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Pressioni su Emanuele Mancuso per non farlo collaborare: il pg chiede tre condanne per i familiari

Nuovo passaggio in Corte d’Appello per il procedimento scaturito da un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sulle presunte intimidazioni esercitate nei confronti del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, con l’obiettivo di convincerlo ad abbandonare il percorso di collaborazione con gli inquirenti.

Nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore Raffaella Sforza ha avanzato tre richieste di condanna. La pena più elevata, pari a 5 anni e 2 mesi di reclusione, è stata invocata nei confronti di Giuseppe Mancuso, fratello del collaboratore, chiamato a rispondere dell’accusa di detenzione illegale di armi con l’aggravante del metodo mafioso.

Per Pantaleone Mancuso e Giovanna Del Vecchio, genitori di Emanuele Mancuso, la pubblica accusa ha invece chiesto due anni di carcere ciascuno. I due erano già stati condannati in primo giudizio a un anno e quattro mesi, ma quella decisione è stata successivamente annullata dalla Corte di Cassazione con rinvio, determinando un nuovo esame del processo.

Emanuele Mancuso, rappresentato dall’avvocato Antonia Nicolini, si è costituito parte civile proprio contro il padre e la madre, ritenuti responsabili di aver esercitato pressioni tali da indurlo, in una prima fase, a interrompere la collaborazione con la magistratura iniziata il 18 giugno 2018 e a lasciare il programma di protezione il 20 maggio 2019.

In seguito, però, Mancuso ha deciso di riprendere il percorso di collaborazione con gli investigatori, diventando il primo pentito proveniente direttamente dalla famiglia Mancuso, storico casato criminale considerato tra i più influenti della ‘ndrangheta nel Vibonese e nell’intera Calabria.

La Corte d’Appello ha fissato al 30 ottobre la data in cui sarà pronunciata la sentenza.

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