di Alfredo Muscatello – Bisognerebbe comprendere l’uomo. Almeno provarci, prima di pretendere di governarlo. Una buona base sarebbe conoscere gli autori che hanno saputo toccare il fondo dell’animo umano, raggiungere quelle stanze in cui spesso non abbiamo il coraggio di entrare nemmeno quando sono le nostre. Invece…
De André, per esempio, la sua Canzone del maggio bisognerebbe saperla a memoria. Soprattutto quando si ha la responsabilità di rispondere a una piazza.
In questi giorni provo un dispiacere personale, quello di non avere vent’anni, non essere stato a Milano ieri, non essermi fermato sulle strade insieme agli autotrasportatori. Avrei voluto esserci, ascoltare, condividere da vicino il momento in cui una preoccupazione privata trova altre persone, diventa voce, prende spazio.
Le mie parole vogliono essere un abbraccio a chi è sceso in strada. Alla decisione di esporsi, di perdere una giornata di lavoro, di esserci con il proprio corpo quando sembra che la propria voce non arrivi più da nessuna parte.
So che nelle manifestazioni possono esserci violenze, responsabilità individuali, danni da accertare. Ma mi domando come possa una politica considerare esaurito il proprio compito dopo aver contato le vetrine rotte. Una vetrina va riparata. Una frattura sociale va compresa, e richiede una competenza che nessun preventivo può sostituire.
Chi governa ha il dovere di chiedersi perché quelle persone siano uscite di casa, quali risposte aspettino, da quanto tempo le aspettino. Deve saper distinguere le responsabilità di chi commette violenze dalle ragioni di una protesta. Altrimenti consegna a ogni gesto violento il potere di cancellare la voce di tutti gli altri, ed è pericoloso oltre che sbagliato.
Nel 1968, mentre Parigi si riempiva di piazze, Henri Lefebvre pubblicava Il diritto alla città. Sosteneva che la città non è un insieme di proprietà ma un’opera collettiva, e che chi la abita ha diritto di prendere parte alle decisioni che la trasformano. Distingueva il valore d’uso di uno spazio, cioè ciò che serve a chi ci vive, dal suo valore di scambio, cioè ciò che rende a chi lo possiede. Una piazza, un quartiere, una scuola, un trasporto pubblico vivono del primo. Quando prevale il secondo, la città si svuota di chi la abita e si riempie di chi la sfrutta, cazzo!
Non è un’idea importata da lontano. La nostra Costituzione l’aveva già scritta. L’articolo 42 riconosce la proprietà privata ma ne affida alla legge i limiti, perché ne sia assicurata la funzione sociale e sia accessibile a tutti. L’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale né a danno della sicurezza, della libertà, della dignità umana. L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la partecipazione di tutti alla vita del Paese. E l’articolo 17 protegge il diritto di riunirsi pacificamente. Il collettivo non è un’aggiunta tollerata al privato: è il criterio con cui il privato deve fare i conti.
È un pensiero che ci riguarda ancora. Abitare una città significa poter discutere ciò che diventa, quali opportunità offre, chi lascia ai margini. Significa avere voce sulle condizioni in cui si studia, si lavora, si cresce. Una democrazia dovrebbe trovare preziosa questa voce, anche quando è scomoda, arrabbiata, difficile da ascoltare.
Troppo spesso, invece, incontriamo governanti squalificati nel senso più letterale della parola: privi delle qualità e dello spessore necessari al compito. Commentano la protesta come spettatori, dimenticando di esserne gli interlocutori. Ma se glielo si deve spiegare, forse non dovrebbero stare lì.
È a loro che quelle persone stanno parlando. Anche quando il dialogo è confuso, anche quando la rabbia alza la voce. Chi ricopre un incarico pubblico ha assunto la responsabilità di ascoltare e rispondere. Quando si sottrae e chiede alle forze dell’ordine di gestire da sole il malcontento, trasforma un problema politico in uno scontro di strada. E rischia di lasciare spazio, dentro le istituzioni stesse, a chi intende la divisa come un potere da esercitare contro i cittadini e non al loro servizio… una concezione autoritaria che offende anche chi quella divisa la indossa per proteggerli.
Abbiamo bisogno di una politica che valuti le proprie scelte a partire dalla vita delle persone. Che chieda conto dei profitti quando crescono scaricando i costi sul lavoro, sull’ambiente, sul futuro degli altri. Che resista alla pressione delle lobby e degli interessi economici quando pretendono che il benessere collettivo sia una voce da tagliare. Un mondo possibile per tutti deve entrare nelle decisioni quotidiane, nei bilanci, nelle priorità, nei servizi, nelle opportunità che rendiamo accessibili.
E riguarda anche noi, la disponibilità a informarci, a prendere posizione, a riconoscere nel disagio altrui qualcosa che potrebbe chiamarci in causa.
Gaber l’ha detto in tre parole: «libertà è partecipazione». Io l’ho sempre intesa come uno scambio continuo, un dare e un avere che non si ferma mai. Così quelle parole le porterei in mezzo a questo discorso come si porta il pane a tavola la domenica. Si posa al centro, si spezza, si passa agli altri. Ognuno deve poterne avere.
Vorrei una politica capace almeno di questo gesto, fare posto, ascoltare, condividere la possibilità di decidere.
A chi governa e crede di potersi limitare a osservare la piazza, lascio allora le parole di De André: «Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti». O forse, i primi responsabili.
