di Alfredo Muscatello – Nomine, consenso e continuità del potere nella campagna elettorale reggina
C’è una campagna elettorale che si vede, fatta di manifesti, candidati e promesse e poi ce n’è un’altra che si muove sotto traccia, più silenziosa ma decisiva, quella delle nomine, delle relazioni, dei posizionamenti.
A Reggio Calabria, nelle settimane che precedono il voto, questa seconda campagna sembra aver preso il sopravvento sulla prima. Da un lato, una moltiplicazione di candidati che restituisce l’immagine di una partecipazione ampia, diffusa, quasi vitale. Dall’altro, una macchina amministrativa che, invece di rallentare, accelera, incarichi, staff, presenze che si consolidano proprio mentre la città dovrebbe interrogarsi sul proprio futuro.
Non è una contraddizione ma un modello. Le nomine effettuate a ridosso delle elezioni sono formalmente legittime certo, rientrano nelle prerogative di chi governa e possono essere giustificate come atti di continuità amministrativa. Ma la loro lettura cambia se inserita nel contesto politico in cui avvengono. Non costruiscono una visione bensi costruiscono una rete.
Una rete fatta di relazioni personali, appartenenze, prossimità. Una struttura che non serve tanto a governare, quanto a garantire una presenza, a mantenere un presidio, a restare dentro il sistema anche quando il sistema cambia forma.
È qui che emerge una figura non dichiarata ma perfettamente riconoscibile, quella degli alfieri di guardia.
Non decisori, non protagonisti. Ma presenze collocate nei punti giusti, capaci di mantenere continuità, custodire relazioni, accompagnare le transizioni.
Oggi a Reggio Calabria il punto non è chi vince ma chi resta e con quale peso, allora forse serve cambiare modo di guardare questa scena.
Infatti come in fotografia, c’è chi davanti a un tramonto si lascia prendere dalla bellezza e scatta. Non si pone troppe domande, il cielo è rosso, il mare riflette i colori, basta così. L’immagine funziona, emoziona, piace.
E poi c’è chi si ferma, guarda davvero, misura i pesi, i volumi, la linea dell’orizzonte. Decide quanta parte di cielo lasciare e quanta di mare, dove cade la luce, dove si addensano le ombre.
Si sceglie persino come esporre quella scena, sapendo che ogni scelta cambierà il racconto.
La politica, oggi, a Reggio Calabria somiglia molto a quel tramonto.
Si può guardare e basta oppure si può leggere. e leggendo, l’immagine cambia.
In questo contesto, la probabile affermazione di Francesco Cannizzaro appare meno come una rottura e più come l’emersione di un equilibrio già consolidato.
La sua energia politica è evidente, così come la capacità di costruire consenso ma poi, proprio per quello che si legge con la giusta lentezza la domanda diventa inevitabile, considerati gli equilibri e le relazioni che sembrano già misurati, quanto spazio ha oggi un amministratore locale nel determinare realmente il destino del proprio territorio? Considerando anche un altro fattore, quello che si muove all’interno di traiettorie più ampie, definite altrove, intendo la direzione di partito e la sua più fitta stretta di rapporti su sanità, lavoro, investimenti che continuano a disegnare un Mezzogiorno in una posizione strutturalmente fragile?
Non è una questione personale è una questione di funzione.
In molti casi, il livello locale finisce per diventare il punto di mediazione tra decisioni prese altrove e bisogni che restano qui. E in questa mediazione o forse meglio in quella incapacità di risposta che si costruisce il consenso, si distribuiscono opportunità, si mantengono equilibri.
Anche il ruolo dell’elettorato, dentro questo schema, cambia.
Non è più chiamato a scegliere tra visioni alternative, ma a riconoscersi in relazioni di prossimità, un volto conosciuto, una rete familiare, una possibilità concreta. È una partecipazione reale, ma limitata. Coinvolgimento senza piena incidenza.
E così il voto rischia di trasformarsi in un gesto prevedibile, più che in una scelta trasformativa non per disinteresse ma per mancanza di alternative strutturate.
In fondo, viene da pensare che Rino Gaetano avesse già intuito molto di questo. In Nuntereggae più metteva in fila nomi, ruoli, appartenenze, senza distinguere troppo.
Non per confondere, ma per suggerire una verità semplice e scomoda, che spesso il sistema conta più delle differenze che lo attraversano.
A Reggio Calabria, oggi, quella sensazione ritorna.
La campagna elettorale si muove, i candidati aumentano, le energie si moltiplicano. Ma sotto la superficie resta una domanda, silenziosa e centrale, quanto spazio c’è, davvero, per cambiare?
Eppure una possibilità esiste.
Sta proprio nello sguardo.
Nel passare da spettatori a osservatori.
Nel riconoscere i meccanismi senza per questo rinunciare a partecipare, nel pretendere che il consenso non sia solo relazione, ma responsabilità.
Anche per chi governerà.
Perché se è vero che una parte dell’elettorato è fatta di relazioni, amicizie, prossimità, è altrettanto vero che esiste una parte silenziosa, meno visibile ma reale, che chiede altro. Chiede visione, coraggio e magari una città che non sia solo mantenuta, ma trasformata.
E forse è proprio lì che si gioca l’unica possibilità di cambiare davvero l’immagine.
Non il tramonto.
Ma il modo in cui decidiamo di guardarlo.
