C’è un’apertura che inganna, quasi rassicura. La scena iniziale sembra accompagnare lo spettatore dentro un’infanzia leggera, fatta di giochi della tradizione popolare, di risate e piccole scaramucce tra bambini. Ma è solo apparenza, quasi un’illusione. Bastano pochi istanti perché quel mondo si incrini, rivelando una realtà ben più aspra: quella di un Sud segnato dalla povertà, dalle diseguaglianze, da un destino che sembra già scritto.
È in questo spazio fragile e autentico che prende vita Tibi e Tascia, Coso e Cosa – le due anime calabresi, tratto dal romanzo di Saverio Strati, autore che ha saputo raccontare come pochi altri le contraddizioni profonde della Calabria tra le due guerre. Pubblicato nel 1959, il romanzo – come ricordava Goffredo Fofi – è “così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità”.
Nella trasposizione teatrale firmata dal Teatro di Calabria “Aroldo Tieri”, questa verità si fa carne e voce attraverso gli sguardi dei più piccoli. I protagonisti sono bambini che osservano, comprendono, interrogano il mondo degli adulti con una lucidità disarmante. Tra loro c’è Tibi, che coltiva il sogno ostinato di emanciparsi attraverso la cultura, di conoscere il mondo e sottrarsi a una condizione di umiliante sottomissione. E c’è Tascia, che guarda oltre i confini del proprio paese con curiosità e desiderio, ma che già intuisce il peso di un destino segnato: essere donna, in quel contesto, significa restare.
Due traiettorie che si separano prima ancora di compiersi: Tibi avrà la sua occasione, Tascia no. Non per mancanza di talento o volontà, ma per una condizione imposta, sociale e culturale. Così, fin dalla tenera età, i due protagonisti assaporano le storture di una società inclemente, fatta di gerarchie rigide e opportunità negate. Quasi avessero la colpa di essere nati in quel posto del mondo, dimenticato tanto da Dio quanto dagli uomini che contano.
Il punto di forza della messa in scena risiede proprio nei dialoghi: scambi semplici, diretti, ma capaci di restituire con straordinaria potenza la fotografia di un Sud dimenticato. I bambini si interrogano su ciò che vedono — la fame, la fatica, la violenza, le ingiustizie — e lo fanno con un linguaggio che non conosce filtri. Le loro domande restano sospese nell’aria: perché nessuno interviene? Perché tanta diseguaglianza? Una riflessione che attraversa anche la scelta linguistica dello spettacolo: l’italiano e il dialetto si alternano, creando un dualismo simbolico tra rassegnazione e speranza, tra chi resta e chi prova a immaginare un altrove possibile.
A guidare questo percorso è il direttore artistico Francesco Mazza, che ha voluto affidare proprio ai più giovani il cuore del racconto: «In otto mesi di preparazione avete tracciato con le vostre interpretazioni il percorso, avete percorso e condiviso un viaggio dal sapore antico e autentico. Avete fatto chilometri insieme ai vostri genitori per essere presenti alle prove con i sogni stretti al petto e la fiducia nel cuore». E ancora, con parole che risuonano come un monito:
«I bambini hanno avuto la possibilità — e lo hanno fatto con grande responsabilità — di dire ai grandi che abbiamo sbagliato».
Accanto a lui, il contributo di un team artistico che ha costruito con sensibilità ogni dettaglio: la regia di Aldo Conforto, l’adattamento dei testi di Giusy Staropoli Calafati, la supervisione delle espressioni dialettali di Enzo Colacino, la collaborazione attenta di Anna Maria Corea. Le musiche originali di Francesca Prestia accompagnano e amplificano le emozioni, lasciando un segno profondo anche nelle parole dell’artista: «Spero in futuro di poter cantare questa canzone dal vivo. Questa storia mi coinvolge perché pensare che una bambina, solo perché femmina, non abbia avuto la possibilità di scegliere un futuro migliore mi rattrista molto e mi preoccupa: ancora oggi, in alcuni contesti, accade». Le scenografie di Antonio Pittelli restituiscono con essenzialità e forza il paesaggio umano e sociale, mentre il lavoro di Aurora Lupia (aiuto costumista) e Matteo Tedesco (luci) contribuisce a definire l’identità visiva della rappresentazione teatrale.
Lo spettacolo, autoprodotto, ha preso forma anche grazie al sostegno di Saverio Miceli, Massimo Poggi, Gino Noto, Bebi Crivaro e di Assipa Assicurazioni, oltre alla disponibilità dell’Amministrazione Provinciale che ha concesso gli spazi della Biblioteca Chimirri per le prove.
Quella andata in scena al Teatro Hercules di Catanzaro è stata l’anteprima nazionale di Tibi e Tascia, riservata a giornalisti e critica: un esperimento culturale coraggioso e riuscito, che ha convinto per intensità e autenticità, raccogliendo applausi e consensi soprattutto per la sorprendente prova del cast di giovanissimi.
Ora si apre un nuovo percorso: portare questa storia oltre i confini del debutto, farla vivere ancora, consegnarla a un pubblico sempre più ampio. Perché quella di Tibi e Tascia è una storia radicata in un tempo e in un luogo precisi, ma capace di parlare a tutti, ovunque con l’idea che ci può essere rimedio all’indifferenza e all’ingiustizia.
Cast
Diego Pio Sellaro – Don Michelino
Giuseppe Procopio – Tibi
Ginevra Rotolo – Tascia
Ennio Franco Ranieri – Turi
Emma Cerullo – sorellina di Tascia
Nina Corapi – compagna di gioco
Giuseppe Guzzo – compagno di gioco
Rocco Andrea Nicosia – compagno di gioco
Gioia Turi – compagna di gioco
Lucia Cristofaro – mamma di Tibi
Gino Mariano Mazzotta – padre di Tascia
Ludovica Ammirato – madre di Tascia
