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Perché la Locride non merita di essere Capitale italiana della Cultura

di Claudio Cordova – Se fosse un riconoscimento alla storia, a un passato glorioso, celebrato da poeti e cantori, allora non ci sarebbe partita. Pochi luoghi in Italia – forse solo Roma – hanno la storia millenaria che può avere la Locride, culla della Magna Graecia, patria di personalità che ancora oggi si studiano sui libri di testo. Ma diventare Capitale italiana della Cultura non è un “premio alla carriera”. O, almeno, non è solo qualcosa che celebra una storia fulgida. E, allora, al netto dei campanilismi, davvero pensiamo che la Locride meriti di diventare Capitale italiana della Cultura 2025?

Bisogna separare cosa si spera e cosa si ritiene sia giusto e meritato. Tutti, compreso chi scrive e questa Testata sperano che la Locride possa vincere la propria candidatura, nelle ultime ore sostenuta anche dalla Regione, a Capitale italiana della Cultura 2025. Ma questo non significa che, razionalmente e in coscienza, si debba pensare che un simile riconoscimento possa essere meritato per quello che ha espresso negli ultimi anni e che esprime oggi quel territorio.

Le ultime capitali italiane della cultura, negli ultimi anni, sono state, in ordine sparso, città come Lecce, Perugia, Siena, Palermo, Procida. Città non solo con una tradizione artistica indiscussa, si pensi a Perugia o Siena, con beni architettonici capaci di fondere diverse culture (e il riferimento è a Palermo) o dalle bellezze paesaggistiche di Procida. Ma luoghi che funzionano, che negli anni recenti hanno saputo esprimere e valorizzare la bellezza. Già perché chi crede nella Cultura, con la C maiuscola, sa che è bellezza allo stato puro, che è estasi. Lecce, per esempio, è una città meravigliosa.

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A fronte di tutto questo, cosa è stata capace di esprimere a negli ultimi anni la Locride? Quale merito ha avuto, a livello nazionale (stiamo parlando di diventare “Capitale”), per proiettare la Calabria nella dimensione che la sua storia, le sue bellezze, le sue peculiarità meriterebbero? Nessuno – e lo ripetiamo, nessuno – pensa e vuole sostenere che la Locride sia SOLO ‘ndrangheta. Ma nessuno – e, anche in questo caso, nessuno – può negare che la Locride sia ANCHE ‘ndrangheta. E che purtroppo, negli ultimi anni, abbia fatto più parlare di sé per la faida di San Luca, per la strage di Duisburg, per i baciamano ai latitanti, che non per la cultura magnogreca o per la tradizione artistica e folklorica della Calabria.

E se è innegabile che, soprattutto per il mainstream nazionale, sia più facile parlare della Calabria e della Locride come roccaforti della ‘ndrangheta, è altrettanto innegabile che le Istituzioni e la società abbiano fatto ben poco per bilanciare questa fama negativa che, purtroppo, però, affonda le proprie radici su qualcosa che esiste, drammaticamente. E che frena, anzi, cancella, non solo lo sviluppo, ma anche quella stessa Cultura di cui oggi la Locride vorrebbe essere capitale italiana.

Cultura e sviluppo vanno di pari passo. Basta leggere poche righe di Pier Paolo Pasolini per capirlo e per convincersene.

E, invece, quali sono le attività culturali che la Locride, in questi anni, ha portato avanti per dare lustro a sé stessa e alla Calabria sotto il profilo culturale? Quali i teatri che ospitano le compagnie più rinomate del Paese? In alcuni centri della Locride (ma non solo) non esistono nemmeno biblioteche e librerie. E questo dovrebbe essere un territorio degno del rango di Capitale italiana della Cultura?

Di tutto ciò, la ‘ndrangheta è responsabile. Tutto ciò la ‘ndrangheta si nutre. E la Locride (ma, evidentemente, parliamo di tutta la Calabria) ha avuto il demerito di farsi fagocitare da un fenomeno che poi è diventato, inevitabilmente narrazione. E non basta affidarsi a quei due o tre intellettuali da strapazzo che ci dicono quanto sia peculiare l’Aspromonte o quanto straordinaria sia la natura della nostra terra e del nostro clima. Né si può usare una candidatura come foglia di fico per celare anni di assassini della cultura, o come specchietto per le allodole esibito da quella stessa politica che, negli anni, si è venduta alla subcultura ‘ndranghetista e che ora cavalca la candidatura dopo aver frustrato ogni tentativo di valorizzazione della cultura della Magna Graecia, di cui la Locride potrebbe essere ambasciatrice nel mondo. Potrebbe.

Questo per quanto concerne gli aspetti più profondi e alti del discorso. C’è poi una parte molto più concreta, molto più pratica e logistica che, tuttavia, non può essere sottovalutata.

Le precedenti Capitali italiane della Cultura, infatti, sono città anche molto problematiche. Ma sono, tutto sommato, città che funzionano. Città possibili da raggiungere, perché servite da aeroporti attivi all’interno della propria area urbana o a pochi chilometri di distanza. Oppure sono città servite dell’Alta Velocità. Diventare Capitale italiana della Cultura significa essere un vessillo per il mondo dell’arte, della letteratura, un polo attrattivo che possa essere il fulcro per tutto il Paese negli anni in cui si rimane in carica. E, invece, come potrebbe raggiungere agevolmente la Locride chi viene da Roma, da Firenze, da Torino, da Milano, da Venezia? Con aeroporti lontani, come quelli di Lamezia Terme e Crotone, che costringerebbero poi a lunghi viaggi lungo la SS106, la “strada della morte”? O inservibili, come quello attuale di Reggio Calabria. O attraverso la sgangherata linea ferrata?

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Possono sembrare argomentazioni di basso rango se si parla di Cultura. Ma in una decisione non possono non incidere anche queste questioni. Non può non incidere lo stato attuale in cui versa un territorio. E quello calabrese (e, quindi, anche locrideo) versa in condizioni spesso indegne del 2022. Basti pensare all’assenza di servizi basici, quali possa essere l’acqua corrente, in alcune zone. Per non parlare della inadeguatezza della offerta ricettiva.

Visitando Matera nel 1948, l’allora segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, la definì “vergogna nazionale”. Trovando peraltro il pieno accordo del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che invece era democristiano. Questo perché, fino a 70 anni fa circa, quella che oggi è una delle città più belle d’Italia era un luogo degradato sotto il profilo architettonico e urbanistico, malsano sotto quello igienico-sanitario e, di conseguenza, depresso per quanto concerne l’aspetto civico e sociale. Nel 2019, invece, è diventata (meritatamente) Capitale europea della Cultura e i suoi Sassi, che un tempo erano la “vergogna” adesso sono meta di turisti da tutto il mondo. E chi ci è stato non può non definirla un gioiellino.

Ecco, la Locride – soprattutto in alcune sue zone dell’entroterra – assomiglia molto alla Matera di fine anni ’40 e inizio anni ’50, dove c’è un tasso di analfabetismo incredibile per i tempi che viviamo, dove i cellulari non hanno campo, dove la chiusura mentale ripercorre i più consolidati e consumati cliché di ‘ndrangheta. Proprio per l’isolamento che vivono quei luoghi. L’isolamento logistico non può che diventare, evidentemente, anche isolamento culturale. Impossibilità di crescita. Chi vive a San Luca, a Platì, a Natile, pensa che il mondo sia solo quello. Prima di ambire a Capitale nazionale della Cultura, ad alcuni centri della Locride servirebbe il percorso di bonifica – urbana, ma anche sociale e culturale – che ha avuto Matera negli ultimi ’70.

Fino a quel momento, nonostante la sua storia e le sue potenzialità, non merita di essere Capitale della cultura italiana. Anche se questo non cancella il fatto che tutti facciamo il tifo perché possa farcela.

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