di Alfredo Muscatello – C’è una scena che mi è rimasta addosso.
Una sala piena, una sequenza di interventi, ma soprattutto una cosa semplice, donne che parlano del loro lavoro. Non del loro ruolo, non del loro titolo. Del loro lavoro.
L’evento era organizzato da AIDIA io ero lì per documentarlo e sul palco si sono alternate storie che non avevano bisogno di essere raccontate bene per risultare credibili.
Un’ingegnera aerospaziale di 88 anni, con una lucidità che metteva in discussione chiunque fosse lì ad ascoltare. Una progettista coinvolta nello studio di Zaha Hadid per il Museo del Mare di Reggio Calabria. Altre professioniste che hanno costruito davvero, ricerca, spazio, visione, territorio.
In quella sala la politica c’era. Ma non era sul palco. Era seduta e a guardarla bene, spesso sembrava fuori posto. Non per cattiveria. Per distanza, tra chi costruisce e chi racconta di farlo.
E allora la domanda diventa inevitabile, siamo sicuri di sapere ancora cosa dovrebbe essere la politica? Perché il rischio, oggi, non è tanto quello che abbiamo vissuto.
Il rischio è quello che sta per arrivare.
A Reggio Calabria abbiamo già conosciuto una stagione politica che, agli occhi di molti, soprattutto di chi ne ha beneficiato direttamente, è stata raccontata come un “modello” vincente. Ma quel modello, nella realtà, ha lasciato una città con ferite profonde, buchi di bilancio enormi, un sistema di favoritismi diffuso, una crescita bloccata e una reputazione nazionale tra le più fragili nel panorama dei governi comunali italiani.
Quello che è venuto dopo non è stato perfetto ma è stato necessario.
Dieci anni per rimettere in piedi i conti. Dieci anni per riportare la città dentro un presente minimo, dignitoso, possibile. Non ancora capace di guardare davvero al futuro, forse.
Ma almeno uscita da una narrazione tossica.
Ed è proprio qui che si gioca tutto.
Perché la prossima politica, quella che arriverà, avrà una responsabilità enorme, non ricadere nell’illusione.
Non tornare a vendere ciò che non può mantenere.
Non scambiare diritti per favori.
Non confondere consenso con costruzione.
Perché la politica non è un luogo nobiliare.
È un servizio e la misura è semplice, un politico dovrebbe sentirsi più vicino a chi pulisce una strada che a chi si affaccia da un balcone.
Il problema è che troppo spesso accade il contrario.
Si arriva nei luoghi della cultura, della ricerca, del lavoro vero e si resta in superficie.
Si ascolta poco. Si parla molto. Si distribuiscono complimenti leggeri, parole vuote, promesse pesanti.
E intanto si alimenta un equivoco pericoloso, quello di una politica che “concede” lavoro, opportunità, diritti.
Ma quando un diritto diventa una concessione, la politica ha già fallito. Perché un diritto non si chiede, si esercita, e quando un cittadino si abitua a chiederlo come favore, ha già rinunciato, perdendo qualcosa.
Qualche giorno fa, in quella sala, è successo il contrario.
Ho visto persone che non chiedevano spazio, lo costruivano.
Che non aspettavano legittimazione, la esercitavano.
Che non cercavano politica, la rendevano necessaria.
Per quel che mi riguarda, raccontare questa città, fotografarla, attraversarla, interpretarla, non è un gesto tecnico, non è un lavoro automatico.
È un atto di responsabilità.

Nasce da uno sguardo che digerisce quello che vede, che si sporca, che si prende il tempo di capire. Perché senza quello, non c’è racconto. C’è solo superficie.
Ci siamo abituati a tutto.
Al brutto che ci circonda, fino a non vederlo più.
E al bello che abbiamo, fino a non riconoscerlo più.
Ed è in questa doppia assuefazione che la città si ferma.
Non quando manca qualcosa ma quando smettiamo di accorgercene e forse è proprio da qui che bisogna ripartire.
Non da una nuova promessa ma da una nuova attenzione.
Perché questa città non ha bisogno di essere raccontata meglio, ha bisogno di essere guardata meglio e guardare meglio significa assumersi una responsabilità, non semplificare, non compiacere, non mentire.
Io, nel mio piccolo, è questo che so fare.
Guardare.
Attraversare.
Restituire.
Senza chiedere il permesso alla politica e senza doverle somigliare.
Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che la politica dovrebbe arrivare dopo.
Dopo le idee.
Dopo il lavoro.
Dopo le persone.
Se arriva prima, di solito, è già un problema.
