“Mentre non si ferma la narrazione secondo cui, con lo smantellamento della tendopoli di San Ferdinando, si apre finalmente una stagione di accoglienza nuova e dignitosa, è sufficiente leggere il regolamento approvato per la gestione delle palazzine di Contrada Serricella per accorgersi che la realtà racconta tutt’altra storia.
Il documento promette un sistema di accoglienza «non fondato su logiche securitarie e di isolamento sociale», ma subito dopo prevede recinzione e videosorveglianza perimetrale, registrazione di ogni ingresso e ogni uscita, anche se ripetuti nella stessa giornata, accesso inibito dalle 23 alle 5 salvo deroga preventiva della direzione, ispezioni all’interno degli alloggi, riunioni e visite subordinate ad autorizzazione e persino l’allontanamento disposto dal Sindaco con comunicazione alla Questura.
Eppure stiamo parlando di persone con regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che pagano un contributo per l’alloggio e che, in molti casi, rientrerebbero tranquillamente nei parametri per poter richiedere un alloggio popolare. Per questo è difficile non chiedersi se quello che viene presentato come un nuovo modello abitativo non assomigli, in realtà, molto più a un regolamento da centro di accoglienza che a quello destinato a lavoratori che vivono e lavorano sul territorio, contribuendo largamente alla sostenibilità della filiera agrumicola.
Anche sul fronte economico, vale la pena ricordare le risorse che, negli anni, sono state impiegate per affrontare questa situazione. Negli ultimi nove anni, dalla realizzazione di questa tendopoli fino al suo recente smantellamento, sono transitati almeno 5,4 milioni di euro, che superano i 7 milioni se si considerano anche i moduli abitativi di Taurianova, con 3,6 milioni destinati al recente sgombero e alla cosiddetta fattoria solidale. A queste somme si aggiungono risorse difficili da quantificare, investite dal 2010 a oggi dopo i fatti di Rosarno. Di fronte a tutto questo, lasciare ancora senza una risposta adeguata chi tiene in piedi l’agricoltura di questo territorio è un esito che nessuno può seriamente presentare come un successo.
In queste settimane abbiamo ricevuto diverse telefonate di lavoratori braccianti oggi impegnati nella raccolta in altre regioni e che nei prossimi mesi torneranno qui per la stagione degli agrumi. La loro preoccupazione è molto concreta e si riassume in una domanda: dove dormiremo? Sono lavoratori che torneranno nella Piana perché qui c’è il lavoro che li aspetta, ma per i quali, ancora una volta, non sembra esserci una risposta abitativa adeguata.
A preoccupare è anche il modo in cui le istituzioni continuano a gestire il confronto su questi temi. Anche gli spazi istituzionali che dovrebbero favorire il dialogo e la costruzione di percorsi condivisi rischiano di ridursi a momenti di comunicazione unidirezionale di decisioni già assunte, senza un reale coinvolgimento delle realtà associative, umanitarie e sindacali che in questi anni hanno lavorato nella Piana di Gioia Tauro, accumulando esperienze e competenze che potrebbero essere messe a disposizione di un percorso realmente partecipato. Il fatto che il Patto Territoriale continui a non essere riconosciuto come interlocutore, pur rappresentando una rete di realtà che da anni si occupano concretamente di questi problemi, è parte dello stesso problema.
Il Patto Territoriale torna dunque a rilanciare la proposta di un Pronto Soccorso abitativo che coinvolga i Comuni della Piana di Gioia Tauro, molti dei quali interessati da un progressivo spopolamento, per affrontare le situazioni di vulnerabilità che certamente si riproporranno a breve e di garantire una risposta concreta a chi torna nella Piana per lavorare.
Non ci interessa gettare fango su nessuno, né negare le difficoltà che accompagnano la gestione di una situazione complessa. Ci interessa, piuttosto, partire da un criterio semplice: nessuna delle regole contenute in quel regolamento verrebbe imposta a un assegnatario italiano di una casa popolare a Rosarno o a San Ferdinando.
Se vogliamo davvero superare razzismo e ghettizzazione, dobbiamo smettere di guardare a queste persone soltanto come a gente da assistere e controllare e cominciare a riconoscerle per quello che sono: lavoratori che hanno diritto a vivere dignitosamente nei territori in cui lavorano”.
E’ quanto si legge in un comunicato stampa di Patto Territoriale.
