In un entroterra calabrese che da decenni fa i conti con la valigia sempre pronta, due ragazzi classe 1993 hanno scelto la direzione opposta. Settimio Calabrese e Marco Buso, amici dai banchi di scuola, hanno deciso che per affermarsi non serve per forza un biglietto di sola andata. E lo stanno dimostrando coi fatti.
Il primo atto è stato un anno fa: riaprire il “Tirabusció”. Tra il 2013 e il 2019 quel pub era stato il cuore notturno di Soveria Mannelli, poi le saracinesche abbassate e il vuoto lasciato in paese. Settimio e Marco lo hanno rilevato, ristrutturato e ripensato. Non un’operazione nostalgia, ma un upgrade: cucina con filiera corta e prodotti locali, serate di musica live, gestione attenta che lo ha trasformato di nuovo in punto di ritrovo per ragazzi e adulti. Nel giro di dodici mesi il Tirabusció è tornato a essere “casa” per chi a Soveria ha scelto di restare.
Adesso la sfida si alza. I due hanno preso in gestione il “Palahotel Vallenoce” di Decollatura, storico 4 stelle incastonato tra i boschi del Reventino. Un luogo con decenni di storia alle spalle, matrimoni, congressi, estati che per molti significavano vacanza. Rilevarlo poteva mettere pressione. Loro rispondono con la stessa ricetta: radici, qualità, e una rete di familiari e amici che non li lascia soli.
L’idea non è sostituire un progetto con l’altro, ma sommarli. Il Tirabusció resta operativo a Soveria Mannelli, presidio sociale e culturale. Il Palahotel diventa il tassello ricettivo, con l’obiettivo di portare turismo lento, eventi e ristorazione di livello in un’area che ha paesaggio e identità da vendere, ma spesso manca di servizi strutturati.
La storia di Settimio e Marco parla a tutta la Calabria interna. Dove lo spopolamento è dato per inevitabile, loro rispondono con impresa. Dove molti vedono solo limiti (collegamenti, stagionalità, burocrazia), loro vedono margini per fare meglio. Il Tirabusció ha già rimesso in moto piccoli fornitori locali: macellerie, caseifici, orti. Il Palahotel, se l’esperimento funziona, può fare da moltiplicatore: posti letto, personale di sala e cucina, collaborazioni con guide e aziende agricole per pacchetti esperienziali.
Chi li conosce dice che il segreto è semplice: sono rimasti perché volevano provarci, non per mancanza di alternative. Hanno studiato il territorio, capito cosa mancava e cosa invece la gente rimpiangeva. Poi hanno investito, rischiato, lavorato. Senza proclami e senza aspettare bandi salvifici.
Il Reventino guadagna così due presidi: un pub che è tornato a essere piazza e un hotel storico che riparte con gestione giovane. È presto per parlare di “modello”, ma intanto il messaggio è arrivato: restare non è ripiego. A volte è l’impresa più ambiziosa che c’è.
