Entrerà nel vivo entro il 7 luglio il nuovo capitolo giudiziario della vicenda che vede coinvolta Rosa Vespa, condannata in primo grado a cinque anni e quattro mesi di carcere per il rapimento della neonata Sofia, avvenuto il 21 gennaio 2025 nella clinica privata “Sacro Cuore” di Cosenza.
L’avvocato Pietro Nicotera è al lavoro per depositare l’atto di appello con cui intende contestare alcuni aspetti centrali della sentenza pronunciata al termine del rito abbreviato. Tra i punti principali della strategia difensiva vi è la valutazione delle condizioni psichiche dell’imputata al momento dei fatti.
Secondo il legale, infatti, le conclusioni della perizia disposta dal tribunale, che aveva riconosciuto a Vespa la piena capacità di intendere e di volere, non terrebbero adeguatamente conto delle criticità emerse dalla consulenza tecnica di parte. La difesa sostiene che la donna attraversasse una fase caratterizzata da rilevanti problematiche psicologiche e fisiche e per questo chiederà ai giudici di secondo grado una nuova perizia specialistica. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento di un vizio parziale di mente che potrebbe incidere sulla determinazione della pena.
Nel ricorso sarà inoltre contestata la severità della condanna per il reato di sequestro di persona. Secondo la difesa, la pena applicata si colloca in una fascia particolarmente elevata rispetto ai limiti previsti dalla legge, nonostante la riduzione riconosciuta per la scelta del rito abbreviato.
Parallelamente all’impugnazione della sentenza, verrà avanzata anche una richiesta di revoca della misura cautelare tuttora in corso. Rosa Vespa ha già trascorso oltre un anno in stato di detenzione e, secondo quanto riferito dal suo difensore, sta seguendo un percorso terapeutico che le avrebbe consentito di maturare piena coscienza delle conseguenze del proprio comportamento.
Il legale evidenzia inoltre come la donna continui a essere bersaglio di attacchi personali. A suo dire, Vespa riceve ancora oggi minacce e insulti attraverso i social network e tramite messaggi privati. Per questo, conclude la difesa, la donna avrebbe diritto a un percorso di recupero personale e alla possibilità di vedere “riabilitata la propria immagine” dopo quanto accaduto.
