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La città spazzatura

di Claudio Cordova – C’erano una volta trasmissioni bollate come “tv spazzatura”, che, però, almeno erano divertenti. Non come quelle di oggi. Da “L’Istruttoria” di Giuliano Ferrara (ricordate la lite tra Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino?) a “Il processo di Biscardi” (con la celeberrima Super Moviola) o, ancora, “Ciao Darwin” (e la sua fierezza nell’ostentare culi e turpiloqui). Poi ci sono le città spazzatura, come Reggio Calabria. Ma quelle di divertente non hanno proprio nulla. Anzi, sono avvilenti.

Spazzatura non solo per lo stato in cui versa, con diverse zone, soprattutto fuori dal centro, sommerse dai rifiuti. Ma, soprattutto, per il livello politico, amministrativo, culturale, civico che esprime. Il pasticcio che emerge sul bando dei rifiuti, che ha incassato una dura pronuncia della giustizia amministrativa, racchiude tutto questo.

Sotto il profilo politico e amministrativo mostra una maggioranza incapace di predisporre i più elementari procedimenti burocratici. E tutto questo, evidentemente, non può che riverberarsi sulla qualità del servizio fornito. Anche a voler essere generosi, il servizio di raccolta differenziata a Reggio Calabria “funziona” in maniera decente non oltre il centro storico, dove si riesce a mantenere (e nemmeno ovunque) una parvenza di ordine. Ma basta spostarsi leggermente per vedere cumuli e cumuli di rifiuti. Questo, ovviamente, perché con un bando sub iudice da circa un anno ormai, è impossibile programmare un’azione incisiva che possa consentire alla ditta aggiudicataria (la Teknoservice) una progettualità, non solo tecnica e logistica, ma anche ideale per rendere il servizio degno di una città metropolitana.

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D’altro canto, una maggioranza – in qualsiasi parte del mondo – può permettersi di essere inadeguata solo se dall’altra parte ha un’opposizione politica e culturale peggiore di lei. Altrimenti la logica di pesi e contrappesi costringe a mantenere standard decorosi di governo. E invece, ogni volta che si legge un intervento o una presa di posizione da parte dell’opposizione in consiglio comunale o della parte politica avversa alla incapace truppa di centrosinistra, c’è da mettersi le mani nei capelli. E pensare che, davvero, il sindaco sospeso Giuseppe Falcomatà (e tutto il codazzo subentrato dopo la condanna di primo grado nel processo “Miramare”) abbiano potuto e possano continuare a perpetrare i propri disastri solo e soltanto per l’assenza di una alternativa che incarni i basilari principi di dignità politica e culturale.

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Ma c’è l’ultimo aspetto da analizzare. Quello, probabilmente, più inquietante. Quello civico.

Perché se la città è in condizioni vomitevoli questo è sì colpa di chi la amministra. Ma allo stesso modo anche del suo (pseudo) tessuto culturale, che mai riesce a fare arginare allo squallore e la mediocrità. Perché i sacchi di spazzatura nei luoghi dove una volta si trovavano i cassonetti o, peggio, nelle piazzole d’emergenza dell’autostrada non si posizionano da soli. E la verità, allora, è una: al netto dell’insipienza politica e amministrativa, Reggio Calabria non è pronta ad atti di civiltà come la raccolta differenziata. Non lo è perché non è scolarizzata. Non lo è perché manca dell’abc del vivere comune, perché non possiede, al proprio interno, la forza morale per porsi a baluardo dello squallore. Stiamo parlando di spazzatura, ma queste stesse parole potrebbero essere utilizzate se si parla di offerta culturale, basti pensare alla pochezza con cui è stato celebrato un evento che poteva e doveva avere una caratura mondiale come il cinquantennale del ritrovamento dei Bronzi di Riace. Se si parla di impegno civico contro il malaffare, con il ceto medio, quello dei professionisti, che è, da sempre, il ventre molle della società. Se si pensa a cosa la città (non) fa per sollecitare la risoluzione di problemi drammatici quali quelli dell’isolamento logistico, aeroportuale e ferroviario.

Reggio Calabria è una città spazzatura. Non solo perché ne è sommersa a causa della inadeguatezza dei governanti. La spazzatura (fisica) crea degrado e squallore, territoriali, urbanistici e, quindi, sociali. E il dramma è che la città ama degrado e squallore. Come i telespettatori amavano la tv spazzatura di un tempo. Ma, almeno quella era divertente.

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