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“La rabbia giovane”, Hermes Praticò al Circolo Reggio Sud si rivolge agli studenti: “Siate operatori del cambiamento, ma ancor di più operatori di pace”

Il Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti di Reggio Calabria all’incontro promosso dal Circolo Reggio Sud e dal collettivo Strada Comune. Un intervento articolato sul diritto di manifestare, il rispetto delle istituzioni, il ruolo delle forze dell’ordine e la responsabilità delle nuove generazioni: «Basta slogan vecchi, vogliamo i contenuti».

Si è svolto venerdì 30 ottobre, presso il Circolo Reggio Sud di via Sbarre Inferiori, l’incontro dal titolo «La rabbia giovane», promosso dal Circolo Reggio Sud e dal collettivo Strada Comune. Un momento di confronto dedicato al rapporto tra giovani, protesta, istituzioni e società, che ha visto la partecipazione di Hermes Praticò, Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti di Reggio Calabria.

Praticò ha preso parte all’iniziativa su invito degli organizzatori, portando il proprio contributo in qualità di rappresentante degli studenti del territorio provinciale. Il confronto si è svolto davanti a un pubblico eterogeneo, composto da persone con differenti sensibilità e appartenenze politiche, accanto a cittadini non riconducibili a specifici schieramenti. Una pluralità di posizioni che ha permesso di affrontare questioni attuali da prospettive differenti.

Nel corso dell’incontro, moderato da Valentina Vita, segretaria del collettivo Strada Comune, sono intervenuti anche Demetrio Delfino, consigliere comunale di Reggio Calabria, e Jacopo Vita, studente di Medicina.  Le conclusioni sono state affidate al docente di filosofia Gianfranco Cordì. È intervenuto nel dibattito con gli spettatori anche il consigliere metropolitano di Reggio Calabria Carmelo Versace, oltre a molti studenti.

Il diritto di manifestare e il confine con la violenza

Praticò ha sviluppato la propria riflessione partendo dal valore costituzionale della protesta e dalla necessità di distinguere il dissenso democratico da qualsiasi forma di violenza.

Richiamando gli articoli 17 e 21 della Costituzione, che tutelano rispettivamente il diritto di riunirsi pacificamente e la libertà di manifestare il proprio pensiero, ha sottolineato come queste libertà non rappresentino concessioni di chi governa, ma diritti fondamentali appartenenti a tutti i cittadini.

Una posizione chiara a favore del diritto di manifestare, che non viene meno neppure quando la protesta esprime idee scomode, critiche nei confronti di chi governa o lontane dalle proprie convinzioni. «La democrazia si misura anche dalla capacità di accettare le voci critiche, purché il dissenso venga esercitato nel rispetto della Costituzione e delle regole della convivenza civile».

Il Presidente ha tuttavia evidenziato la necessità di non confondere la libertà di manifestazione con la possibilità di giustificare qualsiasi comportamento:

«Il diritto di protestare non è il diritto di aggredire. La libertà di espressione non giustifica la violenza».

Praticò ha quindi evidenziato come le recenti mobilitazioni giovanili, in Italia e in altri Paesi europei, siano espressione di una realtà complessa. «Dietro una manifestazione possono esserci preoccupazioni concrete o indotte, domande rimaste senza risposta, e, talvolta, sfiducia nelle istituzioni».

A questo proposito ha richiamato il rischio che gruppi organizzati possano inserirsi nelle manifestazioni, trasformandole in occasioni di scontro, devastazione e disordine. Ha quindi sottolineato l’importanza di distinguere chi scende in piazza pacificamente per esprimere un’idea da chi sceglie deliberatamente la violenza:

«La violenza non rende un’idea più giusta, non rende una rivendicazione più credibile e non rende una manifestazione più forte».

Ha successivamente aggiunto: «Quando una manifestazione si trasforma in aggressione, intimidazione o distruzione il confronto democratico viene compromesso e le ragioni di chi protesta rischiano di essere oscurate proprio dai comportamenti che dovrebbero rimanere estranei alla protesta stessa».

Il rispetto per le forze dell’ordine e la responsabilità

Un altro tema centrale è stato quello del rapporto tra cittadini e forze dell’ordine. Praticò ha voluto richiamare la complessità del servizio svolto quotidianamente da chi indossa una divisa, sottolineando anche la propria esperienza familiare.

«Dietro una divisa ci sono persone, famiglie, responsabilità e situazioni nelle quali occorre prendere decisioni difficili in pochi istanti».

Ha contribuito a spiegare la sua attenzione verso il lavoro di tanti uomini e donne impegnati quotidianamente a garantire la sicurezza dei cittadini. Ma riflessione, tuttavia, non ha escluso il principio della responsabilità individuale. «Il rispetto per chi svolge un servizio pubblico non deve impedire di valutare eventuali comportamenti scorretti, così come la necessità di accertare responsabilità non può trasformarsi in una condanna indiscriminata di un’intera categoria. Dobbiamo, invece, investire in protocolli aggiornati e tecnologie di mitigazione più efficaci e sicure per tutti».

Una riflessione che ha cercato di superare la contrapposizione tra chi manifesta e chi è chiamato a garantire l’ordine pubblico, ricordando che una società democratica deve saper tutelare contemporaneamente il diritto al dissenso e la sicurezza delle persone.

A sostegno di questo ragionamento, Praticò ha richiamato una riflessione di Enrico Berlinguer, pronunciata nel 1981, nell’intervista a Eugenio Scalfari:

«Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese».

Un riferimento utilizzato per riportare il confronto sul valore del bene comune, oltre le appartenenze e le contrapposizioni politiche. Al centro del dibattito, secondo il Presidente, devono esserci le persone e la responsabilità nei confronti della comunità.

Ha inoltre sottolineato come il rispetto debba essere un principio reciproco: «Quando si manifesta, non basta parlare di legalità: bisogna praticarla. Non basta chiedere rispetto: bisogna essere capaci di riconoscerlo agli altri. E non basta difendere i diritti quando riguardano le persone con cui siamo d’accordo: dobbiamo saperli difendere anche quando riguardano chi la pensa diversamente da noi».

La scuola, le occupazioni e il valore della partecipazione

Ampio spazio è stato riservato al mondo della scuola e alle forme di mobilitazione studentesca. Praticò ha riconosciuto che le rivendicazioni possono nascere da problemi concreti, come la condizione degli edifici scolastici, la qualità dei servizi, il diritto allo studio e la necessità di avere ambienti adeguati alla formazione.

Anche in questo caso ha invitato a distinguere le ragioni di una protesta dagli strumenti utilizzati per portarla avanti. La possibilità di contestare, avanzare richieste e manifestare il proprio dissenso è parte integrante della vita democratica, ma deve accompagnarsi alla consapevolezza che la scuola è un bene comune:

«Quando si danneggia, non si colpisce un’entità astratta. Si colpiscono gli studenti che dovranno utilizzare quegli ambienti, i docenti che vi lavorano e il personale scolastico che se ne prende cura».

Il Presidente ha inoltre richiamato la questione delle risorse pubbliche: «C’è poi una questione economica che non possiamo sottovalutare. Riparare ciò che viene distrutto richiede risorse, tempo e denaro pubblico. Risorse che potrebbero essere impiegate per migliorare gli edifici, aumentare la sicurezza e offrire agli studenti opportunità migliori. Ma soprattutto rischiamo di compromettere il diritto allo studio, perché saranno gli studenti a subirne le conseguenze».

Ha, successivamente, posto l’accento sull’importanza degli strumenti di rappresentanza studentesca, attraverso i quali è possibile organizzarsi, raccogliere le esigenze della comunità scolastica e trasformarle in proposte da sottoporre alle istituzioni: «La scuola che vogliamo costruire non può nascere dalla distruzione della scuola che abbiamo. Questo significa mobilitarsi rispettosamente, sfruttando gli strumenti democratici di rappresentanza stabiliti dalla legge e, altrimenti, seguendo gli esempi migliori, quelli di chi dopo l’occupazione pulisce la scuola e la restituisce alla comunità meglio di prima».

La differenza, in questa prospettiva, sta nella capacità di trasformare il dissenso in un’occasione di crescita, responsabilità e partecipazione: «La differenza la fanno i contenuti e la capacità di trasformare il dissenso in un’occasione di crescita»

 

Un ragionamento che ha esteso anche alle città, ricordando come dietro una vetrina distrutta o un’attività danneggiata ci siano persone, famiglie e lavoratori: «Quando vediamo negozi saccheggiati e attività danneggiate, dobbiamo ricordare che dietro quelle vetrine ci sono persone che lavorano. Un negozio non è soltanto una vetrina: è il lavoro di qualcuno».

Rappresentare tutti, senza imporre le proprie convinzioni

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento ha riguardato proprio l’esperienza di Praticò alla guida della Consulta Provinciale degli Studenti di Reggio Calabria.

Il Presidente ha posto l’accento su un principio fondamentale: «Gli studenti non sono un blocco unico. Non condividono necessariamente le stesse idee, le stesse sensibilità o gli stessi orientamenti politici. Non tutti partecipano alle manifestazioni e non tutti interpretano allo stesso modo ciò che accade nel Paese. Rappresentare una comunità studentesca così ampia ed eterogenea significa confrontarsi quotidianamente con posizioni differenti, ascoltarle e cercare di trovare una sintesi».

L’esperienza alla guida della Consulta gli ha permesso di comprendere quanto sia importante non sovrapporre le proprie convinzioni personali alle istanze della comunità che si è chiamati a rappresentare.

La rappresentanza, in questo senso, non può diventare uno strumento per imporre una visione ideologica o partitica, ma deve garantire che ogni studente possa trovare ascolto, indipendentemente dalle proprie idee.

In questo contesto si inserisce anche il riferimento alle occasioni di confronto istituzionale che coinvolgono le Consulte studentesche, dalle riflessioni sul progetto Education Beyond 2030 al percorso relativo alle nuove Indicazioni nazionali per i licei.

Praticò ha richiamato l’importanza del coinvolgimento degli studenti nei processi di consultazione, evidenziando come la loro partecipazione possa contribuire alla definizione delle politiche che riguardano il futuro della scuola.

Partecipare non significa pretendere che ogni proposta venga automaticamente accolta, ma avere la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, avanzare osservazioni e confrontarsi con chi assume le decisioni in maniera rispettosa e osservante delle regole. «E quando il dialogo non produce risultati», ha affermato, «il diritto di manifestare resta, ma deve essere esercitato con consapevolezza, responsabilità e nel rispetto della legalità».

Oltre gli slogan: contenuti, proposte e responsabilità

Nel corso dell’intervento è emersa con forza anche la necessità di restituire centralità ai contenuti, superando le contrapposizioni ideologiche e le formule ripetute.

«Basta slogan vecchi, vogliamo i contenuti».

Un’espressione che sintetizza l’invito rivolto alle nuove generazioni a non limitarsi alla denuncia di ciò che non funziona, ma a sviluppare idee, avanzare proposte e assumersi la responsabilità di contribuire al cambiamento.

La pace come responsabilità quotidiana

Nella parte conclusiva, il Presidente della Consulta ha richiamato un passo tratto dai Vangeli, utilizzandolo per approfondire il significato della pace e del rispetto reciproco.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Vangelo secondo Matteo, 5,9; traduzione CEI 2008).

Un invito a non confondere la pace con l’indifferenza o con la rinuncia a far valere le proprie idee: «Essere operatori di pace non significa essere indifferenti davanti alle ingiustizie, tacere quando qualcosa è sbagliato o rinunciare a chiedere cambiamenti. Significa cercare di affrontare i conflitti senza alimentare l’odio, difendere le proprie idee senza negare la dignità degli altri, non lasciare che l’ostilità cancelli la nostra capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, perché non dobbiamo perdere la capacità di distinguere tra la critica per un comportamento e il disprezzo per una persona».

La pace, in questa prospettiva, non è passività, ma una scelta consapevole che richiede coraggio, rispetto e responsabilità.

Un principio che, ha sottolineato, riguarda tutti: lo studente che manifesta, l’agente che svolge il proprio servizio, il cittadino che osserva e chi, nelle istituzioni, è chiamato a prendere decisioni.

La conclusione è stata affidata a un messaggio diretto alle nuove generazioni, nel quale sono confluiti i principali temi affrontati durante il dibattito:

«Siate operatori del cambiamento, ma ancor di più operatori di pace.

Sfruttate gli strumenti democratici e, se non ci sono, createli.

Abbiate il coraggio di contestare, ma anche la responsabilità di costruire.

Perché noi giovani possiamo tutto, solo se tutto è nel bene di tutti».

Un intervento che ha posto al centro la necessità di una partecipazione giovanile consapevole, capace di tenere insieme il coraggio della protesta e la responsabilità della proposta e non mossa unicamente da ideologie politiche. Il messaggio conclusivo è stato quello di una generazione chiamata non soltanto a chiedere un cambiamento, ma a diventare protagonista della sua costruzione: difendendo i propri diritti, rispettando quelli degli altri e utilizzando, soprattutto, gli strumenti democratici per contribuire al bene della comunità.

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