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Festival delle Migrazioni 2026: a Vaccarizzo Albanese per discutere di caporalato, sfruttamento e diritti

Una riflessione collettiva sul lavoro, i diritti e le nuove forme di sfruttamento ha animato l’appuntamento del Festival delle Migrazioni dedicato al tema “Il dopo Amendolara: quali politiche per il contrasto al caporalato?”, ospitato in Piazza Skanderbeg.

Ad aprire l’incontro, dopo i saluti istituzionali del vicesindaco Giuseppe Borrelli e della coordinatrice SAI Annalisa Ferraro, è stato il presidente del Festival Giovanni Manoccio, che ha ricordato la partecipazione dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo al progetto SUPREME e ha richiamato la necessità di andare oltre letture superficiali delle recenti tragedie che hanno coinvolto lavoratori migranti. «Quando si dice “tanto si ammazzano tra di loro” – ha sottolineato il Presidente dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo– si guarda al fenomeno in modo superficiale, mentre “dietro queste morti c’è una guerra economica e criminale che prospera sull’assenza di diritti e cittadinanza».

L’introduzione di Lidia Vicchio, Vicepresidente dell’associazione e avvocato, ha ricordato i quattro giovani braccianti (Waseem Khan, 29 anni, pakistano; Amin Fazal Khogjani, 28 anni, afghano; Safi Iayjad, 27 anni, afghano; Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, afghano) brutalmente uccisi ad Amendolara, ponendo una domanda centrale: di cosa parliamo oggi quando parliamo di caporalato e come questo fenomeno si è evoluto nel tempo?

Il caporalato cambia volto

Celeste Logiacco, segretaria della CGIL Calabria, ha ripercorso la propria esperienza nei territori della Piana di Gioia Tauro, a partire dalla rivolta di Rosarno del 2010. Il fenomeno, ha spiegato, si è profondamente evoluto: il reclutamento non avviene più soltanto nei luoghi di aggregazione o lungo le strade che conducono ai campi, ma attraverso reti informali e strumenti digitali che rendono più difficile intercettare lo sfruttamento.

Da qui l’importanza del “sindacato di strada”, capace di raggiungere lavoratrici e lavoratori nei ghetti e negli insediamenti isolati, spesso lontani dalle istituzioni e dai servizi. Logiacco ha ricordato come molti braccianti percepissero inizialmente il caporale come una figura quasi benevola, perché garantiva accesso al lavoro. Smontare questa convinzione è stato uno dei primi passi per costruire consapevolezza sui diritti.

Per la dirigente sindacale, il caporalato non può essere considerato soltanto intermediazione illegale di manodopera: è un sistema che coinvolge intere filiere economiche e imprese che scelgono deliberatamente di abbattere il costo del lavoro per aumentare i profitti. «Bisogna scegliere da che parte stare», ha affermato, ribadendo che non può esistere alcuna giustificazione per chi trae vantaggio dallo sfruttamento. Allo stesso tempo, Logiacco ha spiegato come non sia più possibile trattare come emergenza la questione abitativa dei migranti che arrivano per le raccolte stagionali, così com’è stato fatto con la tendopoli di San Ferdinando, più volte sgomberata.

Nel suo intervento finale ha inoltre richiamato temi spesso invisibili, come le condizioni delle donne impiegate nei campi e le violenze che molte lavoratrici sono costrette a subire.

Lo sfruttamento come negazione dell’identità

Andrea Laguardia, vicepresidente di Legacoop Produzione e Servizi, ha proposto una lettura che mette al centro la dimensione umana del lavoro. Lo sfruttamento, ha sostenuto, distrugge l’identità delle persone perché svuota il lavoro della sua funzione sociale e di riconoscimento.

Richiamando il caso di Amendolara, Laguardia ha ricordato che le vittime rivendicavano diritti elementari: il salario, una casa, un contratto regolare. Diritti che dovrebbero essere garantiti a ogni lavoratore.

Il vicepresidente di Legacoop ha inoltre evidenziato come il fenomeno non riguardi solo l’agricoltura ma attraversi edilizia, logistica, lavoro domestico e numerosi altri settori. Il problema, secondo Laguardia, nasce da una logica economica che punta a comprimere il costo del lavoro per massimizzare il profitto.

Tra le proposte avanzate, quella di promuovere le forme cooperative di organizzazione del lavoro come strumenti di emancipazione e tutela.

Un’altra criticità emersa dall’esperienza condivisa con l’Associazione Don Vincenzo Matrangolo riguarda il nodo abitativo: anche quando si riesce a creare opportunità occupazionali, la mancanza di alloggi adeguati rappresenta uno dei principali ostacoli all’inclusione.

 

 

Dalle norme alle cause profonde dello sfruttamento

L’avvocato Francesco Di Pietro, socio ASGI, ha invitato a parlare più correttamente di “sfruttamento lavorativo”, fenomeno che coinvolge numerosi settori produttivi e che non può essere ridotto alla sola figura del caporale.

Secondo Di Pietro, il lavoratore rappresenta l’ultimo anello di una catena molto più ampia, che parte da scelte economiche e organizzative compiute ai livelli più alti delle filiere. Lo sfruttamento ha osservato, prospera sui bisogni delle persone: chi ha documenti in scadenza, chi cerca di rinnovare il permesso di soggiorno o chi rischia di perdere il diritto all’accoglienza diventa più vulnerabile ai ricatti.

Tra i nodi affrontati, quelli dei decreti flussi, delle politiche migratorie e della necessità di introdurre forme legali più efficaci di ingresso e ricerca del lavoro. L’avvocato ha inoltre sottolineato le difficoltà delle vittime nel denunciare, soprattutto quando gli sfruttatori appartengono alla stessa comunità di origine.

Richiamando l’articolo 41 della Costituzione, Di Pietro ha ricordato che la libertà d’impresa non può prescindere dall’utilità sociale e dal rispetto della dignità umana.

Oltre l’emergenza

Dal dibattito è emersa una critica condivisa all’uso permanente del concetto di “emergenza”. Lo sfruttamento lavorativo non rappresenta infatti un evento eccezionale, ma un fenomeno strutturale che richiede politiche continuative, prevenzione, controlli efficaci e interventi su casa, formazione e inclusione.

Sono state richiamate anche la necessità di superare la legge Bossi-Fini, l’insufficienza degli strumenti esclusivamente repressivi previsti dalla legge 199 e le preoccupazioni per la prossima stagione agrumicola, con il rischio che molti lavoratori finiscano nuovamente in insediamenti informali e casolari isolati.

In chiusura, Celeste Logiacco ha lanciato un appello alla Calabria: «Dalle morti in mare alle morti silenziate dei lavoratori sfruttati, solo parlando di diritti per tutti possiamo scrivere una pagina diversa. Altrimenti stiamo parlando soltanto di privilegi».

Una riflessione ripresa anche dalla conclusione di Francesco Di Pietro: «La piccola differenza che nasce dal luogo in cui si viene al mondo può decidere il corso di una vita. E, talvolta, la differenza tra la vita e la morte». Per Di Pietro una delle soluzioni possibili è quella d’intervenire già centri d’accoglienza per individuare, fin da subito potenziali situazioni critiche e intervenire in modo da limitare i possibili danni.

 

La serata è proseguita con la cena preparata dagli ospiti del centro SAI e con il ritmo delle canzoni balcaniche di Lidiya Koiceva & Balcan Orkestra.

Contributo fotografico: https://www.swisstransfer.com/d/b9049e8c-49bd-4220-b723-340ebfc6544a

 

Calendario del Festival

7 agosto Rota Greca
10 agosto Acquaformosa
21 agosto San Sosti
22 agosto Vaccarizzo
23 agosto Cerzeto
27 agosto Bisignano
28 agosto San Benedetto Ullano
29 agosto San Basile
30 agosto Acquaformosa

 

La musica del Festival

La musica accompagnerà l’intera manifestazione, con artisti e formazioni provenienti da esperienze e tradizioni differenti:

21 agosto – San Sosti: The Reggae Circus di Adriano Bono

22 agosto – Vaccarizzo Albanese: Lidiya Koiceva & Balcan Orkestra

23 agosto – Cerzeto: Danilo Sacco

27 agosto – Bisignano: Sud Sound System

28 agosto – San Benedetto Ullano: Mimmo Cavallaro

29 agosto – San Basile: Folkabbestia

30 agosto – Acquaformosa: Modena City Ramblers

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