C’è una poesia che nasce dalla memoria e un’altra che nasce dalla necessità. Quella di Sergio Bertolino, poeta reggino tra le voci più riconoscibili della nuova poesia italiana, appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una scrittura che non cerca il compiacimento lirico, ma affronta il linguaggio come luogo di conflitto, di conoscenza e di resistenza. È una poesia che attraversa il dolore senza mai fermarsi alla confessione autobiografica, trasformando l’esperienza individuale in interrogazione universale.
Nato a Reggio Calabria nel 1984, laureato in Filologia moderna all’Università di Torino, docente di Lettere, cantautore e cofondatore della rivista poetica Avamposto, Bertolino ha costruito negli ultimi anni un percorso letterario di crescente rilievo con le raccolte Chiave di volta (2018), La sete (2020) e Resistenza e sparizione (2023), opere che gli hanno valso riconoscimenti nazionali e l’attenzione della critica più qualificata.
Ma il 2025 segna probabilmente un passaggio decisivo della sua ricerca. La prestigiosa “IPR – Italian Poetry Review”, rivista internazionale di classe A secondo la classificazione ANVUR, pubblicata dalla Società Editrice Fiorentina in collaborazione con la Columbia University, dedica infatti un’ampia sezione alla sua nuova raccolta ancora inedita, Calata, inserendola accanto ai maggiori autori della poesia contemporanea.
Non si tratta di una semplice pubblicazione.
Italian Poetry Review rappresenta uno dei più autorevoli periodici dedicati agli studi poetici italiani e internazionali. Fondata da Paolo Valesio e diretta da studiosi delle università di Firenze e Fordham, vede nel proprio comitato scientifico nomi come Teodolinda Barolini, Fabio Finotti, Davide Rondoni, Daniele Piccini, Nicola Crocetti e numerosi docenti delle principali università americane ed europee.
La presenza di Bertolino in questo contesto certifica il riconoscimento raggiunto da una ricerca poetica ormai osservata ben oltre i confini regionali.
Ad accompagnare le poesie pubblicate è un lungo saggio introduttivo di Sergio Cicalò, che offre una delle letture critiche più profonde finora dedicate all’autore.
Il titolo Calata assume un duplice significato.
Da un lato indica la discesa, quasi una catabasi negli inferi dell’esistenza, esperienza di perdita ma anche di possibile rigenerazione.
Dall’altro rimanda alla “calata”, cioè alla cadenza dialettale che permane nella lingua italiana parlata al Sud, quella traccia invisibile del dialetto che continua a vivere anche quando sembra scomparso.
Secondo Cicalò, proprio questo rapporto fra italiano e dialetto costituisce il centro della nuova ricerca di Bertolino.
L’elemento più innovativo della scrittura di Bertolino consiste nell’abbandono della tradizionale gerarchia fra lingua e dialetto.
Nelle pagine di Calata il testo italiano e quello reggino si fronteggiano senza che uno rappresenti l’originale e l’altro la traduzione.
Le due versioni convivono, si rincorrono, si correggono reciprocamente.
Per il critico, non esiste più una lingua dominante: entrambe sono “originali”, entrambe sono chiamate a dire ciò che l’altra da sola non potrebbe esprimere.
È una concezione radicalmente nuova del bilinguismo poetico.
La scelta del reggino non nasce da nostalgia folkloristica.
Al contrario.
Cicalò sottolinea come Bertolino recuperi un dialetto periferico, marginale, apparentemente destinato alla scomparsa, per trasformarlo in una lingua pienamente contemporanea.
Non il dialetto della memoria idealizzata, ma quello attraversato dalla storia, dalle contraddizioni e dalle ferite della modernità.
È proprio questa tensione a rendere la sua poesia profondamente attuale.
Uno dei passaggi più affascinanti del saggio riguarda quella che Cicalò definisce una “terza lingua invisibile”.
Italiano e dialetto, nel tradursi continuamente l’uno nell’altro, finiscono infatti per generare qualcosa che non coincide con nessuno dei due idiomi.
Una lingua che non appartiene più soltanto alle parole, ma alla stessa esperienza poetica.
Una lingua che, secondo il critico, rappresenta la vera conquista di Bertolino.
Già con Resistenza e sparizione, pubblicato da Avagliano nel 2023, Bertolino aveva raggiunto una notevole maturità artistica.
La raccolta si sviluppa come un viaggio nella perdita, nella memoria e nella possibilità della rinascita.
Giancarlo Pontiggia, autore della postfazione, individua nella sua scrittura “un ardore di conoscenza e di ricerca” che attraversa tutta l’opera.
Non una poesia astratta, osserva Pontiggia, ma una poesia nutrita di rabbia, inquietudine e desiderio di verità.
La Calabria, e soprattutto Reggio, non rappresentano soltanto uno scenario.
Diventano una categoria dello spirito.
Emblematici risultano i versi dedicati alla città:
“Reggio è la rabbia che si volle altrove”
una definizione capace di condensare insieme appartenenza, distanza, dolore e nostalgia.
Pontiggia osserva come il paesaggio delle origini venga progressivamente trasformato in simbolo universale.
La terra, gli animali, la vegetazione, il mare, perfino il tessuto urbano diventano elementi di una geografia interiore.
La scrittura di Bertolino rifiuta qualsiasi forma di semplificazione.
Pontiggia evidenzia come il suo verso, pur apparendo limpido nella lettura complessiva, sia attraversato da continui movimenti ritmici, richiami metrici e improvvise accensioni linguistiche.
Non c’è alcuna concessione alla prosa poetica oggi dominante.
Ogni parola è scelta come parte di un preciso equilibrio formale.
Una convinzione emerge con forza in uno dei testi della raccolta:
“Scrivi / è un’etica la forma.”
Una dichiarazione poetica che riassume efficacemente l’intero percorso dell’autore.
Il titolo Resistenza e sparizione racchiude probabilmente la chiave interpretativa di tutta l’opera bertoliniana.
Resistere significa continuare a cercare il senso dentro un mondo che sembra averlo perduto.
Sparire significa invece rinunciare all’illusione dell’io come centro assoluto.
Da questo equilibrio nasce una poesia capace di trasformare il vuoto in ricerca, il silenzio in parola e la fragilità in forza espressiva.
Nel panorama della poesia contemporanea, Sergio Bertolino occupa oggi una posizione sempre più riconoscibile.
Il suo lavoro unisce rigore filologico, tensione filosofica, sperimentazione linguistica e profondo radicamento nella cultura mediterranea.
L’approdo su Italian Poetry Review rappresenta molto più di una semplice pubblicazione editoriale.
È il riconoscimento di un percorso che ha saputo trasformare il dialetto reggino in uno strumento di ricerca poetica internazionale, dimostrando come le lingue considerate marginali possano diventare luoghi privilegiati della letteratura contemporanea.
In un’epoca in cui la poesia rischia spesso di appiattirsi sulla cronaca dell’io o sulla facilità comunicativa, Bertolino continua invece a percorrere una strada più difficile: quella di una parola che non consola, ma interroga; che non descrive soltanto il mondo, ma prova ancora, ostinatamente, a reinventarlo.
