di Alfredo Muscatello – C’è una cosa che si capisce solo dopo, e mai mentre succede, il tempo non ti forma all’improvviso, ti educa lentamente, con una pazienza che oggi farebbe quasi paura. Come una maestra di altri tempi. Di quelle che non spiegavano due volte nello stesso modo, ma lasciavano che fossi tu a tornarci sopra finché qualcosa, dentro, non si sistemava.
La scuola è stata questo, anche quando sembrava tutt’altro. Stress, interrogazioni, giornate lunghe, la sensazione di voler essere già altrove. E invece no, si era esattamente dove doveva essere. Io ho fatto il geometra. Un po grazie e un po per colpa dei miei, ma questa è un’altra storia. Una scuola tecnica, concreta, che già prova a metterti qualcosa in mano. Non solo teoria, ma una direzione. Un modo di guardare lo spazio, le proporzioni, le relazioni tra le cose. Senza accorgermene, stavo imparando a vedere. Nel frattempo c’era la vita.
Le sere, gli amici, il bisogno di uscire, di sbagliare, di non capire tutto subito. Perché nessuno capisce tutto subito e forse è giusto così. Poi il lavoro, che non è mai davvero una partenza, ma una continuazione. Di quello che si è stati, di quello che abbiamo studiato, di quello che si è scelto, e anche di quello che non si è scelto. Si continua a imparare, a investire. Non solo in quello che si fa ma in quello che si sta diventando.
Io non rimpiango neanche la mia timidezza. Oggi non mi appartiene più, ma allora sì. E quella distanza, quel modo di stare un passo indietro, mi ha dato tempo. Tempo per osservare, per ascoltare, per non essere sempre al centro. Forse è lì che nasce davvero il mio sguardo. Non dalla tecnica, ma da una posizione nel mondo.
Guardare prima di parlare.
Capire prima di intervenire.
Forse è lì che è nato il mio occhio da fotografo, quello più vicino al reportage che alla costruzione. Perché la vita, quando la guardi davvero, non ha bisogno di essere forzata.
“La vita la vita”, come dice Rino Gaetano.
E dentro quella ripetizione c’è tutto, il tempo che passa, le cose che cambiano, quelle che restano. Poi arrivano gli amori, sono una forza vera, concreta, che sposta equilibri, che ti toglie il sonno, che ti mette davanti a te stesso senza filtri. Io quelli li ho vissuti in un periodo in cui l’istinto e il desiderio spingono forte, a volte più della testa ma va bene così.
Ci ho perso il sonno, sì.
Ma non ho perso tempo.
Perché anche lì, come per il contadino, il raccolto non è l’unica misura.
Puoi anche perdere tutto, ma non perdi quello che hai imparato, a coltivare. Io ho imparato tanto, a credere, soprattutto a investire senza garanzie, a restare anche quando sarebbe stato più semplice andare via. Oggi sono sposato. Si continua a cambiare, è la vita lo abbiamo detto, il mondo intorno continua a proporsi anche lui con i suoi cambiamenti e rispetto a quelli dobbiamo continuare a leggere e modulare, come in auto sulla strada.
In tutto questo, la fotografia è arrivata o forse c’è sempre stata, come un modo per tenere insieme le cose. Non solo per raccontarle, ma per viverle meglio.
Perché fotografare, per me, non è mai stato solo scattare. È entrare in relazione, con le persone, con le loro storie, con i loro tentativi, con chi, in altri ambiti, sta facendo esattamente quello che faccio io, provare, sbagliare, riprovare, credere.
Un ristoratore, un artigiano, una coppia, un imprenditore, un politico…
Cambia il contesto, ma il processo è lo stesso, allora la fotografia diventa questo, un modo per riconoscersi negli altri, per vedere il tempo che lavora, non solo su di te, ma su tutto quello che ti circonda.
Non controlliamo il risultato.
Non possiamo decidere il raccolto.
Ma possiamo stare dentro al processo.
Possiamo imparare.
Possiamo guardare.
E a volte, con un po’ di fortuna e tanta attenzione, possiamo anche restituirlo.
Restituirlo non è solo un gesto individuale, non è solo il mio o il tuo sguardo, è qualcosa che può diventare collettivo, se troviamo il coraggio e la costanza, di CONDIVIDERE.
Un anno fa avevamo iniziato un discorso: https://ildispaccio.it/firme/ 2025/04/24/reggio-si-e- scordata-il-mare/ Un’idea semplice, costruire, pezzo dopo pezzo, un archivio visivo di questa città. Non quello ufficiale, non quello da cartolina. Ma quello vero, dei quartieri, delle attività, delle serrande alzate ogni mattina, delle luci storte, dei tentativi, delle fatiche, della vita che scorre anche quando non fa notizia. Reggio si è scordata il mare era solo un punto di partenza, un invito per dire guardiamo meglio.
Oggi quell’invito ha ancora più senso, perché se è vero che il tempo insegna, è anche vero che senza memoria non si impara davvero. La memoria, oggi, passa anche dalle immagini che siamo capaci di raccontare perché ci hanno rubato l’attenzione. Per questo l’invito resta lo stesso, ma forse è ancora più urgente, condividete le vostre fotografie.
Non quelle perfette, quelle vere, che raccontano dove siamo, come viviamo, cosa sta cambiando e cosa no. Perché solo così possiamo costruire uno sguardo comune.
E solo da uno sguardo comune può nascere una consapevolezza.
Anche politica, sì ma non quella degli slogan, delle promesse, delle campagne elettorali ma quella concreta, quotidiana, che nasce dal vedere e dal riconoscere.
Cosa funziona.
Cosa manca.
Cosa meritiamo.
Perché una città non si racconta da sola. tanto meno devono essere gli altri a raccontarcela, è un gesto sociale, politico, alto! La nostra città va guardata, attraversata, restituita. Forse, se impariamo a farlo insieme, sapremo anche chiedere, con più lucidità e meno rumore, che sia all’altezza di chi la vive.
scrivete a archivio@ laltrapartedellostretto.com
