“Ma è meglio poi, un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica” (Francesco Guccini, Scirocco -
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Le cose che i Beatles e i Bronzi hanno in comune

di Mariagrazia Costantino* – È stato da poco annunciato un progetto cinematografico in quattro capitoli che ricostruirà la vita e le imprese dei Liverpudlian più famosi della storia. Un mito che non sembra risentire del tempo. Una fiorente fabbrica di sogni e soldi.

Cos’hanno in comune Beatles e Bronzi di Riace oltre a iniziare per b, a essere maschi e pari?
Tanto per cominciare sono simbolo, seppure in modi molto diversi, della città che ha dato loro i natali (nel caso dei Beatles) e di quella che li ospita (i Bronzi).

Nel film di Danny Boyle Yesterday, il protagonista si risveglia in un mondo in cui i Beatles non sono mai esistiti, o meglio uno in cui non sono mai diventati famosi. E così le loro canzoni.
Mi chiedo cosa sarebbe Reggio Calabria se i Fab Two – ovvero i due bronzi di Riace, bronzo A e bronzo B –  non fossero stati scoperti quel fatidico agosto del 1972.

Come la gallina dalle uova d’oro, a questi due poveretti sfruttati come pochi e senza la dignità di un vero nome, si chiede di sfornare narrazioni e di fare i ragazzi immagine per qualsiasi tipo di evento e manifestazione. A pensarci forse bene sono loro, anzi le loro riproduzioni, a perseguitarci. Sono due stalker esibizionisti questi qui, altro che.

Per l’ennesima volta, una città che ha mercificato la tradizione e ne ha inventato di nuove, sfrutta i suoi talenti fino al midollo, non riuscendo, nemmeno provandoci, a far sì che da essi si generi altro se non una mera riproposizione di cliché, luoghi comuni e frasi fatte.

Il reggino tipo è talmente pigro – si capisce da come parla, da come cammina e soprattutto da come guida – che persino una statua di bronzo è più reattiva. Eppure i due viaggiano poco, anzi per niente.
Trovo divertente ai limiti del ridicolo la tigna con cui ci si rifiuta di prestare le due statue: gli esperti mi diranno che ci sono valide ragioni tecniche che hanno a che fare con i rischi del trasporto e con fattori climatici o microclimatici, ma prima ancora di arrivare a questo tipo di conclusione, ci si oppone per mera possessività, come si fa con la fidanzata bella che non può uscire da sola.

Come altre opere d’arte talmente celebri da essere riprodotte con tutti i mezzi e su tutte le superfici (il famoso grembiule da cucina con la stampa del David di Michelangelo), le narrazioni sui Bronzi sono ormai sganciate dagli oggetti reali, che diventano merce e basta. I bronzi sono figli adottivi della città, ma come nelle migliori famiglie disfunzionali, i genitori non sanno niente dei figli, per il semplice motivo che a loro, dei figli, niente importa. Per troppi padri e troppe madri, i figli sono di fatto un avatar di sé da mandare in giro o tenere a casa, a seconda dei casi: perché sono venuti al mondo per fargli fare bella figura o, nel caso non siano esattamente delle opere d’arte (almeno agli occhi del genitore), possono essere comunque usati come ricettacolo d’insoddisfazione.

Ugualmente, pensiamo di conoscere tutto dei Bronzi: sappiamo come sono stati fatti (fusione a cera persa) e la percentuale esatta dei metalli, le parti in rame, argento e avorio; gli anni che separano la realizzazione di entrambi (solo trenta, ma fanno la differenza nello stile e nella posa); ovviamente conosciamo il periodo storico di riferimento (metà del V secolo a.C.). Sappiamo anche di non sapere chi rappresentassero, da dove venissero e dove stessero andando; anche l’attribuzione è incerta: si parla di Fidia per il bronzo A e Policleto per il bronzo B; di recente è stato fatto il nome di Agelada di Argo. Periodicamente emergono nuove ipotesi che però, più che a fare luce sulla storia dei Bronzi, sembrano essere utili alla fama di chi firma lo studio.

La cosa più importante da sapere è che quando, secoli dopo la realizzazione, le statue finirono in mare – presumibilmente gettate per alleggerire il carico della nave durante una tempesta – avevano già assunto una funzione diversa da quella per la quale erano state concepite. Nate come oggetti di devozione e simbolo delle virtù eroiche e divine, quattro secoli dopo erano “già” altro: capolavori che le persone compravano, vendevano ed esponevano, durante la prima delle tante riscoperte dell’arte classica, in questo caso ad opera dei Romani. Normale che sia così: in quattrocento anni cambiano tante cose. Cambia tutto. Quattro secoli fa c’era ancora l’inquisizione e le donne accusate di stregoneria venivano bruciate sul rogo.

Mi chiedo allora se siamo ancora in grado di appassionarci e vedere qualcosa per quello che è, e non per quello che rappresenta per noi. Nell’epoca dell’individualismo edonistico che ci costringe ad apparire ciò che non siamo, anche i Bronzi, forse, fungono soprattutto da mere estensioni di un sé che ha bisogno di costruire simulacri di identità con quello che ha a disposizione. E della gloria di questi due guerrieri, nella città che li ospita, restano solo chiacchiere ed esclamazioni enfatiche ma vuote, che comunicano un orgoglio fasullo e forzato.

Sfruttare così i Bronzi e la loro immagine non equivale farne buon uso. Tutt’altro. Ai due compari si chiede di tenere sulle loro spalle possenti il peso di una terra che ha svenduto persino l’anima. Gli si chiede di prendere il posto di Atlante che reggeva il mondo, ed è comprensibile che non si possano spostare dalla prigione in cui sono confinati: se lo facessero crollerebbe tutta l’impalcatura di orpelli e narrazioni autocompiaciute. Come se fosse un merito intrinseco averli lì, ostaggi di un territorio che brandizza tutto con l’etichetta “Magna Grecia”, ormai sempre più “Parva”.

Chi pensa di conoscere bene le politiche culturali e il patrimonio locale, dirà che bisogna rispettare la “vocazione del territorio”, il Genius Loci: ma un territorio, se vivo, si trasforma di continuo; così come il paese, che per fortuna e con buona pace degli attuali governanti, cambia la sua composizione e accoglie nuove facce e nuove “razze”.

Così, mentre il cambiamento avanza, più o meno lentamente e malgrado l’inadeguatezza di una classe dirigente sospesa tra vecchi e nuovi incompetenti (nella migliore delle ipotesi), fare affidamento sulle solite idee trite è la misura di una crisi che non da segni cedimento, nel suo continuo espandersi e approfondirsi, nella città la cui economia si regge su due statue antiche, sul bergamotto e sulle cerimonie (battesimi, comunioni, matrimoni e funerali), e che ha bisogno di mascotte e loghi da apporre su tutto.

È una fortuna per tutti che i Bronzi ci siano, ma chissà cosa sarebbe stato dei Beatles se fossero nati a Reggio Calabria.

*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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