I dati che collocano la provincia di Vibo Valentia agli ultimi posti per occupazione e retribuzioni non possono essere considerati soltanto una statistica da commentare per qualche giorno. Devono diventare l’occasione per interrogarci concretamente su quale modello di sviluppo vogliamo costruire e, soprattutto, su come creare nuove opportunità per i nostri giovani.
«Credo che dobbiamo cambiare prospettiva – afferma il consigliere provinciale Franco Barbalace -Non possiamo pensare al lavoro soltanto come qualcosa che deve arrivare dall’esterno attraverso un’assunzione, un concorso o un grande investimento. Tutto questo senza dubbio è importante, ma dobbiamo iniziare a porci anche un’altra domanda: quante opportunità di lavoro possiamo creare noi, utilizzando le risorse del nostro territorio? La Provincia di Vibo non possiede solo il mare, ma i caratteristici borghi, le aree interne, i prodotti e le tradizioni, che possono offrire tante opportunità dal punto di vista dello sviluppo turistico. Dobbiamo certamente continuare ad attrarre imprese e investimenti, ma dobbiamo anche mettere i nostri giovani nelle condizioni di costruire nuove attività e nuove professioni partendo dalle risorse che il territorio già possiede».
Una delle opportunità più concrete è appunto rappresentata dal turismo esperienziale e dall’ospitalità diffusa nei centri dell’entroterra.
«Tropea oggi è una delle grandi forze turistiche della Calabria che diventa la forza trainante per tutto il territorio. Dobbiamo essere bravi e cogliere l’opportunità che ci dà nel poter guardare oltre i suoi confini. La sua capacità ricettiva è ormai fortemente utilizzata e la crescita dei flussi ci impone di trovare nuovi spazi e nuove modalità di accoglienza. Dobbiamo fare in modo che chi arriva a Tropea abbia un motivo in più per conoscere e vivere i nostri paesi. La costa deve diventare la porta d’ingresso verso l’entroterra e Tropea deve essere la locomotiva capace di guidare una rete territoriale più ampia».
Il punto è cambiare il modello di fruizione del territorio. Il turismo come si sa è cambiato, sempre più persone cercano esperienze autentiche, vogliono conoscere la quotidianità di un paese, degustare la cucina del luogo. In poche parole vogliono vivere un territorio, non soltanto visitarlo: «Portare un turista a Zungri per visitare ad esempio le Grotte degli Sbariati o vivere l’esperienza di Asfalantea, accompagnarlo a Spilinga per conoscere la ‘nduja o l’Accademia di Cucina Mediterranea, fargli visitare un’azienda agricola sul Monte Poro o un caratteristico borgo è certamente positivo. Ma se dopo qualche ora torna a dormire sulla costa, abbiamo realizzato una visita, non ancora un vero prodotto turistico. Il nostro obiettivo deve essere farlo restare tre, cinque o sette giorni nei nostri territori».
Un turista che soggiorna nell’entroterra può fare colazione al bar, cenare al ristorante, acquistare nei negozi e direttamente dai produttori locali, partecipare a una lezione di cucina, può conoscere un’azienda agricola, visitare un laboratorio artigiano, vivere una festa tradizionale, utilizzare una guida o un servizio di accompagnamento.
«Un turista che resta una settimana genera, quindi, un’economia completamente diversa rispetto a chi arriva per poche ore. Utilizza una struttura ricettiva, va al ristorante, fa colazione al bar, compra prodotti locali, partecipa a esperienze e si sposta tra più comuni. Dietro un posto letto possono nascere molte altre opportunità di lavoro».
Per questo una delle condizioni fondamentali è aumentare la capacità ricettiva dei piccoli centri. «Nei nostri paesi abbiamo case inutilizzate, abitazioni degli emigrati che rimangono chiuse per gran parte dell’anno, immobili nei centri storici che potrebbero essere recuperati. Una casa chiusa può diventare una struttura ricettiva, un immobile inutilizzato può diventare un’attività e un’opportunità di reddito».
Non necessariamente grandi alberghi, ma B&B, case vacanza, affittacamere e forme di ospitalità diffusa capaci di rendere possibile un soggiorno di più giorni. «Se vogliamo costruire itinerari turistici di cinque o sette giorni, dobbiamo prima mettere il turista nelle condizioni di poter dormire nei nostri paesi. L’ospitalità deve diventare parte integrante della strategia di sviluppo dell’entroterra».
Un’esperienza significativa in questa direzione è stata quella realizzata recentemente a Spilinga con trenta giovani italo-americani. «L’esperienza di Spilinga è stata una vera prova in questa direzione. Abbiamo voluto verificare cosa accade quando un gruppo di persone non viene semplicemente portato a visitare un territorio, ma viene messo nelle condizioni di viverlo per dieci giorni, soggiornando nel centro storico. I partecipanti hanno vissuto il paese, incontrato le persone, conosciuto la cucina e le produzioni locali, partecipato alle tradizioni, ai balli e alla vita della comunità, oltre naturalmente ad aver scoperto il mare e la Costa degli Dei. La cosa più significativa è stata la loro reazione. Chi ha partecipato, pur provenendo magari dal comfort delle proprie residenze negli Stati Uniti, ha manifestato pubblicamente di aver vissuto una vacanza magnifica, non in un 5 stelle, ma in un tranquillo appartamento in un piccolo borgo, raccontando le tradizioni, i balli, il gusto, i sapori e soprattutto il rapporto umano con la comunità. Questo ci dimostra che non dobbiamo necessariamente inventare nuove attrazioni. Dobbiamo imparare a trasformare ciò che già abbiamo in esperienze organizzate, fruibili e vendibili».
Un altro esempio interessante arriva da Dasà, attraverso l’esperienza di Eva Santaguida e del marito americano Harper Alexander, creatori di Pasta Grammar. Eva, originaria di Dasà, e Harper hanno costruito negli Stati Uniti una comunità internazionale attraverso il racconto della cucina italiana, delle tradizioni e della vita dei piccoli centri. Da questo percorso è nata anche la “Week in Dasà”, un’esperienza immersiva che porta gruppi di visitatori, in particolare americani, a soggiornare nel paese e a vivere direttamente la cucina, le tradizioni e la comunità.
«Dasà dimostra una cosa molto importante: anche un piccolo paese può diventare una destinazione internazionale se riesce a trasformare le proprie radici in un’esperienza. Qui il turismo di ritorno si incontra con il turismo esperienziale».
Un altro esempio interessante arriva da Jonadi, con il progetto “Borgo Erasmus”, che ha puntato a trasformare il borgo di Nao in uno spazio di accoglienza, scambio e partecipazione per giovani provenienti da diversi Paesi europei.
È proprio in questi spazi che si possono aprire prospettive importanti per le nuove generazioni.
«Dobbiamo dire ai nostri giovani che il turismo non significa soltanto lavorare in un albergo o in un ristorante. Ci sono nuove professioni e nuove possibilità imprenditoriali: gestione dell’ospitalità, organizzazione di esperienze, accompagnamento, comunicazione digitale, turismo delle radici, enogastronomia, servizi di mobilità e promozione territoriale. Ci sono giovani che fanno questo o che pensano di crearsi queste opportunità? I giovani possono anche mettersi insieme. Possono creare agenzie di servizi turistici, cooperative di comunità, società e reti di imprese. Possono mettere insieme competenze diverse e costruire un’offerta che da soli sarebbe difficile realizzare».
«La vera opportunità è creare una filiera locale del turismo dell’entroterra. Non dobbiamo limitarci a portare più visitatori: dobbiamo costruire intorno a loro una domanda di servizi che possa generare nuove imprese e nuovi lavori. Non dobbiamo soltanto chiedere ai giovani di restare. Dobbiamo creare le condizioni perché possano costruirsi un lavoro restando».
La provincia possiede già molte delle componenti necessarie oltre alle località balneari: come dicevamo Zungri e il suo patrimonio storico e culturale, Spilinga, il Monte Poro con il patrimonio agroalimentare e il pecorino, Dasà con l’esperienza legata al turismo di ritorno, Rombiolo, Drapia, Caria e gli altri centri dell’entroterra con i loro borghi, paesaggi, produzioni, tradizioni e storie.
«Il problema è che troppo spesso queste realtà vengono promosse e vissute separatamente. Dobbiamo smettere di pensare a singole visite e iniziare a costruire itinerari di più giorni».
Un turista potrebbe soggiornare in uno dei nostri paesi per una settimana e vivere ogni giorno un’esperienza diversa: Zungri, Spilinga, il Monte Poro, un altro borgo, una giornata dedicata alla cucina, una giornata al mare, tornando ogni sera nel paese nel quale ha scelto di soggiornare. Il turista non deve essere costretto a scegliere tra Tropea e l’entroterra. Deve poter vivere entrambi”.
Per arrivare a questo risultato è però necessario affrontare anche il tema del coordinamento.
«In passato esistevano le Aziende di Promozione Turistica e le Province avevano competenze più ampie nel settore. Oggi quel modello non esiste più e la programmazione e la promozione turistica sono fortemente organizzate a livello regionale. La Provincia non deve sostituirsi alla Regione, ma può favorire il confronto e mettere in rete i soggetti del territorio».
«Mi auguro innanzitutto che possa riprendere la programmazione del Distretto Turistico, uno strumento che può dare un contributo importante alla crescita e alla promozione del nostro territorio. Il Distretto aveva già visto la collaborazione di tanti enti e soggetti del territorio e proprio questa capacità di mettere insieme realtà diverse rappresenta, a mio avviso, un patrimonio da non disperdere. Oggi abbiamo bisogno di ripartire da quella esperienza, aggiornarla alle nuove esigenze del turismo e costruire una programmazione capace di coinvolgere Comuni, imprese, operatori, associazioni e istituzioni».
«Penso anche al GAL Terre Vibonesi, che sta svolgendo un ottimo lavoro sul territorio e che, con il recente Marchio Territoriale “Terre Vibonesi”, sta compiendo un passo importante nella valorizzazione e nella messa in rete delle nostre eccellenze. Al Distretto del Cibo del Territorio di Vibo Valentia, che sta iniziando il proprio percorso».
«Non penso quindi alla necessità di creare l’ennesimo organismo. Al contrario, penso che dobbiamo valorizzare ciò che già esiste, mettere in relazione queste esperienze e verificare se, insieme ai Comuni, agli operatori turistici, alle imprese e alle realtà associative, sia possibile costruire un progetto territoriale condiviso che potremmo chiamare “Ospitalità ed Esperienze nei Borghi del Vibonese”».
L’obiettivo sarebbe creare una rete concreta tra chi produce, chi ospita e chi organizza esperienze, mettendo a sistema strutture ricettive, ristoratori, produttori, aziende agricole, associazioni, cooperative di comunità, giovani e operatori turistici.
«Il GAL ha già costruito uno strumento importante, appunto, con il Marchio Territoriale. Ora dobbiamo capire come fare un ulteriore passo avanti: trasformare queste eccellenze in un’offerta turistica integrata e in nuove opportunità di lavoro».
La rete potrebbe costruire itinerari di tre, cinque e sette giorni, creare un catalogo delle esperienze, censire le strutture disponibili, favorire accordi tra operatori e costruire pacchetti di soggiorno realmente prenotabili.
«Immaginiamo un turista che arriva sulla Costa degli Dei. Non deve trovare soltanto un elenco di luoghi da vedere, ma un’esperienza completa: dove dormire, dove fare colazione, dove cenare, cosa visitare, quale produttore incontrare, quale esperienza vivere e come spostarsi».
«Se riusciamo ad aumentare i pernottamenti nell’entroterra, aumentiamo anche la domanda di servizi e quindi le possibilità di creare nuove imprese. È qui che turismo e lavoro possono incontrarsi».
La proposta, conclude Barbalace, è semplice: «Non dobbiamo inventare un territorio diverso. Dobbiamo valorizzare meglio quello che abbiamo e mettere i nostri giovani nelle condizioni di trasformarlo in lavoro. Non dobbiamo aspettare che il lavoro arrivi: dobbiamo creare le condizioni perché possa nascere».
