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Sassonia e Calabria sembrano avere la stessa ombra

di Alfredo Muscatello – Stanotte ho voluto rivedere Il conformista. Non è stata una scelta casuale e, in qualche modo, sapevo già che avrei fatto tardi. Cercavo proprio questo film perché sapevo che avrebbe abbracciato il sentimento che mi aveva portato fin lì, davanti a uno schermo, mentre dalla Germania arrivavano numeri che avrei preferito leggere diversamente.

Avevo bisogno di qualcosa che non mi spiegasse quello che stava succedendo, ma che mi aiutasse a sopportarlo.
C’è una scena de Il conformista di Bernardo Bertolucci che mi ha colpito più delle altre. Non è una delle scene più celebri del film, niente violenza, non ci sono parate, non ci sono divise. Marcello Clerici è a Parigi, nella casa del professor Quadri, il suo vecchio professore, antifascista, e ricorda una sua lezione.
Il mito della caverna di Platone.
Uomini incatenati fin dalla nascita, costretti a guardare una parete sulla quale vedono soltanto delle ombre. Non possono voltarsi. Non possono vedere gli uomini che passano alle loro spalle, né il fuoco che rende possibile quella proiezione. Per loro quelle ombre sono la realtà.
Clerici sembra quasi cercare una giustificazione in questo. Dice: se un uomo non ha mai conosciuto altro, se la sua esperienza del mondo coincide con quell’ombra, perché non dovrebbe crederla vera?
Un tentativo di giustificazione quasi patetico. Noi sappiamo che è un’ombra, ed è questo che cambia tutto.
Mi capita spesso durante i corsi di osservare nelle persone un percorso curioso. Nascono intenzioni, sviluppi, idee. A un certo punto della sperimentazione alcune sembrano illuminanti. Chi le ha avute le difende con l’entusiasmo di chi pensa di avere trovato una strada nuova, ma so già che quella strada non porterà da nessuna parte. Non perché sia più intelligente. Semplicemente perché ci sono già passato. O perché ho visto altri percorrerla fino in fondo.
Conoscere significa anche questo, riconoscere un passo perché ne abbiamo già visto quello successivo.
Forse è questa una delle ragioni per cui studiamo la Storia. Non per ricordare delle date. Non per sapere chi vinse una guerra o in quale anno cadde un regime. La studiamo perché l’uomo ha già sperimentato sull’uomo quasi tutto ciò di cui è capace, compreso l’orrore, e una volta conosciuto il passo successivo diventa difficile rivendicare l’innocenza del precedente.
Ieri, 6 settembre 2026, in Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland ha ottenuto circa il 44% dei voti. Nel 2021 era al 20,8%. In cinque anni ha più che raddoppiato il proprio consenso.
Stanotte non mi interessa scrivere che la Germania sia tornata nazista, di certo non lo è, e neppure mi interessa stabilire che quasi la metà degli elettori di un Land tedesco sia improvvisamente diventata razzista. Sarebbe una spiegazione stupida di un fenomeno complesso.
Piuttosto mi interessa qualcosa che trovo molto più inquietante, il momento in cui una società, davanti a problemi reali, comincia nuovamente a considerare accettabili risposte che la Storia ha già avuto modo di sperimentare.
Perché la paura è reale. La crisi può essere reale. L’impoverimento è reale. La sensazione di essere stati dimenticati può essere terribilmente reale.
L’ombra rimane un’ombra?
Il razzismo ha una caratteristica formidabile: offre un volto a qualcosa che un volto non ce l’ha. L’economia è complicata. La globalizzazione è complicata. La trasformazione del lavoro è complicata. Il declino demografico è complicato. Persino capire perché una città lentamente si svuoti è complicato.
Il diverso, invece, è riconoscibile, ha una faccia, puoi indicarlo. Ed è infinitamente più semplice indicare un uomo che spiegare un sistema.
Forse è anche per questo che certe forme di autoritarismo attecchiscono con maggiore facilità dove diminuiscono gli strumenti culturali necessari a sopportare la complessità. Non è una questione geografica e tantomeno genetica. Succede nella Germania orientale come può succedere nel Sud d’Italia, nelle periferie delle grandi città come nelle campagne dimenticate.
Quando si restringe il mondo, il diverso diventa enorme.
Ed è qui che la scena di Bertolucci smette improvvisamente di parlare del fascismo degli anni Trenta e comincia a parlare di noi.
È anche per questo, forse, che la cultura, anche quella cinematografica, apre le menti. Questo film andrebbe fatto vedere nell’ora di storia o di filosofia. Perché, oltre a essere pazzesco quanto sia ancora bello, Bertolucci costruisce un film in cui tutto sembra più grande dell’uomo che lo attraversa.
Le architetture, le stanze, i corridoi, le piazze, persino la luce. Ogni cosa sembra avere una misura monumentale, mentre Marcello Clerici, dentro quella perfezione, diventa progressivamente più piccolo, assecondando le proprie paure.
Forse è questa l’immagine che stanotte mi è rimasta più di tutte.
L’uomo potrebbe elevarsi. Ha la conoscenza, ha la memoria, ha davanti persino qualcuno che gli indica la luce fuori dalla caverna. E invece sceglie l’ombra. Si convince che adattarsi significhi salvarsi, che essere uguale agli altri significhi essere al sicuro, che rinunciare a una parte della propria coscienza sia un prezzo ragionevole per appartenere.
E diventa piccolo.
Piccolo dentro quelle architetture immense, piccolo davanti alla Storia, piccolo persino davanti ai propri errori.
Forse è questo che rende Il conformista, cinquantasei anni dopo, ancora così terribilmente contemporaneo.
È chiaro, all’uomo incatenato nella caverna possiamo concedere l’innocenza di credere all’ombra.
A chi ha visto il fuoco, no.
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