di Valentina Mallamaci* – Per lavoro ho trascorso un’altra giornata a Milano, coinvolta in un team-working con persone che non avevano quasi nulla in comune e che in altri contesti si sarebbero guardati in cagnesco. Alla sera c’era il piano esecutivo del progetto concreto, di interesse sociale, declinabile in tutto il Paese.
Non mi ha colpita il risultato quanto ciò che nel metodo mancava: nessuno ha premesso il proprio titolo. Le persone hanno lasciato il ruolo appeso insieme alle giacche e per otto ore hanno fatto la cosa più rara del mondo: hanno lavorato alla pari.
Mentre ero lì è sorto spontaneo il confronto con la realtà che vivo in Calabria: tanto fumo e poco o zero arrosto. Interessi non trasparenti, personali prima che di comunità. Assenza di metodo e di competenze strutturali. Si dichiara una volontà di inclusione che non si realizza nei fatti.
Patologie precise che continuiamo a curare con lo stesso placebo: un altro tavolo, un altro protocollo d’intesa, un’altra fotografia di persone in piedi e pochi seduti a lavorare.
La prima patologia è il rapporto tra narrazione e prodotto. Da noi la narrazione arriva prima, e spesso arriva sola. Il comunicato è scritto la sera precedente. L’evento non serve a produrre qualcosa ma a poter dire che è stato fatto. Il fumo non è un difetto della lavorazione, è il prodotto.
La seconda è la più fastidiosa, l’opacità dell’interesse. La colpa non è avere un interesse personale, che potrebbe essere persino sano, è tenerlo nascosto sotto il vocabolario del bene comune, perché a quel punto nessuno può più fidarsi di nessuno e ogni proposta viene letta non per quello che dice, ma per quello che si sospetta serva. Dove l’interesse è dichiarato si negozia. Dove è occulto si logora.
Più volte in passato questo giornale ha parlato di melassa relazionale per descrivere un atteggiamento tipico della borghesia reggina-calabrese che ambisce a gestire il territorio. Un impasto vischioso, in cui non si riesce più a separare i fili, e dentro il quale ciascuno si muove guardando soltanto al proprio tornaconto. L’apparenza formale resta intatta, ma l’interesse comune, che dovrebbe essere la bussola, viene sistematicamente messo da parte. E quella melassa non nasce con un reato. Il reato è lo stadio terminale di una grammatica che pratichiamo ogni giorno in stanze dove non accade nulla di illecito: la stanza in cui nessuno dichiara perché è lì, in cui c’è la cura maniacale dell’apparenza e il contenuto assente, in cui il verbale è più curato del lavoro.
La terza patologia è l’improvvisazione. L’assenza di metodo non è vissuta come una carenza, ma come una qualità. La chiamiamo intuito, capacità di arrangiarsi, genialità meridionale. È il complimento che ci facciamo per non ammettere che non sappiamo progettare, darci un obiettivo verificabile e accettare che a fine giornata quell’obiettivo o c’è o non c’è. Il metodo non è burocrazia: è ciò che permette a persone che non si fidano l’una dell’altra di lavorare insieme lo stesso.
Neppure la politica, allo stato attuale, è una componente abilitante; non perché sia la causa di tutto questo, ne è la rappresentazione più fedele. Alla nuova giunta comunale di Reggio era stata promessa l’etichetta dei “migliori” senza spiegare migliori in cosa, rispetto a quale metrica, valutati da chi. “I migliori”, senza un criterio dichiarato, è solo un annuncio e in un territorio dove si esibiscono grandi esperienze politiche senza che dietro ci sia sempre un’esperienza professionale o lavorativa, “merito” rischia paradossalmente di diventare la parola più svuotata del vocabolario. Perché la regola vera non è premiare chi vale di più ma chi ha più conoscenze, chi è più abile a muoversi dentro la melassa senza restarci appiccicato e senza disturbare, dunque vince il meno scomodo. Possibilmente un uomo, non per una preferenza dichiarata, ma perché nel senso comune l’uomo è più gestibile, più disposto al compromesso, più prevedibile. Noi donne siamo notoriamente emotive e volubili: non sia mai che un consiglio di amministrazione o una qualsiasi riunione capiti nel giorno sbagliato del mese! Lo scrivo sorridendo, ma il sorriso dura poco, perché il pregiudizio non riguarda il nostro talento: riguarda la nostra maneggevolezza. Che, a pensarci bene, è quasi un complimento. Vuol dire che non ci considerano affidabili quando c’è da stare zitte!
In questa melassa di improvvisazione e demerito, capita poi di leggere nella cronaca locale che un professionista, per la laurea del figlio, avrebbe chiesto a un esponente di vertice non un viaggio, un’automobile o qualsiasi altro regalo materiale ma una dote di ‘ndrangheta… Dunque, ancora oggi, alla domanda: “Cosa posso dare a mio figlio che gli serva davvero, adesso che il pezzo di carta ce l’ha?” ci sono genitori che non rispondono con la ricerca di competenze, opportunità costruttive, capitale per l’avvio di una propria attività, ma credono sia più significativo l’appartenenza ad un grado, perché in quella rappresentazione del mondo è il grado che rende spendibile tutto il resto. La laurea è la condizione necessaria; la dote, quella sufficiente. E c’è un secondo dettaglio, ancora più istruttivo: stando alla ricostruzione degli inquirenti la richiesta sarebbe stata respinta. Non per scrupolo morale, ma probabilmente per opportunità.
C’è poi un ultimo ambito che purtroppo a volte abilita, o peggio alimenta, il sistema patologico appena descritto ed è quello delle organizzazioni sociali che spesso vede sorgere, in parallelo a quelle ufficiali, realtà che non hanno uno statuto, un’assemblea, un nucleo decisionale strutturato e pubblicamente riconosciuto.
Fin qui nulla di male: che le persone si scelgano e si frequentino fuori dalle sedi ufficiali è normale e anche salutare. Il punto di rottura, però, arriva quando il gruppo informale comincia a esercitare una funzione rappresentativa e persino decisionale che nessuno gli ha conferito. Il mandato non c’è ma c’è l’annuncio del mandato. Inutile dire che l’ammissione a quel cerchio ristretto non dipende assolutamente dal merito personale, perché la cooptazione riproduce chi coopta.
L’effetto peggiore di questo meccanismo, però, non ricade sul cerchio. Ricade sull’organizzazione ufficiale, quella pubblicamente riconosciuta, che viene svuotata dall’interno dalle stesse persone che ne fanno parte. Perché se le decisioni maturano altrove, lo statuto diventa un guscio, l’assemblea una liturgia e il voto una formalità. Ed è la ragione per cui risulta dolosamente ipocrita lamentarsi della disaffezione dei giovani verso qualsiasi tipo di organizzazione: nessuno ha voglia di entrare in una stanza dove sa già che non si decide!
Non sto paragonando un qualsiasi cerchio ristretto magari ad una cosca; sto dicendo che alla domanda “cosa abilita una persona”, la dote e il cerchio esclusivo danno purtroppo la stessa risposta: l’appartenenza, solo con modalità diverse, una la conferisce con un rito, l’altro con un invito.
E c’è l’effetto collaterale più reggino di tutti, quello che non produce inchieste ma produce danni ogni giorno: la vertigine da poltrona. Basta una nomina, a volte basta una posizione sociale appena più alta, misurata con un metro del tutto personale, perché una persona cambi statura in ventiquattr’ore, cominci a guardare dall’alto in basso chiunque altro e soprattutto, smetta di ascoltare. Perché ascoltare qualcuno che ha vissuto esperienze diverse significherebbe ammettere che esiste un metro esterno al cerchio ed è esattamente ciò che il cerchio non può permettersi.
Il conto di tutto questo non ha bisogno di conferenze stampa, basta camminare in città anche nei luoghi della movida e provare a cercare i giovani di 30-35 anni formati, competenti, che avrebbero gli strumenti per riprendersi la città. Dispersi. Non sono in giro perché per lo più non sono qui (e chi è rimasto si tira fuori). Se ne sono andati perché hanno fatto una valutazione elementare: dove il merito non è la variabile che decide, restare è irrazionale.
Allora la domanda vera è: cosa abilita una persona ad essere tra i migliori di un territorio? E cosa abilita un territorio ad essere produttivo e proattivo?
Non il titolo. Non il ruolo. Non l’anzianità di frequentazione dei tavoli. Non il numero di sigle messe in fila sotto il proprio nome. E non l’appartenenza, in nessuna delle sue forme.
La voglia di costruire. Gente che davanti a una cosa da fare cerca la soluzione e non l’ostacolo, che considera i problemi materiale di lavoro e non alibi da esibire. Non è una massima da poster motivazionale: è una condizione abilitante, l’unica che non richiede fondi, leggi regionali o permessi.
Per questo chiudo con una proposta invece che con un appello, che è il modo più elegante di non fare niente. Un appuntamento come quello di Milano. Nessun saluto istituzionale, nessun comunicato. Solo la dichiarazione di un obiettivo da trasformare in otto ore in un piano d’azione; ciascuno dichiara ad alta voce perché è lì e cosa ci guadagna, altrimenti resta fuori. A fine giornata quel piano o c’è o non c’è.
Costa una sala e un catering modesto. Il che rende molto difficile spiegare perché non lo abbiamo ancora fatto, soprattutto perché non lo ha fatto chi lo avrebbe come attività caratteristica, al netto dei proclami.
Ho il sospetto che il problema non sia che a Reggio e in Calabria questa giornata non si può fare. È che potrebbe riuscire e allora dovremmo smettere di raccontarci che la colpa è di qualcun altro.
Io la sala la cerco. Vedremo chi si presenta senza chiedere prima chi altro c’è!
*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina
