“A volte bisogna rischiar, fare altre cose. Occorre rinunziare ad alcune garanzie perché sono anche delle condizioni” - Tiziano Terzani
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Sanità, Scaramuzzino: “Liste d’attesa fino al 2028, il diritto alla salute non può diventare una questione di reddito”

“C’è una cosa che in questi anni abbiamo imparato a fare molto bene: aspettare. Aspettare una visita, aspettare un esame, aspettare una telefonata, aspettare che arrivi il nostro turno. Forse ci siamo abituati così tanto che ormai non ci facciamo neppure più caso. Ci arrabbiamo, proviamo a prenotare, cerchiamo un’alternativa e, quando ci rendiamo conto che non c’è, ci rassegniamo.

Lo dico anche per esperienza personale, perché sono purtroppo un’utilizzatrice abituale del nostro servizio sanitario. In questi giorni mi sono trovata davanti a una data che, ancora adesso, faccio fatica a credere reale: aprile 2028. È la disponibilità che mi è stata indicata per una risonanza magnetica con mezzo di contrasto al Pugliese-Ciaccio di Catanzaro. Aprile 2028. Non è un errore di battitura. Sono quasi due anni.

Poi ho provato a guardare altrove e ho scoperto che, spostandomi fino a Reggio Calabria, una disponibilità poteva esserci già a settembre 2026. E allora ho pensato a quanto sia diventato normale, ormai, cercare la propria salute altrove. Cambiare città, attraversare la Calabria, organizzarsi con il lavoro, con la famiglia, con gli spostamenti, pur di riuscire ad ottenere una prestazione in un tempo che abbia ancora un senso.

Ricordo che nel 2019, almeno nella mia esperienza e nel territorio di riferimento, per una risonanza si poteva parlare di tempi nell’ordine di alcuni mesi. Non erano certamente tempi accettabili, ma oggi, ripensandoci, sembrano quasi un’altra epoca. Oggi siamo arrivati a parlare di anni. E la cosa che più mi preoccupa è che rischiamo di considerarlo normale.

Perché dietro una lista d’attesa non c’è soltanto un numero. C’è una persona che aspetta di sapere che cosa ha. C’è qualcuno che magari ha già paura e deve convivere con quella paura per mesi. C’è una donna che rimanda una visita perché non può permettersi di pagarla privatamente. C’è un figlio che deve prendere un giorno di ferie per accompagnare il proprio genitore dall’altra parte della regione. E c’è anche chi, semplicemente, rinuncia.

È questo il punto sul quale dovremmo fermarci a riflettere. Perché quando il servizio pubblico non riesce più a garantire tempi ragionevoli, il tempo diventa qualcosa che si può comprare. Chi può permetterselo va dal privato. Chi non può, aspetta. Formalmente il diritto alla salute continua ad essere garantito a tutti. Ma nella vita reale quel diritto rischia di diventare sempre più diverso a seconda delle possibilità economiche di ciascuno. Ed è qui che una questione apparentemente tecnica, come quella delle liste d’attesa, diventa una questione profondamente politica e sociale.

In questi anni abbiamo ascoltato molto la narrazione di una sanità calabrese che sta cambiando, che viene riorganizzata, che finalmente prova a superare le difficoltà del passato. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha dimostrato di essere un comunicatore molto abile e ha saputo costruire con efficacia questa narrazione. Non penso che sia utile negare ciò che è stato fatto, né penso che governare la sanità sia semplice. Sarebbe troppo facile e, soprattutto, poco serio. Ma credo che alla politica si debba chiedere una cosa altrettanto semplice: ascoltare anche ciò che i cittadini raccontano.

Perché una cosa è la sanità descritta nei provvedimenti, nei programmi e nelle conferenze stampa. Un’altra è quella che una persona incontra quando prova a prenotare una prestazione. E se quella persona si sente rispondere “aprile 2028”, abbiamo il dovere di interrogarci. Non per cercare necessariamente un colpevole da mettere alla gogna, ma per capire che cosa non sta funzionando e che cosa bisogna cambiare.

Perché è difficile parlare di una sanità che migliora quando, per una stessa prestazione e nello stesso territorio regionale, una persona può trovare una disponibilità nel 2026 e un’altra deve aspettare fino al 2028. Questo dovrebbe interessarci tutti, al di là degli schieramenti politici. E dovrebbe interessarci ancora di più quando parliamo di prevenzione.

Nel marzo del 2025, durante l’esame del DDL sulle prestazioni sanitarie, furono presentati emendamenti che prevedevano 6 milioni di euro l’anno per il triennio 2025-2027, 18 milioni complessivi, per rafforzare ed estendere lo screening mammografico alle fasce d’età 45-49 e 70-74 anni. La misura, sostenuta anche da esponenti della maggioranza, si è poi fermata davanti al parere negativo del MEF sulla copertura finanziaria individuata.

È importante essere precisi: non si può semplicemente dire che “il Governo ha tagliato 18 milioni”. Quei 18 milioni erano la dotazione prevista dagli emendamenti e la misura non è stata approvata per un problema relativo alla copertura. Ma proprio questa vicenda pone una domanda che, a mio avviso, resta tutta politica: quanto siamo disposti a investire nella prevenzione?

Perché una mammografia fatta in tempo può significare moltissimo. E la prevenzione dovrebbe essere una delle prime risposte alle difficoltà della sanità, non una voce sulla quale arrivare sempre dopo. Lo stesso vale per le liste d’attesa. Possiamo approvare nuovi piani, possiamo stanziare risorse, possiamo riorganizzare i servizi. Ma poi dobbiamo avere il coraggio di verificare se, nella vita quotidiana delle persone, qualcosa è realmente cambiato. È lì che si misura la qualità di una sanità pubblica.

Ed è qui che, da lametina, non posso non pormi un’altra domanda. Dov’è la politica del territorio?

Lo dico da cittadina e da persona che fa politica sul territorio, ma prima ancora da persona che crede che chi ricopre un ruolo istituzionale debba sentire il peso della responsabilità che gli è stato affidato.

In questi giorni ho ascoltato il sindaco di Lamezia Terme, Mario Murone, difendere l’azione del presidente Occhiuto e sottolineare i passi avanti che, a suo giudizio, si stanno compiendo nella sanità calabrese. È legittimo farlo. Un sindaco ha tutto il diritto di avere una posizione politica e di riconoscersi nell’azione di chi governa la Regione.

Ma proprio perché sono di Lamezia e perché conosco le difficoltà che tanti cittadini affrontano, vorrei porgli una domanda, senza polemica e senza bisogno di trasformarla nell’ennesimo scontro tra destra e sinistra. Quando un cittadino di Lamezia deve aspettare mesi o anni per una prestazione sanitaria, qual è il primo dovere di un sindaco?

Io credo sia quello di rappresentare quella persona. Di chiedere conto dei tempi. Di pretendere che il proprio territorio abbia ciò che gli serve. Di non accontentarsi delle rassicurazioni, quando la realtà raccontata dai cittadini è diversa.

Non gli chiederei di essere contro Occhiuto. Gli chiederei di essere, prima di tutto, dalla parte di Lamezia. Perché un sindaco non dovrebbe avere paura di chiedere di più alla propria Regione, neppure quando quella Regione è governata da una coalizione politica alla quale appartiene. Anzi, forse è proprio questo il senso di un’amministrazione locale: rappresentare il proprio territorio anche nei confronti di chi governa a un livello superiore.

E questo vale ancora di più in una regione come la Calabria, dove le differenze territoriali sono già profonde e dove il tema dell’autonomia differenziata rischia di rendere ancora più difficile colmare quelle distanze. Non vorrei che arrivassimo al punto in cui, oltre alla Calabria che conosciamo già, ci fossero tante diverse Calabrie anche nel diritto alla salute. Una persona che vive in un territorio più fortunato e una che, per curarsi, deve spostarsi, aspettare o pagare.

La sanità non dovrebbe essere una questione di fortuna, di reddito o di capacità di trovare una soluzione alternativa. E forse è proprio questo che dovremmo tornare a pretendere dalla politica: non soltanto grandi annunci, ma la capacità di misurarsi con la vita quotidiana delle persone.

Perché quando una persona riceve come risposta aprile 2028, non sta leggendo una statistica. Sta guardando il proprio calendario. E dentro quella data ci sono la preoccupazione, l’attesa, la possibilità di peggiorare, il dubbio, il bisogno di sapere. Ci sono quasi due anni di vita.

Io penso che dovremmo avere il coraggio di ripartire da qui. Non dalla propaganda. Non dalle appartenenze. Non dalla necessità di dimostrare che una parte politica ha ragione e l’altra torto. Ripartire da una domanda molto più semplice: che cosa accade a una persona quando ha bisogno di curarsi e il sistema pubblico le chiede di aspettare così a lungo?

La risposta a questa domanda dovrebbe interessare tutti: chi governa, chi amministra, chi fa opposizione.

Perché la salute non è una bandiera politica. È una cosa che, prima o poi, riguarda tutti noi.

E quando arriverà quel momento, nessuno dovrebbe sentirsi dire semplicemente di aspettare”.

Così, in una nota,  Rosamaria Scaramuzzino della segreteria Pd Lamezia.

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