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Qui si fa la Reggina o si muore

di Paolo Ficara – Reggio Calabria ha bisogno della Reggina. Lo scriviamo da mesi: è fondamentale arrivare ai nastri di partenza della stagione 2024/25, con la nostra effigie calcistica regolarmente iscritta ad un qualsiasi campionato. Dopo un anno che, ormai è opinione diffusa, sarebbe stato meglio utilizzare come sabbatico.

Se questa nostra forte speranza non dovesse malauguratamente tramutarsi in realtà, sarebbe la fine del calcio a Reggio. E costituirebbe un’ulteriore botta tremenda per una città a cui la Reggina porta introiti. Più in alto si trova come categoria, e più indotto garantisce. Per non parlare di una generazione di tifosi che, senza la Reggina nel calcio che conta entro i prossimi tre anni, non si appassionerebbero e magari, in qualche caso, potrebbero preferire seguirsi qualche big della Serie A. Andando a spendere soldi per vedersi una partita a San Siro piuttosto che all’Olimpico.

Ma un paio di aspetti ci rendono fiduciosi.

Il primo, è la consapevolezza di come il sindaco Giuseppe Falcomatà abbia inquadrato il problema. Il secondo, è dettato da un senso di appartenenza che si sta scuotendo dopo gli ultimi periodi di confusione. Ossia, la passione dei tifosi. Percepiamo una piazza compatta. Una piazza che desidera ardentemente ritrovare la propria Reggina. E vogliosa di mettersi alle spalle, una volta per tutte, le tonnellate di veleni che vanno avanti fin dalla mancata iscrizione della Reggina Calcio nel 2015.

Siamo convinti che se dovesse avvenire una sorta di miracolo sportivo, a prescindere dalla categoria, possa essere la volta buona per abbracciarci di nuovo tutti. E magari, dalla settimana successiva, riprendere a discutere. Ma stavolta, di argomenti un po’ più classici: se l’allenatore azzecca le sostituzioni, o se il modulo è troppo sbilanciato. Sogniamo il giorno in cui ci saremo resi conto, tutti quanti, di come le fazioni abbiano rotto il giocattolo ancor più di chi lo ha manovrato.

Un paio di mesi ed avremo le risposte. A cominciare dal centro sportivo Sant’Agata. Innegabile che se esiste un singolo soggetto o una società che parteciperà al bando per la struttura di via delle Industrie, vorrà fare calcio come Reggina. Altresì, se la Città Metropolitana ha emanato un bando anti-avventurieri, con concessione di minimo 6 anni e lavori strutturali da effettuare all’interno, si attenderà almeno un concorrente solido.

Per quanto riguarda il marchio, da un lato ci dispiace essere ripetitivi. Dall’altro, non possiamo non riproporre il nostro punto di vista di fronte ad un proliferare di aberrazioni. In attesa che la curatela fallimentare della Reggina stabilisca tempistica e criteri per la vendita dei beni materiali ed immateriali, i requisiti di base dovranno sicuramente essere due: amore per la città e risorse. Chi non possiede nessuno dei due, è tagliato fuori in partenza.

Se ne facciano una ragione i ballarinali, ossia gli strenui sostenitori di Little Tony Dancer. I quali si stanno prodigando come non mai, nel quasi commovente – se non risultasse ridicolo – tentativo di proteggere l’investimento settembrino del loro idolo. Un suggerimento alla tifoseria: nelle prossime settimane sentirete o leggerete in continuazione le pinocchiate sulla terza categoria, o sulla fusione con non si sa chi. Fatevi una risata. Pazientate un paio di mesi. E, nel dubbio, pensate che se la Reggina fosse finanche costretta a ripartire dalla terza categoria con una nuova affiliazione, arriverebbe in Serie C prima della Fake Amaranto.

Come Dispaccio ci impegniamo, da ora in poi, ad avanzare meno pronostici possibile su chi si potrebbe aggiudicare il marchio o il Sant’Agata. Anzi, probabilmente non ne formuleremo affatto. Abbiamo già capito il giochetto: se dovessimo scrivere che Bill Gates vuole la Reggina – quella vera, diffidando dalle imitazioni –  gli amanti della mediocrità tirerebbero fuori anche la sua fedina penale. Come forma di ricatto, qualora osasse creare la Reggina senza passare dal titolo sportivo altrui. Qui si parteggia esclusivamente per la Reggina e per la soluzione migliore possibile, affinché la si ritrovi in campo. Ben diverso è riportare dichiarazioni di chi intenderà uscire allo scoperto, se le riterremo opportune anziché fuorvianti.

A tal proposito, ci viene difficile trovare aggettivi per chi si atteggia a principe ereditario di uno scettro che non gli appartiene, non gli è mai appartenuto se non in affitto, e mai gli apparterrà. Forse non soddisfatto delle difese d’ufficio da parte dei ballarinali di cui sopra, c’è chi si illude di potersi auto-attribuire gratis l’identità a colpi di comunicati. Gente che si era fatta soffiare il marchio da Antonio Girella. Gente che aveva messo quattro inutili lettere davanti alla parola Reggina. Gente che, oltre al campo da allenamento, si faceva prestare dal Gallico-Catona anche il detersivo per lavare le magliette. Dal Gallico-Catona.

Gente che può argomentare di identità e progettualità, come Rocco Siffredi può parlare di castità. Gente che se tramutasse in oro la metà del proprio bagaglio di boria, incompetenza e supponenza, potenzialmente potrebbe acquistare il Manchester United.

A Reggio Calabria, la statua dedicata a Giuseppe Garibaldi confina con la via intitolata a Nino Bixio. Facciamo nostro, per un giorno, lo sprone dello storico condottiero. Adattando il suo “Qui si fa l’Italia o si muore” alla nostra Reggina. Un paio di mesi per capire chi – e come – ci libererà dal giogo. A tutti i tifosi amaranto gli auguri di una buona Pasqua, che sia di resurrezione. Vi suggeriamo un ripasso con i due seguenti articoli, linkati in basso.

Leggi anche: Reggina, la norma che impone la ripartenza dalla terza categoria… non esiste

Reggina, questione marchio: l’esempio del Chievo ed i paletti anti-impostori per la denominazione

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