La vicenda dell’ex scuola media “Foscolo” nel quartiere Ferrovieri-Pescatori, da anni in stato di abbandono e degrado, è una ferita inferta alla comunità nel fondamentale tessuto degli spazi educativi. Quando una scuola viene abbandonata, a venire meno è un presidio di democrazia.
Il Consiglio d’Europa, attraverso il “Quadro di riferimento delle competenze per una cultura della democrazia”, sottolinea con chiarezza un principio fondamentale: la cultura democratica si costruisce attraverso la pratica quotidiana negli spazi educativi. La scuola è il primo laboratorio in cui la democrazia prende forma, il luogo in cui si impara ad ascoltare l’altro e a rispettare le differenze, a partecipare alle decisioni, a condividere spazi e responsabilità. Perché questo possa avvenire in un contesto sicuro, confortevole, orientato al benessere, facilitante, aperto, bisogna avere la massima cura dei luoghi in cui avviene il processo educativo.
Nella nostra città, accanto a pochi esempi di spazi didattici innovativi al servizio di studenti e insegnanti, sussiste un problema di edilizia scolastica vetusta o inadeguata, le cui punte dell’iceberg sono i plessi scolastici chiusi e abbandonati a un “destino” di fatiscenza, come l’ex scuola media “Mazzini” o l’ex scuola media “Foscolo”. Quelle che avrebbero potuto essere palestre di cittadinanza diventano non-luoghi, casi sintomatici del disinteresse mostrato da parte dell’amministrazione verso i beni collettivi.
Nel mondo e in Italia esistono esempi concreti che dimostrano come l’architettura scolastica possa diventare essa stessa strumento educativo. Penso alla Tehtaanmäki Elementary School, progettata da Alvar Aalto in Finlandia, un complesso innovativo che punta su flessibilità degli ambienti e luce naturale per favorire l’apprendimento e il benessere degli studenti. O al Fuji Kindergarten di Tokyo, che trasforma lo spazio naturale e architettonico in un’esperienza educativa fondata sulla libera esplorazione. Ma anche in Italia, esperienze come l’Asilo nido “La Balena” o la Scuola dell’infanzia e primaria “Loris Malaguzzi” in Emilia-Romagna, la Scuola primaria “Gabriele D’Annunzio” in Abruzzo, l’Istituto Comprensivo “Luigi Pirandello” in Sicilia, solo per citarne alcune, mostrano come gli spazi possano essere pensati per accogliere, includere e generare comunità. Progetti simili raccontano di un’Italia che investe in scuole aperte, polifunzionali, pensate come luoghi di crescita personale e collettiva attraverso relazioni significative vissute in ambienti curati, funzionali e sostenibili.
Per realizzare scuole a misura delle comunità educanti, è fondamentale il ruolo dei Comuni, delle amministrazioni locali che scelgono di investire, progettare, immaginare la scuola non come un semplice edificio, ma come un’infrastruttura sociale.
Il modello delle “scuole aperte e partecipate”, tra cui le pionieristiche “Di Donato-Manin” di Roma e “Cadorna” di Milano, va proprio in questa direzione, immaginando edifici scolastici vissuti durante tutto l’arco della giornata, capaci di diventare luoghi di incontro tra generazioni, presìdi culturali e civici di quartiere, non più edifici chiusi alla città, ma beni comuni condivisi. Il MoVi (Movimento di Volontariato Italiano) ha lanciato una sfida importante per l’Orizzonte 2030: “trasformare almeno mille scuole italiane in spazi di bene comune, aperti alla partecipazione dei cittadini, dove educazione, inclusione e democrazia si intrecciano”. È una sfida da vincere per contrastare le disuguaglianze educative, ricostruire i legami comunitari, promuovere la socializzazione e la produzione culturale. In Calabria, fanno parte della rete di scuole aperte partecipate gli Istituti Comprensivi “Rossano II Monachelle” e “Rossano IV” a Corigliano-Rossano e l’Istituto Comprensivo Gioiosa di Gioiosa Ionica.
In questa cornice virtuosa di scuole che si trasformano in spazi di partecipazione, l’ex scuola “Ugo Foscolo”, oltre ad essere un inaccettabile caso di degrado urbano, è un’occasione mancata per ricostruire comunità. Che idea di città esprime un’amministrazione che non rinnova, trascura o addirittura abbandona la propria edilizia scolastica?
Il movimento La Strada lavora da anni per promuovere una visione profondamente differente di città. Crediamo oggi più che mia in una “Reggio comunità educante”. La scuola non è un servizio tra gli altri, ma il terreno di coltura originario della coscienza democratica di una comunità. Per questo insistiamo sulla necessità di recuperare e rigenerare gli spazi scolastici abbandonati, restituendoli alla cittadinanza come luoghi vivi, favorendo la partecipazione attiva di studenti, famiglie e territorio e promuovendo scuole aperte, inclusive e connesse ai quartieri. È necessario tenere insieme educazione, cittadinanza e progettazione urbanistica, perché prendersi cura degli edifici scolastici significa prendersi cura delle relazioni educative, del benessere degli studenti e del loro futuro, del futuro di tutte e tutti noi.
Tra l’abbandono della “Foscolo” e le esperienze più avanzate di architettura educativa esiste una distanza che non è soltanto geografica, ma culturale e politica. Colmare questa distanza è una responsabilità collettiva, perché una città che investe nelle proprie scuole investe nella propria democrazia e nella lotta alle disuguaglianze. Scuole confortevoli, funzionali, belle, aperte alla comunità e vissute tutto il giorno non sono un lusso, sono una necessità e una priorità per chi crede nella rinascita culturale e sociale della nostra città.
