“Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po' di attenzione, a distinguerla dal volto” - Alexandre Dumas - “I tre moschettieri”
HomeCalabriaStress e burnout nella scuola, CNDDU: "Il problema non è misurare la...

Stress e burnout nella scuola, CNDDU: “Il problema non è misurare la resistenza dei docenti, ma la sostenibilità dell’organizzazione”

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare con maggiore rigore il rapporto tra motivazione professionale, stress lavoro-correlato e burnout. Termini spesso sovrapposti nel dibattito pubblico, ma che descrivono fenomeni differenti e richiedono, pertanto, strumenti di analisi e prevenzione altrettanto distinti.
I risultati TALIS 2024 dell’OCSE, pubblicati per l’Italia nel marzo 2026 e riferiti agli insegnanti della scuola secondaria di primo grado, restituiscono un quadro particolarmente significativo. Il 96% dei docenti dichiara una soddisfazione complessiva per il proprio lavoro, rispetto all’89% della media OCSE; contemporaneamente, il 56% considera l’eccessivo carico amministrativo una fonte rilevante di stress, mentre il 48% segnala il peso delle attività di correzione e un’analoga percentuale quello associato alle preoccupazioni di genitori e tutori. La quota di insegnanti che riferisce livelli molto elevati di stress, pur attestandosi al 10% rispetto al 19% della media OCSE, è aumentata di quattro punti percentuali tra il 2018 e il 2024.
La coesistenza di elevata soddisfazione e pressione professionale suggerisce una lettura più complessa della semplice “demotivazione”. È possibile conservare un forte investimento nel significato del proprio lavoro e, nello stesso tempo, sperimentare uno squilibrio crescente tra richieste professionali e risorse disponibili. TALIS rileva percezioni dichiarate e non misura la prevalenza del burnout, ma consente di identificare alcune aree organizzative sulle quali appare necessario approfondire l’analisi.
Anche sul burnout occorre precisione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo colloca nell’ICD-11 tra i fenomeni occupazionali associati a stress cronico sul lavoro non adeguatamente gestito. Esaurimento delle energie, progressivo distanziamento psicologico dall’attività professionale e riduzione della percezione di efficacia assumono una particolare rilevanza nell’insegnamento, dove la prestazione implica un impiego continuativo di risorse cognitive, emotive e relazionali. Per questa ragione il problema non può essere ricondotto alla maggiore o minore capacità individuale di resistere alla pressione.
Il quadro normativo già consente un approccio più avanzato. Il D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 comprende lo stress lavoro-correlato nella valutazione dei rischi, mentre il CCNL Istruzione e Ricerca 2022-2024 contempla il benessere organizzativo e l’individuazione di misure di prevenzione dello stress lavoro-correlato e dei fenomeni di burnout. A ciò si aggiungono la metodologia sviluppata dall’INAIL, le esperienze territoriali già realizzate nel settore scolastico e il nuovo quadro delineato dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031.
Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza assoluta di strumenti, quanto la loro frammentazione e la necessità di una maggiore contestualizzazione rispetto alle caratteristiche della scuola. Una valutazione realmente informativa dovrebbe riuscire a distinguere la fisiologica complessità dell’insegnamento dai fattori organizzativi modificabili che possono generare sovraccarico persistente.
Esiste inoltre una dimensione socioeconomica che non può essere separata dal problema. TALIS rileva che soltanto il 14% degli insegnanti italiani considera la propria professione valorizzata dalla società e che il 23% si dichiara soddisfatto della retribuzione, rispetto al 39% della media OCSE. Tali indicatori non misurano il burnout, ma contribuiscono a descrivere il rapporto tra responsabilità professionale, riconoscimento e condizioni di lavoro. Un’organizzazione che consuma nel tempo competenze qualificate produce, inoltre, costi indiretti in termini di continuità, efficacia e conservazione del capitale professionale.
Alla luce di questo quadro, il CNDDU ritiene poco utile moltiplicare osservatori o introdurre nuovi adempimenti. Propone invece al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, di valutare, d’intesa con le amministrazioni competenti e con il supporto scientifico dell’INAIL, la definizione di un modello metodologico nazionale specificamente contestualizzato al settore scolastico per l’analisi dello stress lavoro-correlato e dei fattori di rischio psicosociale.
L’obiettivo dovrebbe essere integrare gli strumenti già disponibili con indicatori maggiormente aderenti alla struttura del lavoro docente, rendendo comparabili le valutazioni e consentendo di osservare nel tempo l’efficacia degli interventi. Non si tratterebbe di costruire profili psicologici degli insegnanti, ma di leggere l’organizzazione: distribuzione e prevedibilità dei carichi, frammentazione delle attività, autonomia professionale, qualità delle relazioni organizzative e capacità del sistema di sostenere le richieste con risorse adeguate.
In questo percorso potrebbe trovare una collocazione più concreta anche la Carta del benessere docente già proposta dal CNDDU, non come ulteriore documento da compilare, ma come contributo alla definizione di una cultura organizzativa della prevenzione fondata su evidenze e valutazione dei risultati.
La prospettiva, quindi, dovrebbe cambiare. Non misurare quanto a lungo un docente riesca a sopportare condizioni critiche, ma quanto quelle condizioni siano prevenibili e modificabili. È su questa capacità di trasformare dati, obblighi normativi e conoscenza scientifica in interventi verificabili che può essere valutata una moderna politica di prevenzione del burnout nella scuola.

Articoli Correlati