“Si è sempre responsabili di quello che non si è saputo evitare” - Jean-Paul Sartre
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Il tempo dell’innocenza in Saverio Strati: un approfondimento su Tibi e Tàscia

di Alessia Tripodo – Capire come introdurre il lettore a quest’opera è stato un vero dilemma. Leggendo Tibi e Tàscia, terza opera di Saverio Strati pubblicata nel 1959, si ha da subito l’impressione di cadere in un mondo doppio. È pur vero che lo sguardo del narratore segue i passi svelti dei due ragazzini protagonisti, ed è vero che tutte le tracce iniziali del libro ci riportano alla vita dei “bambini di paese”, ma il lavoro che Strati compie è di esaltazione delle tristi difficoltà della vita dei più umili.

Siamo in un paesino nella provincia di Reggio Calabria, nel dicembre del 1935. L’Italia fascista affronta quel cambiamento di strutture tipico della guerra e tutto, in quegli anni, pare in fermento. Eccetto la vita di paese, attaccata solidamente a una sua propria quotidianità, a un ordine interno, quasi vorticoso. I volti a cui Strati farà riferimento qui e in altri suoi celebri scritti sono volti umili, uomini e donne di terra, persone lontane ai cambiamenti di qualunque sorta.

Ma anche questo non basta per capire la difficoltà emotiva che si incontra leggendo un’opera tanto fresca e tanto franca come questa scritta da Strati. Sì, perché sebbene molti delle nuove generazioni non abbiano vissuto i contesti narrati – e forse non li immaginano nemmeno -, persiste qualche strano legame in questa vita di paese, umile e a volte anacronistica, che ci fa avvicinare a certi paesi dimenticati con maggiore tenacia. O forse è il ricordo che persiste: tramandato da generazioni affrancate da figli e nipoti plurilaureati, partiti e non tornati, oppure tornati ma da “stranieri”. Ciò che rende così difficile presentare ad oggi quest’opera è l’ombra di un’intera generazione – quella dei nostri nonni – che non abbiamo saputo portare con noi. Strati non è un favolista (anche se nella sua grande produzione compaiono anche queste), è uno scrittore raro, specialmente ai giorni nostri: parla di cose che conosce, di cose che gli sono familiari. E infatti, nato e cresciuto a Sant’Agata del Bianco, non ha bisogno di fronzoli e parole complicate per farci rivivere il contesto che ha ben conosciuto nell’infanzia.

Gli spazi della narrazione sono stretti tanto più larga diviene la conoscenza della persona: al punto che i bambini rimangono stupefatti nel comprendere che dietro le creste aspromontane si cieli il mare, e che solcato il mare ci siano altri popoli, altre vite. Casa, piazza e fontana: sono i punti di snodo dell’intera storia. I tre luoghi dove la vita in paese si anima, ad eccezione dei campi e degli uliveti di Don Carmine (signore del paese) che rimangono sullo sfondo. Lì vi lavorano la maggior parte degli adulti, lì un giorno troveranno di che campare i loro figli. Dalle primissime righe conosciamo Tàscia (Teresa Vettore), astuta bambina di circa 10 anni, e la sua famiglia composta da babbo Gianni, mamma Rosa e i due fratelli: Rocco, il maggiore, e Ciccio di pochi anni. Il carattere di Tàscia a volte fa sorridere, a volte mette in imbarazzo: è assoluta protagonista delle prime due parti del libro con la sua sfrontatezza infantile e una vitalità selvaggia che non tiene conto dei moniti dei genitori. Tutta la famiglia, infatti, lavora nei campi di Don Carmine e seguono una routine fissa. Dalla sveglia all’alba fino al rincasare la sera, il lavoro di 10-12 ore è scandito dal ritmo naturale del sole. Tàscia, che per il suo carattere ribelle rifiuta di andare a scuola, è dunque incaricata dalla famiglia di badare alla casa e di prendersi cura del fratellino Ciccio. Ma ciò non basta per distrarla dalla strada e dai giochi che da sola o con i suoi compagni può inventarsi. Persino con il pargoletto in braccio corre da una parte all’altra senza sosta: un ciuffo di capelli spettinato e le tasche ricolme di nocciole. L’intera vicenda, infatti, si sviluppa nel periodo natalizio; periodo in cui era molto famoso un gioco simile alle biglie. Tàscia è una vera maestra, sa muoversi, sa conquistare terreno, fino a possedere una piccola ricchezza. Le prime due parti del romanzo ci portano in un mondo composto da piccoli elementi e quasi sempre ripetitivi: i giochi, il focolare e le lunghe passeggiate fino alla fonte per far rifornimento di acqua, con il bomboletto rigorosamente portato in testa, alla maniera dei grandi.

Per chi è abituato a una narrazione dall’alto dei contesti meridionali, Tàscia appare subito come un personaggio stravagante. L’immagine della donna-sottomessa o della padrona del focolare lascia posto a un’audacia infantile e rude. La bambina vive ancora in un’età dove le differenze tra uomini e donne non sono accentuate, dove per quanto la scuola fascista o le stesse famiglie provino a frenare, indirizzare, comprimere, bambini e bambine possono sentirsi liberi di pensarsi come voci alla pari, creando una sottostruttura sociale del tutto privata. La piazza diviene dunque simulacro dei giochi infantili, ma anche mimesi della vita degli adulti che i bambini imparano a conoscere osservando.

È proprio in piazza che Tàscia si scontra con Tibi (Tiberio Fideli), inizialmente nemico e poi compagno di giochi, in una tenera amicizia di società che prende vita nel gioco delle nocciole. Tibi ha un carattere ben diverso da quello dei suoi amici. Trasognato e assente, sente su di sé il peso delle tante cose che non conosce e di una vita che non ha scelto. Anche mamma Mariangela è raccoglitrice di olive per i signori del paese, con la differenza ch’ella vive il peso della vedovanza che, in certi contesti più che in altri, punge più della miseria. Tibi sente un profondo trasporto per la madre: ancor più della gratitudine, in un ambiente dove le immagini dei Santi sono solo immagini e Dio sembra essersi dimenticato dei suoi figli, la madre che ritorna in una casa buia e polverosa dopo un giorno di fatiche appare rischiararsi nell’immaginario infantile come una Madonna tangibile. A differenza della sua amica, però, Tibi sente fin da subito la ristrettezza di quei luoghi e sogna la vita di città: Reggio e Roma sono visioni lontane e fiabesche, luoghi dove i ritmi sociali vengono scardinati a partire dalla luce elettrica (“è sempre giorno nelle città”) fino all’acqua, bene che può trovarsi in ogni singola casa. A stento i desideri del bambino si interrompono con le necessità quotidiane. Egli vorrebbe studiare, a differenza di Tàscia, e frequenta fino alla terza elementare. Poi la madre non riesce più a pagargli la tessera del fascio richiesta dalla scuola, così il maestro gli vieta di frequentare le lezioni.

Istruzione e conoscenza viaggiano su un potente piano di riscatto in Saverio Strati, seguendo le sue stesse memorie biografiche. Strati, infatti, figlio di muratore, fin da piccolo viene iniziato al lavoro del padre (“come un Re passa la corona”, dirà un giorno). E le piccole letture che compie bastano a indirizzarlo a un mondo nuovo, più sconfinato. È grazie all’aiuto di uno zio che riesce a finire gli studi da privatista, per poi iscriversi all’Università di Messina.

Non si può dunque non pensare che Strati traccia il profilo psicologico di Tibi utilizzando parte del suo bagaglio personale, con una delicatezza che rende vicini e conosciuti i due protagonisti.

 

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI

Il mondo dell’infanzia proposto da Strati, tuttavia, non dimentica i grandi temi narrativi e sociali del Mezzogiorno. Le voci infantili esaltano, nella loro innocenza, i contrasti vissuti dalla povera gente. Stretta tra i morsi della fame, neanche la religione sembra trovare una sua sensatezza. Così il libro è pieno di riferimenti e monologhi nei quali ci si domanda quale sorte, il Dio dei cristiani, abbia riservato a schiere di persone che hanno avuto solo la colpa di nascere nel luogo sbagliato. Sebbene, infatti, Strati non utilizzi la sua storia per inoltrarsi in dottrine religiose, la lontananza del credo popolare si coglie facilmente tra i dialoghi sconsolati dei contadini:

«Farai il tuo dovere» gli disse la madre. «Però, se avrai di queste sane e buone intenzioni, Dio ti farà morire. Su questa terra i buoni non vivono molto a lungo; mentre quelli che dovranno assai soffrire, o quelli che faranno del male agli altri, si stancano, tanto a lungo vivono»

E ancora di più, dalla riverenza che il prete di paese ha verso i signori e le tante domande-senza-risposta che Tibi pone a sé e agli altri, possiamo vedere una critica semmai realistica delle condizioni abbandonate della povera gente e dell’opulenza dei pochi: chierici compresi. Il Gesù bambino della natività ha sembianze umane, non solo data l’iconoclastia tipica del periodo natalizio, ma anche perché i riferimenti del mondo di paese sono concreti, visibili. Nell’immaginario infantile, dunque, Dio è carne e sangue, vive in qualche posto vicino al sole e può essere “comprato” anche dai signori ricchi. La vera divinità, nel romanzo, è la possibilità di scegliere: possibilità data solo ai pochissimi che posseggono terre e titoli, a quelli che hanno acqua per lavarsi e appaiono “belli come Dio” o semplicemente hanno scarpe che facciano sentire il rumore dei passi.

Che non si cada, però, in un tranello di semplificazioni. È vero che il classismo è fortemente sviluppato, ma Strati vuole riscrivere un sottotesto che dipana l’immobilismo sociale: e ciò è dato dalla lettura. Infatti, soprattutto con Tibi scopriamo che non c’è ricchezza che tenga una mente aperta al mondo:

«Se Dio mi dicesse: “Ti do due cose da scegliere: tutte le ricchezze che vorrai e l’intelligenza di saper molte cose e di poter scrivere e poter studiare a tua volontà. Tu che scegli?” Io gli direi che vorrei saper scrivere e poter studiare…»

 

FARE POLITICA CON L’ESTETICA

Gli scrittori del Sud vivono una particolare condizione artistica. A differenza di molti altri che possono parlare all’universale, accade quasi sempre che il neorealismo del Mezzogiorno debba far riferimento a topos narrativi rigidi. È certo una legge non scritta, ma se si prendono in esempio autori che hanno raggiunto una certa fama anche al di fuori della terra natìa – come Alvaro, come Strati – si comprende come lo stigma del Sud è perfettamente incorporato nella narrativa. Come se fosse difficile immaginare un buon romanzo, ambientato in Calabria, che non tratti di criminalità, povertà, miseria. Ed è ancor più pronunciata questa idea se si conviene che molti dei grandi autori hanno fatto conoscere i loro scritti da esuli, una volta partiti dalle loro terre.

Ciò avviene perché paesi come la Calabria appaiono difficili da trasmettere e quanto una cosa è più difficile, tanto più si ricorre alle semplificazioni. Ciò vale per gli stessi cittadini che, schiacciati dal peso del “si dice”, sono ammansiti a pensarsi nelle caratteristiche attribuite. Sicuramente Tibi e Tàscia è un esempio di ciò e del peso che, nolente o volente, uno scrittore assume quando parla della sua gente. In ogni caso, Strati non è un autore ingenuo e, anzi, proprio l’immediatezza della stesura ci offre un mondo di aspirazioni e aspettative. Si sa che nella scrittura contano più i non detti che le parole scritte, e il grande autore Reggino sa dosare gli spazi e i vuoti, nonostante questo (come scrive Goffredo Fofi nella prefazione dell’edizione Rubbettino, 2019) sia un romanzo “fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità”.

L’assoluta verità dei bambini, sì, che giocano a fare gli adulti, li imitano con fare scanzonato e con il loro sguardo sul mondo gettano nuove interpretazioni su usi e costumi altrimenti immobili. Così Tàscia può pensare a una vita in città, sola e indipendente, e allo stesso tempo imitare le premure materne con una bambola di pezza cucita. E Tibi può fantasticare con la mamma di pianeti lontani, pur ricordandosi di accendere il focolare. I personaggi che Strati ci presenta non sono soggetti a giudizi impassibili, si riscopre in tutti una tenerezza, una vitalità, che rende impossibile al lettore fare una lista dei buoni e dei cattivi. Sebbene per gran parte del romanzo lo sguardo si sofferma sulle vicende dei più umili, alla fine vengono presentati anche i signori. Se all’inizio impariamo a guardare con sospetto queste classi avvantaggiate, scopriamo poi le loro storie, la loro umanità. In questo semplice gioco di ruoli, Strati scardina quella lotta di classi che parrebbe il male dei mali in Calabria. I signori, nei loro agi, ci vengono presentati come raggiungibili, umani anch’essi. Limitati e teneri; specialmente le donne che non rimangono mai sullo sfondo ma acquistano un potere dovuto. Anche gli uomini si spogliano delle rigidità richieste dai costumi, così Gianni coccola e ammira la sfrontatezza della figlia – donna Tàscia, come la chiama scherzosamente – e diviene ponte tra i nuovi modelli genitoriali. Dove anche nelle famiglie spezzate dalle fatiche è concessa la tenerezza, la speranza, lo scherno. Soprattutto in quelle famiglie. Riscopriamo lentamente che la quotidianità è composta da tanti piccoli momenti, a volte dimenticabili, se non fosse per una penna attenta e delicata. Scopriamo il calore delle feste, della famiglia che si può permettere pasta e carne, dei giochi, dei canti e delle farse carnevalesche. Farse che servono più del pane per dare senso alla vita di paese, cosicché anche il contadino può scoprirsi poeta.

Non mancano, però, i tumulti interiori che animano i personaggi, paurosi di cambiare vita, nonostante sia il desiderio di molti. Da una parte ci si arrende all’idea che il mondo sia fatto in un certo modo, dall’altra si vive in una difficile tensione sociale dove pochi – fortunati – riescono a trarsi fuori. Ammirazione e certo invidia, riconoscenza e vergogna, lo spiraglio dei sentimenti offerti da Saverio Strati è sempre doppio, sempre in bilico, appunto, tra una vita sognata e una vita conosciuta.

In fine, non può mancare una sottile critica al fascismo che l’autore offre privandosi di ogni sfrontatezza possibile: come nell’intero romanzo, niente è scritto con giudizio assoluto piuttosto sono è la stessa vita di paese a fornirci gli elementi di rottura con quell’epoca. La guerra in Abissinia rimane sullo sfondo del giudizio dei paesani: il potere dei Roma è cosa lontana e assente, e non riesce a creare dibattito nella vita di chi pensa solo a portare il pane sulla tavola. Nemmeno la propaganda fascista delle scuole riesce ad ammaliare bambini e bambine, che vivono chiusi nel loro mondo. Solo Tibi offre uno dei monologhi più belli dell’intero libro, con occhi carichi di domande, scoperti a un cielo terso e rischiarato. Due pagine di punti interrogativi obbligatori, non solo per chi il fascismo e la povertà, la guerra e l’immobilismo li ha vissuti, ma anche per quelli che – come noi – li vivono solo nei libri di storia. Perché Dio permette che si uccidano i neri? Perché Mussolini ch’era povero come noi, è diventato potente e noi siamo dimenticati? E Dio che pensa di Mussolini?  E Dio che pensa di noi? Sono ingenuità da bambino, forse, che tuttavia pesano come l’oro.

A chi la terra ha regalato poco, solo la speranza può donare molto. Se, però, si ha il coraggio di rimanere un po’ bambini.

 

L’AUTORE

Saverio Strati nasce il 16 agosto 1924 a Sant’Agata del Bianco, paese aspromontano della provincia di Reggio Calabria. Dopo il conseguimento della licenza elementare, dovette interrompere gli studi, iniziando a lavorare con il padre come muratore. Continuò, tuttavia, a sviluppare una passione per la scrittura. Dopo la guerra, grazie all’aiuto di uno zio degli Stati Uniti, riuscì a prendere lezioni private alcuni professori del Liceo Galluppi di Catanzaro. Finiti gli studi, si iscrisse all’Università di Messina, prima al corso di Medicina – per volontà dei genitori – per poi seguire la sua passione per le Lettere. È nel periodo universitario che pubblica i suoi primi racconti, primo tra tutti La Marchesina, edito nel ’53. Durante lo stesso anno si trasferisce a Firenze, città nella quale deciderà di vivere a lungo.  Nel 1958 sposò Hildegard Fleig, una ragazza svizzera conosciuta a Firenze, e si trasferì in Svizzera dove visse fino al 1964, componendo i romanzi Mani Vuote e Il Nodo. In questo periodo la sua formazione artistica acquisisce popolarità con la scrittura di Noi Lazzaroni (Premio Napoli) e con il conosciutissimo Il selvaggio di Santa Venere, che nel 1977 vale la vittoria del Premio Campiello. Si trasferisce nuovamente in Toscana, precisamente a Scandicci, dove il 9 aprile 2014 decede. Sfortunatamente, gli ultimi anni della vita di Strati furono tormentati, che viveva oramai in condizioni di indigenza. Nel 2009 il Quotidiano della Calabria promosse una richiesta per far ottenere allo scrittore i benefici della Legge Bacchelli, concessi poi dal Consiglio dei ministri del 17 dicembre 2009, alla luce degli speciali meriti artistici riconosciuti.

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