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“Il cimitero dei cervelli”, flash mob dei precari del CNR di Rende: “Così si uccide la ricerca pubblica”

Un corteo funebre, decine di ricercatori “senza vita” distesi a terra e un grande striscione di denuncia. È l’immagine della protesta organizzata oggi all’Area della Ricerca del CNR di Rende dal movimento Precari Uniti del CNR, che ha trasformato il piazzale dell’ente in un simbolico “Cimitero dei Cervelli” per denunciare l’espulsione di centinaia di scienziati dal sistema pubblico. La performance ha colpito profondamente la comunità accademica e i passanti per la drammaticità delle immagini.
L’evento è iniziato con un corteo funebre avvolto in un silenzio surreale. I ricercatori hanno raggiunto lo spazio della mobilitazione trasportando decine di fantocci a grandezza naturale. I manichini indossavano i camici bianchi da laboratorio. Sul petto di ciascuno era spillata una drammatica carta d’identità: “Ricercatore Precario – Età XX – Anni di precariato: XX”, mentre al posto del volto campeggiavano scritte come “Suicidato dalla precarietà” o “Contratto scaduto, futuro estinto”.
Giunti al centro dello spazio antistante l’Area della Ricerca, i manifestanti hanno deposto i fantocci uno accanto all’altro, ricreando l’immagine di una vera e propria strage della conoscenza. Attorno ai corpi simulati sono stati sparsi gli oggetti del lavoro scientifico bruscamente interrotto nei laboratori del territorio: provette, faldoni di tesi e libri aperti, tutti simbolicamente macchiati con della vernice rossa a simboleggiare la perdita di competenze e di futuro per la ricerca pubblica italiana.
Il momento più toccante della performance è stato il presidio finale: mentre i fantocci giacevano a terra, i ricercatori in carne e ossa si sono disposti in cerchio attorno a loro. Voltando le spalle ai manichini, hanno impugnato cartelli con messaggi inequivocabili: “Questo non è un manichino, è il futuro che state uccidendo” e “La precarietà uccide la ricerca. Chi cura il vostro futuro?”. A fare da sfondo all’installazione, il grande striscione centrale: “Suicidio di Stato: la fine della ricerca pubblica”.
“Come Precari Uniti continuiamo a portare avanti la nostra lotta, per il nostro futuro e per quello dell’intero Paese”, spiega il movimento in una nota. “Questa installazione non rappresenta una provocazione, ma la fotografia di ciò che sta accadendo. Centinaia di ricercatrici e ricercatori formati con risorse pubbliche vengono espulsi dal sistema semplicemente perché terminano i finanziamenti straordinari e non vengono sostituiti da investimenti strutturali. Ogni contratto che scade rappresenta una competenza perduta, un laboratorio che si impoverisce, un progetto scientifico che si interrompe e un investimento pubblico che viene disperso. Questi ricercatori rappresentano la nuova generazione di scienziati italiani che il nostro Paese sta cacciando via: è il suicidio della ricerca italiana, con un danno incalcolabile per un territorio come quello calabrese”.
La precarietà al CNR riguarda una platea nazionale stimata in circa 4.000 lavoratori – pari a un terzo del personale complessivo – con un forte impatto numerico anche nelle sedi calabresi, dove molti professionisti hanno già il contratto scaduto. Come evidenziato negli scorsi mesi da numerose amministrazioni locali, questa condizione investe direttamente la capacità del sistema pubblico di garantire la continuità scientifica di progetti d’eccellenza, inclusi gli investimenti legati al PNRR.
Sul fronte delle stabilizzazioni, la recente applicazione parziale dell’articolo 20 del D.Lgs. 75/2017 ha consentito l’assunzione a tempo indeterminato di appena 185 lavoratori sui 691 aventi diritto a livello nazionale: poco più di uno su quattro. Tutti gli altri restano esclusi dal percorso di stabilizzazione. Molti di loro hanno alle spalle anni di attività, aggravati dall’esca occupazionale del PNRR, e oggi si ritrovano nuovamente nell’incertezza, con il rischio concreto di dover lasciare la Calabria per spostarsi definitivamente all’estero.
Il movimento Precari Uniti del CNR chiede una risposta emergenziale per la stabilizzazione del personale già presente e idoneo, nonché un’adeguata programmazione strutturale che impedisca il riprodursi del precariato nel principale ente pubblico di ricerca del Paese, privilegiando forme contrattuali stabili che garantiscano diritti, tutele e continuità scientifica.

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