La Corte d’Appello civile di Milano conferma il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, respingendo la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria. Cokerie e altoforni dovranno fermarsi entro il 28 ottobre, come già disposto dalla stessa Corte nel luglio scorso. I giudici affermano che il diritto alla vita e alla salute prevale sul danno economico, e negli altoforni restano ancora circa 2.000 tonnellate di amianto da rimuovere. Il crono-programma prevede lo spegnimento degli altiforni già dalla prossima settimana. Nel frattempo restano sospesi 2.500 licenziamenti nell’indotto, e i sindacati chiedono a gran voce il blocco immediato e una convocazione urgente a Palazzo Chigi.
C’è chi vorrà raccontare questa sentenza come l’ennesimo colpo inflitto dalla magistratura all’industria italiana, ma a nostro avviso non è così e siamo trasparenti se affermiamo che i giudici non hanno creato il problema, lo hanno solo certificato, purtroppo. Vent’anni di gestioni private (da Riva ad ArcelorMittal fino all’attuale amministrazione straordinaria) non hanno mai risolto né la questione amianto né le emissioni fuori norma. Hanno prodotto profitti quando c’erano e hanno scaricato il conto sanitario e ambientale sulla città di Taranto quando i conti non tornavano più.
Oggi, semplicemente, il conto è arrivato e le offerte sul tavolo non sono la soluzione.
Il ministro Urso (che speriamo rassegni quanto prima le dimissioni) conferma due offerte vincolanti per l’acquisizione del polo, tra cui quella aggiornata del gruppo Jindal, più la manifestazione d’interesse di una cordata Federacciai con 14 imprese. Sono, ancora una volta, soggetti privati che guarderanno all’acciaieria come a un investimento da rendere profittevole, non come a un presidio industriale strategico da salvare per la Nazione e per chi ci lavora. La storia recente di Taranto e della acciaieria Pugliese insegna che ogni passaggio di proprietà privata ha significato nuove promesse, nuovi piani industriali sulla carta, e la stessa vecchia sostanza: bonifiche rinviate, sicurezza sacrificata ai margini, lavoratori lasciati sull’uscio a ogni cambio di gestione.
Italia Sociale lo ripete da tempo, e questa sentenza ne è la prova più netta: l’ex Ilva non si salva vendendola al miglior offerente privato, italiano o straniero che sia. Si salva riportandola sotto la responsabilità dello Stato, con un progetto di riacquisizione pubblica sul modello del vecchio IRI quel progetto che seppe fare dell’industria di Stato una leva di sviluppo nazionale, non un costo da tagliare al primo bilancio in rosso.
La nostra proposta: Acquisizione dello Stato, non l’ennesimo padrone!
Una riacquisizione pubblica dell’ex Ilva deve significare tre cose concrete: bonifica e messa in sicurezza degli impianti finanziata e garantita dallo Stato, non rinviata di gestione in gestione; stop netto alla catena dei subappalti che oggi disperde responsabilità e sicurezza tra decine di aziende terze; un Consiglio di Gestione dell’impresa che veda la partecipazione diretta dei lavoratori non solo dei vertici nominati da Roma.
Non è nostalgia industrialista ma la constatazione, oggi certificata da una sentenza, che il mercato da solo non ha protetto né la salute di Taranto né i posti di lavoro di chi in fabbrica ci è stato per una vita intera. Lo Stato deve tornare a fare lo Stato: arbitro e responsabile diretto delle industrie che sono vitali per il Paese, non spettatore che aspetta l’offerta migliore, specialmente in settori industriali importanti quale appunto quello dell’acciaio.
Il Governo ha ora un termine preciso, il 28 ottobre come ultimo giorno di accensione degli altiforni, e una scelta da fare: continuare a inseguire acquirenti privati o assumersi finalmente la responsabilità diretta di un’industria strategica.
Italia Sociale non ha dubbi su quale sia la strada giusta!
Ex Ilva, Italia Sociale-MSFT Calabria: “Confermato lo spegnimento: la sentenza certifica il fallimento di vent’anni di gestione privata”
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