Un percorso di formazione professionale che unisce inclusione sociale, valorizzazione del patrimonio agricolo e tutela della biodiversità. È questo l’obiettivo di “Coltivare Speranze”, il progetto che coinvolge i detenuti della Casa di reclusione di Laureana di Borrello in un’attività dedicata all’olivicoltura e alla riscoperta della rara Olea Europaea Leucocarpa, meglio conosciuta come Olivo della Madonna.
Venerdì 1 agosto i partecipanti sosterranno l’esame finale del corso che li abiliterà come assaggiatori di oli vergini di oliva, dopo settimane di lezioni teoriche e pratiche curate dai tecnici dell’Arsac, dai docenti della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti dell’Archeoclub d’Italia.
A spiegare il significato dell’iniziativa è Anna Maria Rotella, archeologa e vicepresidente dell’Archeoclub d’Italia – sede di Vibo Valentia: “All’Ica di Laureana di Borrello, i detenuti sosterranno l’esame finale, dopo un percorso già avviato con lezioni di teoria e pratica. Il protocollo, tenacemente voluto da tutti i partner e che reca l’emblematico nome ‘Coltivare Speranze’, si articola su una serie di attività che ruotano intorno alla riscoperta di un olivo assai particolare, dai frutti bianchi come confetti, conosciuto anche come ‘Olivo della Madonna’, assai diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi, ma col tempo quasi scomparso e dimenticato”.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra la Casa di reclusione di Laureana di Borrello, Arsac, l’Ufficio per la Pastorale per la Cura del Creato della Conferenza Episcopale Calabra e Archeoclub d’Italia. Oltre alla formazione professionale, punta a recuperare una cultivar che per anni è stata considerata praticamente scomparsa.
La Leucocarpa si distingue per una caratteristica unica: durante la maturazione i suoi frutti diventano bianchi, anziché neri. Nei secoli scorsi dall’olivo si ricavava un olio utilizzato soprattutto per alimentare le lampade delle chiese, da cui deriva il nome di Olivo della Madonna.
Proprio grazie alle ricerche condotte da Anna Maria Rotella negli ultimi dieci anni è stato possibile riportare alla luce questa varietà. “Dalle ricerche effettuate fino a questo momento sembra che l’olio ottenuto dalle bianche drupe durante la combustione produca pochissimo fumo e ciò potrebbe averlo reso il combustibile ideale per alimentare le lampade all’interno delle chiese, ma è anche il motivo per il quale con l’avvento dell’energia elettrica è venuta meno l’esigenza di coltivare questa varietà. Quando questa ricerca è cominciata si ipotizzava che il secolare della cultivar fosse scomparso ed invece fortunatamente fino a questo momento sono stati ritrovati circa 120 esemplari, distribuiti in 80 dei 404 comuni calabresi”, racconta l’archeologa.
Un patrimonio che, però, necessita ancora di adeguate misure di tutela. “Ad oggi purtroppo non ci sono iniziative specifiche per mettere in sicurezza gli esemplari antichi della cultivar: eppure sarebbe indispensabile ai fini del mantenimento della biodiversità oggi tanto osannata. L’impegno di Archeoclub Aps, Italia Nostra e Wwf Vibo Valentia è quello di creare in Calabria ‘Il percorso dell’olivo bianco’, che metta insieme la particolarità di questo prodigioso olivo con le sue aree di diffusione, i diversi paesi e i luoghi di culto, la bellezza e la maestosità degli areali olivicoli regionali, fondendo tutto in un unico itinerario dedicato a questa straordinaria cultivar”, aggiunge.
Dal 2020 l’Archeoclub promuove inoltre la piantumazione dell’Olivo della Madonna nei pressi delle chiese calabresi, con l’obiettivo di preservarne la diffusione e rafforzarne il valore storico e religioso.
Anche i detenuti hanno contribuito concretamente a questa attività mettendo a dimora nuovi esemplari della Leucocarpa, partecipando così alla salvaguardia della biodiversità regionale.
Per Rotella il progetto rappresenta un’esperienza destinata a fare scuola: “È un modello nazionale che parte dalla Calabria. La necessità della salvaguardia della varietà, assicurata dalla messa a dimora presso i luoghi di culto a cura di Archeoclub, ma soprattutto il suo valore simbolico, paesaggistico e produttivo, hanno fatto nascere l’idea della sua propagazione e coltivazione all’interno degli istituti carcerari, con successiva donazione degli alberelli alla Conferenza Episcopale per la loro diffusione”.
L’iniziativa affianca alla coltivazione e alla donazione delle piante anche un percorso di qualificazione professionale. “Accanto a quest’attività di cura e donazione si è aggiunta, come naturale corollario, quella della formazione sul campo, attraverso i corsi professionali tenuti dall’Arsac. Quando enti e associazioni operano in sinergia e sintonia i frutti sono assicurati; perché, esattamente come l’albero a cui si ispirano, non si riducono a semplici desideri, ma, grazie alla fatica comune della cura, diventano percorsi e speranze concreti”, conclude.
