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Sport e consapevolezza: non è lo stadio a generare violenza, sono gli adulti a legittimarla. Pedagogista Renzo: “Senza esempio non esiste educazione”

Se un genitore perde il controllo sugli spalti, non sta difendendo suo figlio: sta insegnandogli che la rabbia è la risposta. È lì che nasce il problema. Non nella partita, non nell’agonismo, ma nell’esempio. Perché un bambino osserva, interiorizza e replica. E se vede che un adulto reagisce con aggressività, imparerà che quello è il modo giusto di stare al mondo. Senza adulti capaci di gestire le emozioni, nessun contesto – nemmeno lo sport – può essere educativo

 

I FATTI DI PAESE CAMPANELLO D’ALLARME DELLA GENERAZIONE EDUCATIVA

A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo che interviene alla luce dell’ennesimo episodio di violenza avvenuto sugli spalti, a Paese, nel Trevigiano, durante una partita di calcio a 5 tra Futsal Postioma e Union Ezzelina: una lite tra genitori degenerata in aggressione fisica ha provocato la caduta di un uomo di 80 anni dalle gradinate. Un fatto – dice – che riporta al centro del dibattito non lo sport in sé, ma la fragilità del modello educativo adulto.

 

IL TIFO DEVE ESSERE UN MOMENTO DI SOCIALITÀ COLLETTIVA COSTRUTTIVO

Ed è proprio qui che si inserisce il paradosso evidenziato dalla pedagogista. Solo pochi giorni fa- racconta – insieme ai bambini e alle famiglie del Polo Infanzia Magnolia, abbiamo partecipato sugli spalti ad una partita allo stadio Stefano Rizzo di Rossano, vivendo un’esperienza diametralmente opposta: un pomeriggio sereno, condiviso, fatto di rispetto, gioco e partecipazione. Lo stadio – sottolinea – può e deve essere un luogo di educazione. Noi lo abbiamo dimostrato con le famiglie insieme ai bambini presenti in un clima disteso e di partecipazione sana. Si può stare bene, si può tifare, si può vivere lo sport senza degenerare. Quello che manca non è la possibilità, ma la cultura.

 

LA CULTURA DELLO SPORT NON È PRATICA, È COMPORTAMENTO

Il punto non è la disciplina sportiva, ma il modo in cui viene vissuta. Lo sport – aggiunge – è uno strumento educativo straordinario, ma solo se accompagnato da una cultura del rispetto. Non basta partecipare, bisogna sapere come stare in un contesto, riconoscere i ruoli, accettare le decisioni e comprendere che il confronto non è uno scontro.

 

FRUSTRAZIONE NON GESTITA, MODELLO EDUCATIVO ALTERATO

E la gestione emotiva diventa uno dei nodi centrali attorno al quale si scatena la passione, il tifo, ma se non correttamente convogliato spesso diventa violenza. Quando un adulto non accetta una decisione o una sconfitta, sta manifestando una frustrazione che si trasforma in aggressività. E quella aggressività diventa insegnamento. E non c’è nulla di più deleterio per un bambino che non ascolta solo le parole ma copia i comportamenti.

 

I FIGLI NON SONO IL LUOGO DELLE AMBIZIONI IRRISOLTE

Un altro elemento critico riguarda il rapporto tra genitori e figli nello sport. Molto spesso i bambini diventano il prolungamento delle aspettative degli adulti. Si caricano di tensioni che non appartengono a loro. E quando falliscono, non fallisce solo il bambino: crolla l’adulto che si era proiettato in lui. Ecco perché un genitore – sottolinea ancora la pedagogista da oltre vent’anni impegnata nella formazione della prima infanzia – non può sostituirsi all’arbitro, né trasformare una partita in uno spazio di sfogo personale. Se salta il rispetto dei ruoli, salta l’educazione. E senza educazione, lo sport perde completamente il suo valore.

 

RENZO: EDUCARE SIGNIFICA INSEGNARE ANCHE A PERDERE

Accettare una sconfitta è parte della crescita. Se un bambino non impara a perdere – conclude Teresa Pia Renzo – non imparerà mai a stare nella realtà. E una società che non sa gestire la frustrazione è una società destinata a esplodere.

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