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Il legame ‘ndrangheta-Cosa Nostra, l’ascesa della ‘famiglia’ De Stefano e le indicazioni di Bagarella sul “progetto stragista”

“Con i calabresi te la vedi tu”. E’ l’indicazione perentoria rivolta da Leoluca Bagarella ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano per continuare il progetto Stragista. E’ emerso nella requisitoria al processo d’appello su ‘Ndrangheta stragista’ a Reggio Calabria. “Subito dopo la morte di Totò Riina – ha detto Giuseppe Lombardo – il comando di Cosa nostra fu preso da Leoluca Bagarella, il quale continuo’ nella stessa direzione imposta a suo tempo dal cognato”.

Lombardo nella sua requisitoria ha ricordato l’ascesa della ‘famiglia’ De Stefano nel ghota delle più importanti famiglie del sistema criminale italiano. “Il salto di qualità è la vittoria, nel 1975-1976, della prima guerra di ‘ndrangheta che i De Stefano combattono alleandosi con i Piromalli. Il primo atto è l’omicidio del boss della ndrangheta jonica, Antonio Macrì, nel 1975, ad opera di Pasquale Condello ‘il supremo’, seguito a distanza di un anno, dall’assassinio nel carcere di Poggioreale ad opera di un killer di Raffaele Cutolo, di Domenico Tripodo. Giorgio De Stefano, però, vuole un proprio ruolo di capo della criminalità nazionale, e per scelte avventate non riuscirà ad averlo, e infatti, verrà ucciso il 9 novembre del 1977 in località ‘Acqua del Gallo’, in Aspromonte”. Secondo il Pg fu l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, fratello del preside Antonio, originario di Platì, a coniare la sigla ‘Falange Armata’, usata in alcuni omicidi eclatanti, come quello che vide vittima Umberto Mormile, assistente sociale carcerario che rifiuto’ una perizia di favore al boss Domenico Papalia per ottenere i permessi premio.

“La sigla – ha detto Lombardo – altro non era che una agenzia di disinformazione utilizzata nell’ambito del progetto ‘Gladio’ dalla settima divisione dell’ex Sismi per operazioni riservate. Come racconta il collaboratore di Giustizia Antonino Fiume, ex cognato del boss Giuseppe De Stefano, i due raggiunsero Platì nel 1991 per incontrare il boss Domenico Papalia, che godeva di un permesso premio, ma dovettero fare anticamera poiché in quel momento Papalia era impegnato a interloquire con personaggi dei servizi di sicurezza”. Il magistrato ha poi sottolineato i contatti del defunto capo della Loggia P2, Licio Gelli, con gli ambienti della ‘ndrangheta calabrese.

“Giovanni Calabrò, cugino di primo grado di Giuseppe Calabrò, l’assassino materiale dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, nel 1995 scompare da Reggio Calabria. Di lui si scoprono tracce a Roma, Milano e a Monte Carlo. Le indagini consentono di fare emergere che Giovanni Calabrò era delegato ad operare su un conto corrente bancario intestato a Mari Cristiana Gelli, figlia di Raffaello e nipote di Licio Gelli”.

Lombardo, ancora, ha raccontato quella che ha chiamato “la disperazione del pentito Giuseppe Calabrò, autore, per sua ammissione, di una lettera indirizzata all’ex Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, per negare ogni sua precedente ammissione sul duplice omicidio dei carabinieri e il coinvolgimento dello zio Rocco Santo Filippone. Eravamo nel carcere di Tempio Pausania – ha detto il Pg Lombardo – quando all’improvviso, urlando per la paura di potere avere la famiglia sterminata, Giuseppe Calabrò si alzò e, dopo una breve rincorsa, si lanciò con la testa contro il muro”.

La requisitoria terminerà domani.

(AGI)

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