L’aumento degli episodi di violenza giovanile che stanno segnando anche il nostro territorio non è un’emergenza improvvisa, ma il risultato di una scelta precisa: togliere ai comportamenti ogni conseguenza reale. Quando un sistema educativo e giuridico rinuncia a chiedere responsabilità, genera impunità. E quando l’impunità diventa normalità, la violenza diventa metodo. È su questo cortocircuito che oggi si misura il fallimento dello Stato e della società adulta.
IL DIBATTITO RIAPERTO DAL CASO SVEDESE E DALLE TENSIONI CRESCENTI
A intervenire è la pedagogista Teresa Pia Renzo, che inserisce l’aumento di episodi violenti che coinvolgono minori – sempre più frequenti anche nel nostro contesto territoriale – dentro un quadro più ampio, riacceso a livello europeo dalla scelta della Svezia di abbassare l’età della responsabilità penale da 15 a 13 anni. Una decisione che riporta al centro una domanda che in Italia continua a essere elusa: chi risponde davvero dei comportamenti gravi messi in atto dai minori?
L’ASSENZA DI RESPONSABILITÀ COME MESSAGGIO EDUCATIVO DISTORTO
Secondo la pedagogista che da oltre venti anni si occupa della crescita sin dall’età dell’infanzia, il messaggio che oggi passa ai ragazzi è chiaro e pericoloso: si può agire senza temere conseguenze. In Italia il minore non risponde penalmente e, nella maggior parte dei casi, non risponde nessuno. Questo vuoto normativo ed educativo diventa un incentivo implicito alla trasgressione e alla violenza.
IL DISAGIO SOCIALE NON PUÒ ESSERE L’ALIBI UNIVERSALE
Non solo. Attribuire ogni atto violento al disagio sociale – aggiunge – è una scorciatoia che deresponsabilizza tutti. Il disagio esiste quando lo Stato promette integrazione e poi non offre strumenti, regole e prospettive. Ma non può diventare la giustificazione automatica per comportamenti estremi messi in atto da ragazzi pienamente inseriti nei contesti scolastici e sociali.
LA RESPONSABILITÀ EDUCATIVA? DEVE TORNARE A CHI CRESCE I FIGLI
Se un minore non può rispondere penalmente, la responsabilità quindi deve ricadere in modo chiaro su chi ne è garante. È la famiglia – dice la professionista – che ne deve rispondere. Non come punizione, ma come assunzione di ruolo educativo. Un genitore che difende a prescindere, che nega l’errore, che trasforma il figlio in un intoccabile, contribuisce a costruire adulti senza limiti.
IL DIALOGO SENZA CONSEGUENZE NON EDUCA, LEGITTIMA
Il dialogo, così, diventa uno strumento educativo opportuno, anzi obbligatorio soprattutto se accompagnato da confini certi. Spiegare, richiamare, educare è necessario. Ma senza conseguenze, il dialogo diventa un rumore di fondo che perde valore formativo e smette di incidere sui comportamenti.
SICUREZZA A SCUOLA TRA PREVENZIONE E FALLIMENTO EDUCATIVO
Strumenti come i metal detector possono avere un valore preventivo immediato, ma rappresentano soprattutto l’ammissione di un fallimento più profondo: educativo, familiare e legislativo. Quando la sicurezza viene affidata alla tecnologia – precisa ancora la pedagogista – significa che la responsabilità educativa è già venuta meno.
SERVE UNA SVOLTA NORMATIVA CHE RIPRISTINI IL PRINCIPIO DI CONSEGUENZA
I modelli europei dimostrano che regole chiare e responsabilità definite funzionano da deterrente. Non per criminalizzare i minori, ma per ricostruire una cultura della responsabilità che oggi appare dissolta. Senza questo passaggio – sottolinea – ogni intervento resterà emergenziale e inefficace.
EDUCARE SIGNIFICA RESTITUIRE IL SENSO DEL LIMITE
La responsabilità – ricorda Teresa Pia Renzo – non nasce a 18 anni ma si costruisce nel tempo, attraverso regole, coerenza e conseguenze. Senza limiti non c’è educazione, senza responsabilità non c’è convivenza. Continuare a negarlo significa accettare che la violenza – conclude – diventi parte strutturale del nostro presente.
