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Cosenza, Mohamed e la caduta dal balcone durante la perquisizione: la famiglia presenta un esposto per fare luce sulla morte del 25enne

Nuovi sviluppi sul caso di Mohamed Amin Bessioud, il 25enne di origini tunisine morto nei giorni scorsi a Cosenza dopo essere precipitato dal terzo piano della sua abitazione durante una perquisizione dei Carabinieri. L’avvocato Osvaldo Rocca, legale della famiglia, presenterà una denuncia formale alla Procura della Repubblica di Cosenza con l’obiettivo di fare piena luce sulle modalità operative adottate durante il controllo e ricostruire ogni fase della tragedia.

La difesa ha già sollecitato il pubblico ministero affinché, nell’ambito dell’esame autoptico, vengano verificati eventuali segni presenti sul corpo del giovane, con particolare attenzione ai polsi, per accertare o escludere l’eventuale utilizzo di manette durante la perquisizione. Si tratta, al momento, di un elemento emerso esclusivamente da alcune testimonianze raccolte dopo la caduta e non ancora confermato dagli atti ufficiali, che la famiglia non avrebbe ancora ricevuto.

Secondo quanto riferito dal legale, Mohamed Amin Bessioud stava seguendo un percorso di recupero con il supporto del Serd e del Csm, dopo precedenti problemi giudiziari e legati alla tossicodipendenza. Un cammino che, secondo la famiglia, gli stava permettendo di riprendere in mano la propria vita. L’avvocato ha inoltre annunciato che nell’esposto saranno esaminate anche le verifiche e le perquisizioni a cui il giovane sarebbe stato sottoposto nei mesi precedenti, alcune delle quali, secondo quanto riferito ai familiari e alla fidanzata, avvenute anche in orari notturni.

Intanto cresce la mobilitazione attorno alla vicenda. Circa 300 persone si sono radunate davanti al palazzo di Cosenza dove è avvenuta la tragedia per una manifestazione promossa dai collettivi cittadini, chiedendo verità e giustizia. Al presidio ha partecipato anche il vescovo di Cosenza, monsignor Giovanni Checchinato, insieme ad alcuni rappresentanti della politica locale.

Durante la manifestazione, la madre del giovane, Nabila, ha raccontato la propria versione dei fatti, affermando: «Mio figlio non si è lanciato da solo, lo hanno lasciato saltare davanti ai miei occhi e poi lo hanno calpestato mentre moriva». La donna ha parlato di presunte pressioni e di un tentativo di sottoporla a un trattamento sanitario obbligatorio, sostenendo che ciò sarebbe stato finalizzato a screditare la sua testimonianza.

La madre ha ricordato il percorso di vita del figlio, tra gli studi universitari, l’esperienza sportiva tra Italia e Francia e la volontà di lasciarsi alle spalle le difficoltà del passato. Ha inoltre dichiarato di aver perso fiducia nelle istituzioni e di chiedere che venga fatta piena chiarezza su quanto accaduto.

Saranno ora gli accertamenti medico-legali e le indagini coordinate dalla Procura di Cosenza a stabilire la dinamica dei fatti e a verificare eventuali responsabilità.

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