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“Il tempo del male”, Gioffrè: “La ‘ndrangheta si alimenta delle disuguaglianze”. A Olivadi un confronto tra letteratura, memoria e futuro della Calabria

«La ‘ndrangheta si alimenta delle disuguaglianze. Se riuscissimo a eliminarle, perderebbe la sua forza». È probabilmente questo il passaggio che meglio sintetizza il senso profondo de Il tempo del male, l’ultimo romanzo di Santo Gioffrè, presentato nell’ex chiesetta dell’Addolorata, in contrada Paraspiti a Olivadi, nel corso di un incontro che ha trasformato la letteratura in occasione di confronto civile sul presente e sul futuro della Calabria.

Promosso dall’associazione culturale Livadìa, presieduta da Daniele Tommaso Mellace, l’appuntamento ha visto dialogare con l’autore il consigliere regionale e capogruppo di Tridico Presidente Enzo Bruno e il docente dell’EHESS di Parigi Paolo Napoli, con la moderazione della giornalista Maria Rita Galati. Più che una semplice presentazione letteraria, l’incontro si è trasformato in una riflessione collettiva sul rapporto tra memoria, potere, criminalità, sanità e identità calabrese.

Fin dalle prime battute Gioffrè ha chiarito quale sia la natura del suo lavoro. «Non mi considero uno scrittore interessato esclusivamente alla narrazione. La mia è una scrittura militante», ha spiegato, sottolineando come il romanzo nasca dalla paura dell’oblio e dalla necessità di consegnare alla memoria collettiva fatti realmente accaduti che hanno segnato la storia della Calabria e, in parte, anche quella del Paese.

Il protagonista, Gesualdo, è un medico che lascia la Calabria per costruirsi una vita altrove, ma non riesce mai davvero a recidere il legame con la propria terra. Una vicenda fortemente autobiografica che prende le mosse dalla faida di Seminara, senza però voler raccontare la criminalità come fenomeno spettacolare. «La faida non è il centro del romanzo – ha spiegato Gioffrè – ma il punto di partenza per raccontare come quel male continui a manifestarsi oggi attraverso nuove forme, come lo spopolamento e l’emigrazione».

È proprio lo spopolamento, secondo l’autore, la vera emergenza della Calabria contemporanea. «Tra dieci anni rischiamo di trovarci davanti a un territorio svuotato. I giovani non partono soltanto per gli stipendi, ma perché mancano servizi, opportunità e prospettive». Da qui anche la preoccupazione espressa rispetto agli effetti dell’autonomia differenziata, che, a suo giudizio, rischia di aggravare ulteriormente il divario tra Nord e Sud.

Nel suo intervento Enzo Bruno ha collocato il romanzo all’interno della lunga esperienza umana e professionale dell’autore, ricordando come Gioffrè abbia sempre affrontato i drammi della Calabria da prospettive diverse: quella del medico, del dirigente pubblico, del politico e dello scrittore.

«Nei suoi libri descrive le ferite più profonde della nostra terra, a partire dalle faide, che non sono soltanto vicende criminali ma fenomeni che hanno segnato intere comunità», ha osservato Bruno. Il consigliere regionale ha sottolineato come Il tempo del male racconti il dramma di un uomo costretto a lasciare la propria terra, ma incapace di smettere di sentirsi calabrese, evidenziando anche il forte richiamo alla responsabilità civile che attraversa l’intera opera.

Secondo Bruno, il romanzo invita a non arrendersi davanti alle difficoltà di una regione ancora segnata dalla presenza della criminalità organizzata e da profonde disuguaglianze economiche e sociali. Per questo ha richiamato l’esigenza di colpire realmente i patrimoni mafiosi e di restituire i beni confiscati alle comunità, trasformandoli in strumenti di sviluppo e riscatto.

Il professor Paolo Napoli ha affrontato il romanzo da una prospettiva culturale e filosofica, soffermandosi sul particolare rapporto tra medicina e letteratura. «Il medico – ha osservato – è abituato a leggere i segni del male. Mi sono chiesto se Gioffrè abbia trasferito la stessa capacità diagnostica nella scrittura, individuando nella società i sintomi delle sue patologie».

Per Napoli uno degli aspetti più originali del libro consiste proprio nel rifiuto degli stereotipi sulla Calabria. L’autore, ha spiegato, evita qualsiasi rappresentazione folkloristica o identitaria della regione, preferendo raccontarla attraverso il filtro della memoria e dell’esperienza personale. «La memoria non diventa nostalgia – ha sottolineato – ma uno strumento per comprendere ciò che siamo stati e orientarci nel presente».

Il dialogo si è così sviluppato ben oltre i confini del romanzo, trasformandosi in un confronto sulla Calabria di oggi: una terra che continua a fare i conti con le proprie ferite, ma che, attraverso la cultura e il dibattito pubblico, cerca ancora gli strumenti per immaginare un futuro diverso. È forse questo il messaggio più forte lasciato da Il tempo del male: raccontare il male non significa arrendersi alla sua esistenza, ma riconoscerlo per impedirgli di diventare normalità.

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