Trasformare la visita ad una fattoria didattica in un caso politico-culturale e addirittura in un simbolo di deriva patriarcale è un errore di prospettiva che rischia di allontanare l’attenzione dalle vere urgenze educative. Perché se la scuola deve certamente continuare ad abbattere stereotipi e differenze, è altrettanto vero che non tutto può essere piegato alla logica della denuncia ideologica, soprattutto quando basterebbero buon senso, confronto preventivo e responsabilità educativa per evitare forzature e clamori sproporzionati.
ERRORE DI COMUNICAZIONE CHE NON PUÒ TRAMUTARSI IN VIOLENZA DI GENERE
A intervenire sul caso che in questi giorni ha acceso il dibattito attorno al viaggio educativo di un istituto scolastico cittadino presso un’azienda agricola che ha suddiviso per genere l’esperienza didattica degli antichi mestieri è la pedagogista Teresa Pia Renzo, offrendo una lettura netta, educativa, chiara della vicenda. Nessuna assoluzione superficiale – dice – per qualcosa che sicuramente poteva essere comunicata dall’azienda proponente in modo diverso; ma neppure la condivisione di una narrazione che, a partire dalla distinzione tra attività ispirate ai mestieri di una volta, è arrivata a evocare perfino questioni strutturali legate a disparità e alla violenza di genere.
DISTINGUERE VIGILANZA EDUCATIVA DA ENFATIZZAZIONE DELLE COSE
Il punto – aggiunge – è distinguere la vigilanza educativa dall’enfatizzazione. In un contesto che richiama attività tradizionali e rappresentazioni del lavoro di un tempo, la suddivisione proposta non può essere automaticamente letta come un messaggio culturale deliberato o come un’azione orientata a consolidare modelli discriminatori. Attribuire all’impianto di quel volantino, che doveva essere strutturato decisamente meglio, un’intenzione ideologica significa oltrepassare il merito della questione e collocare l’episodio in una cornice che non gli appartiene.
IL PRINCIPIO È RENDERE ACCESSIBILE A TUTTI OGNI ESPERIENZA EDUCATIVA
Poi, però – sottolinea ancora la pedagogista – c’è un principio di fondo, che va sempre rispettato, per il quale qualunque esperienza o attività formativa rivolta ai bambini dovrebbe essere accessibile a tutti. È questo il criterio corretto, semplice, moderno, educativo. Ed è proprio da qui che sarebbe stato più utile partire, senza costruire un caso pubblico, senza esasperare il linguaggio, senza trascinare una scelta organizzativa dentro un conflitto simbolico che finisce per alterare i termini reali del problema.
RENZO: QUESTE POLEMICHE FANNO ABBASSARE LA GUARDIA SU VERI PROBLEMI
Chiamare in causa le istituzioni scolastiche su una vicenda del genere mentre troppo spesso si abbassa la guardia su fragilità educative ben più serie significa smarrire il senso delle priorità. Le difficoltà relazionali – ricorda – i comportamenti disfunzionali, l’impoverimento del patto educativo tra adulti, la fatica crescente della scuola nel presidiare davvero la crescita emotiva e civica dei più piccoli sono i fronti reali sui quali servirebbe una mobilitazione lucida, competente e continuativa.
SCUOLA, FAMIGLIA E COMUNITÀ INSIEME PER SUPERARE DISUGUAGLIANZE
La scuola – conclude Teresa Pia Renzo – resta il primo luogo in cui si formano rispetto, consapevolezza e libertà. Ma non può essere lasciata sola, né può essere richiamata soltanto quando una vicenda si presta a diventare terreno di scontro. Serve invece una corresponsabilità autentica, nella quale famiglie, educatori, associazioni e comunità sappiano collaborare per rafforzare il lavoro quotidiano che previene davvero disuguaglianze, violenze e derive culturali.
