La fotografia delle aree italiane considerate ad alta incidenza mafiosa torna al centro del dibattito istituzionale. A sollevare la questione sono le componenti laiche del Consiglio Superiore della Magistratura Claudia Eccher e Isabella Bertolini, che chiedono una revisione dei criteri utilizzati per individuare le sedi giudiziarie maggiormente esposte alla criminalità organizzata.
Secondo quanto stabilito dalla delibera del plenum dell’11 giugno 2026, rientrano attualmente tra le Procure collocate in territori ad alta densità mafiosa soltanto quelle di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno.
Le due esponenti del Csm ritengono però che tale perimetrazione non rispecchi più pienamente l’evoluzione del fenomeno criminale sul territorio nazionale e hanno quindi avanzato una richiesta formale di intervento.
“Per poter contrastare efficacemente il fenomeno mafioso, il primo passo è saperlo riconoscere. Serve una lettura aggiornata e aderente alla realtà. La delibera del plenum dell’11 giugno 2026 ha individuato come situate in zone ad alta densità mafiosa soltanto le Procure della Repubblica di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. Abbiamo chiesto l’apertura di una pratica in Quinta Commissione finalizzata alla revoca in autotutela della delibera e a una nuova valutazione dei criteri adottati, affinché la fotografia del fenomeno mafioso sia più completa e aderente alla realtà del Paese”, dichiarano Eccher e Bertolini.
Le due componenti laiche sottolineano inoltre come la criminalità organizzata non sia più riconducibile esclusivamente alle aree storicamente considerate epicentro delle mafie, ma presenti oggi caratteristiche più diffuse e complesse.
“La criminalità organizzata oggi non è più un fenomeno confinato esclusivamente alle aree di tradizionale insediamento delle mafie. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una presenza sempre più articolata anche nel Nord Italia: non cogliere questa evoluzione rappresenterebbe un pericoloso passo indietro nella comprensione del fenomeno criminale e una sottovalutazione del grande lavoro svolto sui territori da magistrati, forze dell’ordine, istituzioni, avvocati e associazioni”, aggiungono.
