“Si è sempre responsabili di quello che non si è saputo evitare” - Jean-Paul Sartre
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Rizziconi, Premio Elmo 2026: arte, cultura e innovazione protagoniste della XIV edizione

La cultura come antidoto al rumore del presente. L’arte come bussola per orientarsi in un’epoca dominata dalla velocità, dall’iperconnessione e da una sovrabbondanza di stimoli che spesso rischia di svuotare il significato delle esperienze. È da questa consapevolezza che nasce il messaggio più profondo della XIV edizione del Premio Elmo, che ha trasformato il sagrato della Chiesa Madre San Teodoro Martire di Rizziconi in un luogo di incontro, ascolto e riflessione, confermandosi uno degli appuntamenti culturali più significativi del panorama calabrese. Una serata capace di superare la semplice celebrazione del talento per diventare un viaggio dentro le storie, le idee e le responsabilità di chi ogni giorno sceglie di costruire bellezza e generare futuro. Arte, giornalismo, editoria, moda, ricerca, volontariato e impegno civile si sono intrecciati attorno a una parola tanto semplice quanto provocatoria: “Supermarket”. Un tema scelto dall’associazione Piazza Dalì e dal presidente e direttore artistico del Premio Elmo, Gianmarco Pulimeni, per interrogare il nostro tempo e restituire una fotografia lucida di una società sospesa tra infinite possibilità e nuove forme di disorientamento. Il “Supermarket” diventa così la metafora di una contemporaneità trasformata in un immenso spazio espositivo, un luogo dai corridoi infiniti e dagli scaffali sempre riforniti, in cui ogni cosa viene messa in mostra: immagini, informazioni, desideri, opinioni, emozioni, persino identità. Mai come oggi l’umanità sembra vivere dentro un’enorme vetrina permanente, in cui tutto è accessibile, immediato, sostituibile, consumabile. Ma proprio questa illusione di abbondanza nasconde una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: anziché ampliare lo sguardo, rischia di renderlo più fragile: tra migliaia di prodotti disposti sugli scaffali del presente diventa sempre più difficile riconoscere ciò che nutre da ciò che semplicemente riempie, ciò che lascia una traccia da ciò che svanisce nell’istante stesso in cui appare. Il vero rischio del nostro tempo non è più la mancanza, ma un eccesso che può trasformarsi in smarrimento, una moltiplicazione di voci che rischia di soffocare proprio quelle capaci di produrre pensiero critico. In questo grande mercato dell’effimero, il Premio Elmo riconosce la funzione più autentica dell’arte: una forza capace di rallentare il tempo, custodire la memoria, aprire domande e indicare nuove direzioni allo sguardo collettivo.
 
L’evento, condotto da Lidia Coppola e Simona Palaia e arricchito dall’esibizione musicale di Chiara Ambesi, ha dato voce a esperienze di talento, responsabilità e impegno: testimonianze di una Calabria che rifiuta la narrazione della marginalità e sceglie di raccontarsi attraverso la creatività, la conoscenza e la capacità di innovare. «Con il Premio Elmo raccontiamo ogni anno storie di ordinaria cultura- ha spiegato Gianmarco Pulimeni-. Prima ancora delle professioni, ci interessano le persone e il loro percorso umano. In un tempo segnato dalla manipolazione culturale e dalla ricerca della visibilità a tutti i costi, vogliamo riconoscere chi costruisce valore autentico e lascia un segno. Il prossimo anno celebreremo i quindici anni del Premio con importanti novità, ma la nostra missione resterà la stessa: dare voce a chi contribuisce alla crescita di questa terra. Ringrazio tutti i premiati, tutti i partner della manifestazione, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Alessandro Giovinazzo, il vicesindaco Caterina Ventrice, la comunità della Chiesa Madre San Teodoro Martire e il parroco don Nino Larocca, insieme a quanti hanno contribuito alla realizzazione della serata». Tra i protagonisti dell’edizione 2026, figure che rappresentano una Calabria capace di guardare avanti senza rinunciare alle proprie radici. Attraverso le esperienze dei premiati emerge il concetto di “restanza”, intesa come atto consapevole di partecipazione e investimento nei territori. Restare diventa così una forma di coraggio: significa scegliere di costruire, creare opportunità, valorizzare ciò che esiste e trasformare i luoghi spesso considerati marginali in spazi di innovazione e futuro. Un messaggio particolarmente forte in una regione chiamata ad affrontare la sfida dello spopolamento delle aree interne e della perdita di giovani energie. Il Premio Elmo ha raccontato una Calabria diversa dagli stereotipi, una terra dinamica capace di unire tradizione e innovazione. Dall’editoria alla moda internazionale, dall’arte al giornalismo, dalla sostenibilità alle esperienze sociali e cooperative, le storie premiate hanno restituito l’immagine di una regione dinamica, creativa e aperta al mondo.
Il comitato tecnico-scientifico del Premio Elmo è composto da: Roberto Sottile (critico d’arte e curatore), Mimma Sprizzi (avvocata e attivista per i diritti e l’inclusione), Maria Morabito (in arte Marilena, è architetta, curatrice d’arte indipendente e progettista culturale. Direttrice artistica dell’associazione ACAV e vicepresidente dell’Archivio Angelo Gallo), Luigia Granata (artista e designer cosentina, titolare del brand omonimo e della G Design Italy srls. Presidente regionale Confartigianato Moda Calabria e Vicepresidente nazionale Federmoda categoria Sarti e Stilisti).

I vincitori della XIV edizione del Premio Elmo
 
La sezione Artisti del Premio Elmo 2026 ha reso omaggio a una delle figure più significative dell’arte contemporanea calabrese e italiana: Antonio Pujia Veneziano, artista originario di Monterosso Calabro e residente a Lamezia Terme, protagonista della scena artistica nazionale fin dagli anni Settanta. Un percorso lungo oltre mezzo secolo, costruito attraverso una ricerca incessante sul rapporto tra segno, materia e interiorità, che lo ha portato a confrontarsi con importanti realtà espositive italiane e internazionali, dalla partecipazione alla 54ª Biennale di Venezia agli appuntamenti al MACRO di Roma, fino a numerosi progetti oltre i confini nazionali. La sua opera nasce da una riflessione profonda sul gesto pittorico come atto conoscitivo: il segno non è soltanto traccia sulla superficie, ma diventa linguaggio dell’anima, strumento attraverso cui indagare l’identità, le inquietudini dell’uomo e le trasformazioni della società. Una ricerca nella quale il confine tra l’artista e il gesto creativo progressivamente si annulla, fino a fare della pittura uno spazio di confronto con il proprio essere. Accanto alla pratica artistica, Pujia Veneziano ha sempre coltivato una forte dimensione educativa e sociale, riconoscendo nell’arte una possibilità concreta di relazione, inclusione e crescita. Un impegno sviluppato attraverso percorsi e collaborazioni con importanti realtà culturali, tra cui il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza e l’associazione Aleph Arte.
 
L’Associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento ad Antonio Pujia Veneziano per la straordinaria capacità di trasformare il gesto e il segno, elementi primari dell’attività pittorica, in autentiche chiavi di lettura dell’interiorità umana; una ricerca costante del sé che si confronta con la progressiva erosione antropologica e filosofica della contemporaneità, annullando la distanza tra l’io e l’atto creativo. Un riconoscimento che si lega profondamente al tema dell’edizione 2026. In una stagione segnata dalla sovrabbondanza di immagini, produzioni e messaggi, l’esperienza di Pujia Veneziano richiama il valore della misura, della selezione e della profondità. L’arte, nella sua visione, non aggiunge semplicemente qualcosa al rumore circostante, ma cerca uno spazio di verità. «Nella nostra Calabria non c’era un sistema dell’arte sviluppato- ha raccontato Antonio Pujia Veneziano-. Non c’erano gallerie, musei, curatori: mancavano molte delle strutture necessarie per sostenere il lavoro degli artisti. Oggi, guardiamo a una Calabria che si è sviluppata, che possiede un sistema museale e culturale più strutturato nelle città di Cosenza, Reggio Calabria e Catanzaro. Questo rappresenta un sostegno importante per chi continua a lavorare nella ricerca artistica. L’arte ha un valore formativo ed educativo e negli ultimi tempi è stato riconosciuto anche dal punto di vista scientifico e curativo».
 
Accanto ad Antonio Pujia Veneziano, la sezione Artisti del Premio Elmo 2026 ha celebrato Angela Pellicanò, artista reggina capace di costruire un percorso riconosciuto a livello internazionale attraverso la pittura, la scultura, la ceramica e l’installazione. La sua ricerca, da sempre orientata al dialogo tra materia e pensiero, ha portato le sue opere in prestigiosi contesti espositivi: dalla rappresentanza dell’arte italiana al Museo del Louvre di Parigi alla partecipazione a due edizioni della Biennale di Venezia. Artista, curatrice e progettista culturale, Pellicanò è oggi una delle figure più rappresentative del panorama contemporaneo dello Stretto, promotrice di importanti iniziative come Bovarché e la Biennale dello Stretto, esperienze capaci di trasformare il territorio in un laboratorio aperto di confronto e creatività. L’Associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento ad Angela Pellicanò per la capacità di costruire un originale equilibrio tra emozione e ragione, tra gesto artistico e matrice concettuale; una ricerca nella quale tecniche e linguaggi differenti si incontrano per unire epoche e memorie, proiettandole verso una dimensione futura scandita dalla forza del colore. «Ricevere questo premio è una bella emozione- ha raccontato Angela Pellicanò-. Il tema di questa edizione mi riporta al sistema dell’arte, dove alcuni artisti sembrano quasi essere collocati su un banco di vendita perché esiste un’organizzazione che li sostiene e li promuove. In Calabria non è sempre facile comprendere cosa ci sia realmente dietro il percorso di un artista. Esiste una grande mercificazione, una sorta di supermercato dell’arte». Da qui il messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni: «Ai giovani dico di studiare, di formarsi, di leggere, di costruire degli appigli culturali. Non basta saper fare: bisogna saper immaginare. Bisogna avere radici profonde da cui attingere e strumenti per guardare oltre».
 
Il Premio Elmo ha dedicato un importante riconoscimento anche al mondo dell’editoria, considerata una delle infrastrutture fondamentali della crescita civile e democratica di una comunità. Il premio è stato assegnato a Rubbettino Editore, una delle realtà editoriali più autorevoli del Mezzogiorno e del panorama nazionale. Fondata nel 1972 a Soveria Mannelli da Rosario Rubbettino, la casa editrice ha saputo trasformare un’esperienza nata in Calabria in un punto di riferimento per la saggistica italiana, l’economia, la politica e le scienze sociali. Una storia costruita sulla capacità di coniugare radicamento territoriale e apertura internazionale, innovazione imprenditoriale e promozione culturale. Nel corso degli anni Rubbettino ha sviluppato un vero ecosistema culturale attraverso iniziative legate alla sostenibilità ambientale, il Museo d’Impresa e il Parco d’Arte Contemporanea CARTA, mantenendo saldo il legame con il territorio d’origine e ampliando progressivamente la propria rete di relazioni con studiosi, intellettuali, centri di ricerca e protagonisti della vita culturale italiana. Oggi, guidata dai figli Florindo e Marco Rubbettino, la casa editrice rappresenta un laboratorio indipendente di produzione e diffusione delle idee, capace di offrire ai lettori strumenti di interpretazione della realtà attraverso una prospettiva libera da condizionamenti ideologici.
 
L’associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento a Rubbettino Editore per aver proseguito la visione innovativa del suo fondatore, consolidandosi come punto di riferimento dell’editoria italiana, promuovendo il valore della conoscenza, la libertà del pensiero e una cultura della sostenibilità intesa come responsabilità verso il bene comune. «La cultura serve a leggere il passato, ma serve anche a scrivere la contemporaneità, così come l’arte- ha affermato Florindo Rubbettino-. La forza trasformativa della cultura è straordinaria: è qualcosa di profondamente immateriale, ma allo stesso tempo tra le cose più concrete che possano esistere. Il nostro lavoro consiste proprio in questo e siamo orgogliosi di portarlo avanti». Nel suo intervento, Rubbettino ha sottolineato anche il valore del libro nell’epoca digitale: «Il digitale ha molte potenzialità, ma il libro possiede una caratteristica unica: può essere letto offline. Significa vivere un’esperienza privata, lontana dagli algoritmi che osservano i nostri comportamenti e ci propongono soltanto ciò che già conosciamo, ciò che conferma le nostre idee». Il libro, invece, conserva ancora la capacità di sorprendere e mettere in discussione: «Spesso i libri non ci danno ragione. Ci fanno incontrare qualcosa che non stavamo cercando, ci mettono in crisi e proprio per questo rappresentano una delle cose più preziose in un’epoca dominata dagli algoritmi».
 
La sezione Moda del Premio Elmo 2026 racconta tre declinazioni diverse del talento: la capacità di custodire una memoria antica trasformandola in futuro, la forza creativa di chi ha portato il proprio sguardo oltre i confini regionali e il valore di un sapere artigiano che continua a rappresentare una delle espressioni più autentiche del Made in Calabria. Tre percorsi diversi, accomunati dalla stessa idea: la bellezza non è soltanto ciò che appare, ma ciò che nasce dall’incontro tra competenza, visione e radici profonde. Il primo riconoscimento è stato assegnato alla cooperativa Nido di Seta, realtà nata a San Floro che ha riportato in vita l’antica tradizione calabrese della bachicoltura e della produzione della seta. Un progetto capace di intrecciare tutela della memoria, ricerca, sostenibilità ambientale e sviluppo economico, restituendo dignità a un patrimonio identitario che sembrava destinato alla scomparsa.
L’associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento a Nido di Seta per aver riportato in Calabria il prezioso percorso della via della seta, recuperando tecniche, conoscenze e valori di un’antica filiera produttiva che ha segnato la storia della regione, reinterpretandola attraverso una sensibilità contemporanea attenta all’ambiente e all’impatto sociale.
Una scelta che racchiude il senso più profondo della restanza: non rimanere fermi, ma partire dalle proprie radici per generare nuove possibilità. «Sono nata in Calabria e sono tornata da tredici anni- ha raccontato Miriam Pugliese della cooperativa Nido di Seta-. Probabilmente abbiamo smesso di guardare un luogo per ciò che manca e abbiamo iniziato a osservare ciò che possiede. Abbiamo imparato a guardare il nostro territorio con occhi diversi». Per Nido di Seta la seta non è soltanto una produzione, ma uno strumento di riscatto territoriale: «La Calabria è stata protagonista della produzione della seta in Europa, dal Pollino all’Aspromonte. A San Floro siamo partiti da un vecchio setificio abbandonato, da qualcosa che già esisteva. Il territorio spesso nasconde opportunità che aspettano soltanto di essere riconosciute».
 
Il Premio Elmo ha celebrato anche Claudio Ligato, stilista calabrese protagonista di una carriera internazionale costruita accanto ad alcune delle più importanti maison della moda mondiale, da Gianni Versace a Jean Paul Gaultier, da Roberto Cavalli fino alla maison Elie Saab. Un percorso che lo ha portato a collaborare con grandi nomi della moda e a vestire celebrità internazionali, portando il talento calabrese sulle passerelle più prestigiose. L’Associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento a Claudio Ligato per aver saputo valorizzare il proprio talento e interpretare la moda come linguaggio universale della creatività: una forma d’arte capace di attraversare culture, epoche e tradizioni differenti attraverso il filo comune della bellezza.
«La creatività nella moda, così come nell’arte, è una fonte inesauribile e straordinaria- ha raccontato Ligato-. Da ogni esperienza ho imparato qualcosa. Ho lavorato con grandi maison, ho dato e ricevuto tantissimo. La moda è una passione che continua a sorprendermi anche dopo tanti anni». Uno sguardo rivolto al futuro, con nuovi progetti in cantiere: «Sto lavorando a una nuova linea di moda. È una grande responsabilità, ma anche una nuova sfida. Ricevere questo premio è una grande emozione».
 
A chiudere la sezione Moda il riconoscimento a Silvano Barbalace, segretario generale di Confartigianato Imprese Calabria e consigliere del CNEL, per il costante impegno nella valorizzazione delle imprese artigiane e del patrimonio manifatturiero regionale. L’Associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il premio a Barbalace per l’attività svolta a sostegno delle piccole e medie imprese calabresi, per la tutela del valore dell’artigianato e per aver contribuito a restituire dignità a un settore che rappresenta una delle forme più alte di espressione creativa. «L’artigianato in Calabria, ma anche in Italia, ha scontato per anni l’idea di essere un mestiere di seconda classe- ha spiegato Silvano Barbalace-. In realtà rappresenta un’opportunità concreta, soprattutto per i giovani, che possono trovare in questo mondo gratificazione e possibilità di costruire il proprio futuro». Figlio di un artigiano, Barbalace ha raccontato anche il valore di una scelta personale: «Ho deciso di studiare e rimanere in Calabria. Oggi faccio il lavoro più bello: aiutare le imprese artigiane a crescere, evolversi e trasferire le proprie competenze alle nuove generazioni. Il nostro motto è “intelligenza artigiana”, non intelligenza artificiale. Significa utilizzare la tecnologia senza perdere quelle caratteristiche artistiche, umane e sensibili che appartengono al lavoro dell’artigiano».
 
Il Premio Elmo 2026 ha scelto di raccontare anche il valore di chi, attraverso il volontariato, la ricerca e l’impegno quotidiano, costruisce cultura come spazio di relazione e strumento di trasformazione collettiva. Tra i riconoscimenti assegnati figura quello alla Fondazione Rocco Guglielmo, realtà che negli ultimi anni si è affermata come uno dei più importanti presìdi dedicati all’arte contemporanea nel Mezzogiorno. Attraverso mostre, residenze artistiche e progetti come GLOCAL e Hub Calabria, la Fondazione ha contribuito a rendere Catanzaro un luogo di riferimento per la ricerca artistica contemporanea, creando un dialogo costante tra dimensione locale e scenari nazionali e internazionali. L’associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento alla Fondazione Rocco Guglielmo per aver perseguito, in una fase di rinascita culturale della Calabria, un’esperienza artistica libera e aperta al confronto internazionale, capace di misurarsi con il mondo senza mai recidere il legame con il territorio. «È una grande soddisfazione ricevere questo premio- ha dichiarato Rocco Guglielmo- perché rappresenta il riconoscimento di un lavoro svolto nel tempo. Sono sedici anni di attività durante i quali abbiamo portato la Calabria all’attenzione nazionale e internazionale, diventando anche un trampolino di lancio per tanti giovani artisti che operano nella nostra regione». Un impegno ancora più significativo in un territorio dove investire in cultura richiede coraggio: «Nel Sud è più difficile. Investire nell’arte significa dedicare alla bellezza e alla cultura un impegno che non può essere trascurato. L’arte permette di fermarsi, in una dimensione sempre più veloce, e di riscoprire il valore del bello e della vita».
 
Il Premio Elmo ha riconosciuto inoltre il lavoro della Fondazione Le Idee di Chicco, nata per custodire e trasformare in azione concreta l’eredità di Francesco Occhiuto, promuovendo ricerca, prevenzione e sensibilizzazione sul tema della salute mentale. Attraverso collaborazioni con l’Università della Calabria e il CNR, la Fondazione sviluppa progetti dedicati al benessere psicologico e alla costruzione di una nuova cultura dell’ascolto, affrontando una delle grandi emergenze sociali della contemporaneità. L’Associazione Piazza Dalì e il comitato scientifico del Premio Elmo hanno conferito il riconoscimento alla Fondazione Le Idee di Chicco per la sua capacità di utilizzare cultura ed eventi come strumenti per riportare al centro il valore della persona umana, del rispetto e della prevenzione; un impegno volto a promuovere una maggiore consapevolezza sulle malattie mentali e sull’importanza di un ascolto autentico dell’altro. A ritirare il premio è stato il direttore della Fondazione, Simone Tropea, che ha ricordato il senso profondo di questo percorso: «Questa fondazione accompagna chi vive una guerra invisibile, quella della sofferenza psicologica. La storia di Chicco nasce dall’incontro con un papà distrutto dal dolore per la perdita di un figlio straordinario, uno psicologo con un sogno: costruire una cultura dell’attenzione verso la salute mentale».
 
Tra i momenti più significativi del Premio Elmo 2026 il riconoscimento speciale assegnato a Vito Teti, tra i più autorevoli antropologi italiani e uno degli studiosi più profondi delle culture mediterranee, dei territori e delle trasformazioni sociali del Mezzogiorno. Docente universitario, scrittore e intellettuale, Teti ha dedicato la sua ricerca al rapporto tra memoria e futuro, tra luoghi e identità, elaborando il concetto di “Restanza”, oggi divenuto una delle categorie più rilevanti del dibattito culturale contemporaneo per comprendere il significato dell’abitare, del rimanere e del rigenerare. Attraverso le sue opere ha contribuito a cambiare lo sguardo sui piccoli borghi, sull’emigrazione, sull’abbandono delle aree interne e sulle possibilità di rinascita dei territori marginalizzati, restituendo dignità a luoghi spesso raccontati soltanto attraverso la lente della perdita. Un riconoscimento che si lega profondamente al tema dell’edizione 2026: in una realtà dominata dalla sovrabbondanza di immagini e narrazioni veloci, il pensiero di Teti invita a tornare alla profondità dei luoghi, alle storie custodite nelle comunità e alla necessità di scegliere ciò che merita di essere preservato e trasformato. «Da una parte c’è chi dice che alcuni paesi e alcuni luoghi della Calabria potrebbero estinguersi- ha precisato Vito Teti-. Se ci affidiamo soltanto all’algoritmo della demografia, tra dieci anni molti borghi potrebbero non esserci più. Ma accanto a questa possibilità esiste qualcosa che possiamo chiamare speranza». Una speranza che non nasce dall’illusione, ma dall’osservazione di ciò che già si muove nei territori: «Nessuno sa cosa accadrà domani, ma nessuno vede abbastanza quanto in Calabria stiano nascendo esperienze straordinarie: piccoli paesi animati da festival, organizzazioni, giovani che non si rassegnano al declino delle aree interne e delle zone marginali». Per Teti la sfida è una scelta culturale prima ancora che politica: «Dobbiamo decidere se investire in una direzione, se resistere in maniera attiva, creativa, dinamica e aperta, capace di accogliere anche persone che arrivano da fuori, oppure se sederci sul gradino di una chiesa aspettando che il peggio accada». Un’immagine potente, che richiama proprio il luogo del Premio: il sagrato della Chiesa Madre San Teodoro Martire. «Penso che San Teodoro non sarebbe d’accordo- ha aggiunto con ironia e partecipazione-. Ci prenderebbe con un elmo in testa e ci direbbe di darci da fare, di ritrovare dentro di noi quell’energia, quella forza e quell’entusiasmo per poter dire: ce l’abbiamo fatta». Una Calabria che non chiede più di essere raccontata attraverso i suoi limiti, ma attraverso ciò che produce: «Siamo primi in tanti campi. Certi primati vanno inseguiti senza angoscia e senza ansia, per fare sì che questa terra diventi finalmente un luogo normale, rispettato e conosciuto per quello che crea e realizza, non per le etichette che spesso le vengono attribuite in maniera ingenerosa». Nel suo intervento anche il richiamo alla memoria di Corrado Alvaro, nel settantesimo anniversario della scomparsa: «Abbiamo un gigante da ricordare. Alvaro non ha raccontato soltanto la Calabria, ha raccontato l’Europa e il mondo. Ha anticipato molte domande del nostro tempo». Una lezione che racchiude il senso più profondo della Restanza: «Tradizione e modernità devono camminare insieme. Non possiamo andare verso le stelle senza avere un villaggio nella memoria».
 
L’associazione Piazza Dalì ha conferito il Premio Speciale anche al giornalista Emilio Buttaro, impegnato da oltre quarant’anni nel racconto dell’Italia e delle comunità italiane nel mondo. Una carriera costruita tra radio, televisione e stampa nazionale e internazionale, con un filo conduttore preciso: mantenere vivo il legame tra il Paese e gli italiani residenti all’estero, trasformando il giornalismo in uno strumento di memoria e connessione. «Ho iniziato questa attività quarantadue anni fa- ha raccontato Buttaro- e il filo conduttore di questi decenni è sempre stato l’entusiasmo, una passione rimasta intatta nel tempo. Sono emozionato perché Rizziconi, insieme a Reggio Calabria, è stata la culla dei miei sogni di bambino. Qui tornavo la domenica con la mia famiglia, dai miei nonni paterni. Oggi questo premio ha un significato doppio: quello del riconoscimento professionale e quello dell’abbraccio con una comunità che appartiene alla mia storia». Un pensiero speciale è andato al padre: «Dedico queste emozioni a mio padre, nato a pochi metri da qui. Ricevere questo premio significa sentirlo ancora più vicino».
 
Nel grande “Supermarket” del presente, dove tutto corre verso il consumo e l’oblio, il Premio Elmo ha scelto di fermarsi davanti a ciò che non si compra: il valore di una storia, la forza di un’idea, la luce di una visione. Perché una comunità non si misura da ciò che espone, ma da ciò che custodisce. Non dagli scaffali che riempie, ma dai semi che riesce a piantare. E probabilmente è proprio questo il compito della cultura: trasformare il tempo che passa in qualcosa che resta.
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