro.
È questa la città che vogliamo? Qual è la visione culturale e prospettica di Reggio? Come si pensa di invertire la rotta dalla piattezza dilagante, se ancora oggi la cultura non ha neppure un assessore?
Qualcuno obietterà che ci sono altre priorità (strade e rifiuti per citare le più gettonate), non capendo che la cultura è anche una “cura” trasversale. È il ragionamento che ci tiene fermi da sempre. I problemi di Reggio sono tanti, reali, e vanno affrontati ma asfaltare una strada o raccogliere la spazzatura è il minimo dovuto; le emergenze si risolvono, mentre in parallelo si costruisce altro per non ritrovarci tra cinque, dieci anni magari con strade perfette ma una città ancora più vuota.
Dunque, il primo passo sarebbe proprio l’istituzione dell’assessorato alla Cultura, preferibilmente con un budget dedicato ed una persona competente a guidarlo, che possa lavorare su un piano triennale con obiettivi misurabili, non su un calendario di eventi messo insieme a ridosso dell’estate o del Natale. Una delega trattenuta da un sindaco che ha mille altre priorità è praticamente una delega dormiente.
Per misurare i risultati, però, bisogna sapere da dove si parte. Come Milano ha l’osservatorio che ogni anno le dice quanto legge, quanto spende, quanti eventi produce, Reggio potrebbe costruirne uno con le Università del territorio, insieme ad un sistema bibliotecario integrato ed accessibile anche in orari serali, in modo da fornire alla città dei permanenti presidi civici di cultura. Si dovrebbero poi individuare dei luoghi inclusivi ed idonei ad ospitare eventi di diverso genere, spazi magari da affidare con appositi bandi in partenariati pubblico-privati o enti del terzo settore che possano vivere tutto l’anno e non solo la sera dell’inaugurazione.
Non si tratta di cancellare ciò che la città già ama, ma di strutturare il racconto del territorio; una filiera spiegata da chi la fa, la storia agroalimentare dello Stretto, un libro presentato tra uno stand e l’altro, un laboratorio per le scuole, un’alleanza stabile con il Museo Archeologico Nazionale perché i Bronzi diventino il motore di una programmazione cittadina e non solo la tappa obbligata di un turista di passaggio. Lo stesso spirito potrebbe animare un festival diffuso della lettura, una BookCity dello Stretto che porti autori e incontri nei quartieri, nelle scuole, nei lidi d’estate. Le circoscrizioni (sperando che anche queste diventino presto più operative) sarebbero l’infrastruttura naturale per sviluppare un piano del genere in modo da non lasciare nessuna area cittadina scoperta ed essere dei presidi stabili.
Infine, considerare i giovani non solo un pubblico da intrattenere, ma come produttori di cultura magari attraverso apposite call-to-action… è così che si dà una ragione per restare e a chi è partito una ragione per tornare!
Milano non ha 104 eventi al giorno solo perché è ricca. Li ha anche perché ha deciso che la cultura è un’infrastruttura, una vera e propria filiera produttiva. Ribadisco, per i più resistenti, Reggio non deve copiare Milano; deve soltanto smettere di confondere una fila con una comunità e un nastro tagliato con una visione.
Un’inaugurazione si esaurisce in uno o pochi giorni; una città dinamica e affamata di cultura si costruisce in diversi anni, perciò sarebbe il caso di cominciare.
Altrimenti resteremo con una domanda scomoda che pesa più di qualsiasi classifica: Reggio può davvero ritenersi una città metropolitana, o soltanto una cittadina vittima del suo provincialismo?
*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina
