“Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri” - Oscar Wilde
HomeCalabriaDe Masi ricorda Denise e Lea Garofalo: "I testimoni di giustizia sono...

De Masi ricorda Denise e Lea Garofalo: “I testimoni di giustizia sono una risorsa della Repubblica”

La morte di Denise ha riaperto una riflessione profonda sul prezzo pagato da chi decide di rompere con la ’ndrangheta e affidarsi allo Stato. A intervenire è l’imprenditore calabrese Antonino De Masi, testimone di giustizia che dal 2013 vive sotto scorta insieme ai suoi familiari dopo le denunce contro la criminalità organizzata.

«La morte di Denise mi ha costretto a fermarmi. Vorrei provare a comprendere e, soprattutto, rivolgere alcune domande a noi cittadini, alla società e alle Istituzioni», afferma De Masi.

Il suo pensiero parte dalla figura di Lea Garofalo, giovane donna calabrese che decise di spezzare il legame con l’ambiente criminale nel quale aveva vissuto e di collaborare con la giustizia. Una scelta che, ricorda l’imprenditore, la pose davanti a conseguenze durissime.

«Da una parte c’erano il denaro, il potere, la sicurezza materiale; dall’altra la dignità e la libertà», osserva De Masi, sottolineando come quella seconda strada significasse rinunciare alle proprie certezze, allontanarsi dalle radici, vivere sotto protezione ed esporsi alla vendetta.

Lea scelse comunque di denunciare. «Scelse quale ricchezza lasciare a sua figlia: la dignità di essere libera. Per quella scelta Lea fu uccisa».

Poi c’è Denise, la figlia, che negli anni successivi confermò quella stessa rottura con il mondo criminale e si schierò dalla parte della madre.

«Denise scelse sua madre», afferma De Masi, ricordando il valore delle parole con cui, una volta adulta, la giovane aveva rivendicato la propria condizione di testimone di giustizia e la decisione assunta contro il padre come un percorso di libertà.

Per l’imprenditore, la storia di madre e figlia rappresenta una vicenda che chiama in causa non soltanto la criminalità organizzata, ma anche la capacità dello Stato e della società di accompagnare chi sceglie di opporsi alle mafie.

De Masi pone l’accento sulle conseguenze umane di una vita sotto protezione, fatta spesso di identità da nascondere, rapporti da interrompere e legami con il territorio da sacrificare.

«Un testimone di giustizia non è un oggetto da proteggere, è un essere umano», sostiene. «Dietro ogni pratica esistono una persona, una famiglia, dei figli».

Ed è proprio sui familiari dei testimoni che De Masi invita a concentrare maggiore attenzione. Figli e ragazzi, sottolinea, possono ritrovarsi coinvolti nelle conseguenze di decisioni non prese direttamente da loro, vedendo compromessa per anni la possibilità di una vita normale.

L’imprenditore chiarisce di non voler sovrapporre la propria esperienza personale a quella di Lea e Denise. «Sarebbe sbagliato. Lo dico perché conosco quel bivio», precisa.

Da qui l’appello rivolto alle istituzioni affinché chi denuncia la criminalità organizzata non venga considerato soltanto come un soggetto da mettere in sicurezza, ma come parte attiva della società democratica.

Secondo De Masi, i testimoni di giustizia devono essere riconosciuti come «una risorsa della Repubblica, un riferimento», persone che con la loro scelta rendono concreta la possibilità di opporsi alla ’ndrangheta e difendere libertà e dignità.

Articoli Correlati