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Blitz antimafia contro narcotraffico, Borrelli: “Dal carcere dirigevano i traffici con un telefono criptato”

“Una parte significativa delle attività di narcotraffico veniva svolta da alcuni degli indagati mentre si trovavano all’interno del carcere di Siracusa, dove avevano la disponibilità di un telefono criptato con il quale comunicavano verso l’esterno impartendo le disposizioni”.

Lo ha dichiarato il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, nel corso della conferenza stampa sull’operazione che ha portato all’arresto di 35 persone.

Borrelli ha sottolineato che “è stato documentato il rapporto esistente tra l’organizzazione, cioè tra coloro che curavano direttamente l’importazione, e le squadre di portuali e addetti con i compiti di esfiltrazione della droga ai quali veniva riconosciuto il 15% del valore della sostanza stupefacente”.

Secondo il procuratore, i portuali infedeli fornivano anche indicazioni operative ai trafficanti sudamericani: “Veniva suggerito di utilizzare navi che giungessero a Gioia Tauro solamente in transito o veniva consigliato di prediligere container non refrigerati perché sottoposti a scanner con minore frequenza”. Inoltre, “veniva controllato l’inserimento della nave nella black list della Guardia di finanza e addirittura vi era la disponibilità alla rimozione della nave da questa black list, dietro pagamento di un supplemento aggiuntivo necessario a pagare il dipendente infedele che avrebbe svolto tale attività”.

“Il principale canale di smercio della droga che arrivava a Gioia Tauro era la Sicilia e nell’ambito di questi rapporti c’è stato un attrito con un sodalizio palermitano, reo di non avere pagato una fornitura di cocaina per 500mila euro. Per risolvere il problema, gli indagati avrebbero programmato un sequestro di persona”, ha concluso Borrelli.

Per il procuratore aggiunto Stefano Musolino, il riconoscimento dell’aggravante mafiosa è “il dato più interessante perché sempre di più le cosche reggine si muovono in un contesto in cui il narcotraffico diventa uno dei reati fine dell’associazione mafiosa”. La Dda reggina, ha aggiunto, ha un “doppio obiettivo: da una parte garantire l’efficienza commerciale del porto di Gioia Tauro, dall’altra riuscire a contenere i tentativi che continuano a esserci di utilizzarlo come punto di arrivo della cocaina. I numeri ci dicono che questi risultati si stanno ottenendo”.

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