“Ho imparato così tanto da voi, Uomini... Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata scalata” - Gabriel Garcia Marquez
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Anna Mallamo al Premio Sila: “Col buio me la vedo io”

Iniziamo dalla fine. «Sarò una stupida sognatrice, ma credo davvero che la bellezza salverà il mondo». Anna Mallamo ha concluso così, ieri sera alla libreria Ubik, la presentazione di “Col buio me la vedo io”.
Quarto appuntamento con gli autori della Decina 2026 del Premio Sila.
E ha aggiunto: «Vi ricordate che diceva Peppino Impastato? Se si insegnasse la bellezza sarebbe la più grande arma contro le mafie. Noi siamo qui riuniti a parlare di una storia inventata. Stiamo facendo un atto politico rivoluzionario di resistenza umana. Ogni libro in più è una bomba in meno». A dialogare con l’autrice, il giornalista Giuseppe Smorto.
Prima dell’incontro, la direttrice del Premio, Gemma Cestari, ha voluto ricordare Romano Luperini, giurato del Premio Sila scomparso sabato scorso: «Un grandissimo intellettuale che ci ha onorato con la sua presenza. Per me è stato anche qualcosa di più: una persona con cui ho avuto un rapporto umano fatto di grande delicatezza. Gli dobbiamo molto: per il giurato che è stato, per l’intellettuale straordinario e per l’uomo».

Una lingua nuova per raccontare il Sud
Gemma Cestari ha aperto l’incontro sottolineando la maturità stilistica del romanzo: «L’invenzione di una lingua potentissima, nuova, mista del dialetto calabrese. Una lingua affilata come una lama, che disseziona la realtà. Una lingua ipnotica, musicale. Il punto è che riesce a reggerla da cima a fondo, senza una sbavatura, dalla prima all’ultima pagina».
Giuseppe Smorto ha posto subito la cornice storica: «Reggio Calabria per due anni rimase chiusa. Non potevi prendere il treno, non potevi andare in giro. I moti di Reggio hanno prodotto 19 morti. E in questa cornice c’è questo libro».
E ha chiosato: «C’è una frase che ho sentito per tutta la vita: “L’importante è che si ammazzino fra di loro”. È la più grande falsità. Non solo perché ci sono tante zone grigie e tante persone che fanno finta di non vedere, ma perché tra quelli ammazzati ci sono molti innocenti, molti che non hanno avuto giustizia».

1981: la metafora di Vermicino
Anna Mallamo ha spiegato la scelta temporale: «Il 1981 c’è per un motivo preciso: vi ricordate Vermicino,la vicenda del piccolo Alfredino Rampi caduto in un pozzo artesiano? Fu la prima vicenda a cui abbiamo assistito tutti in diretta tv, senza vedere assolutamente nulla. Mi è sembrato una metafora perfetta del nostro Sud: una cosa che si svolge sotto gli occhi di tutti e che nessuno vede. Reggio era una capitale della ’ndrangheta. Lo è tuttora. Eppure io la vivevo da ragazzina come una città normalissima. Noi negli anni Ottanta avevamo i paninari, cantavamo il rock con l’inglese maccheronico. Facevamo una vita da ragazze di famiglia. Io sono stata una liceale entusiasta del liceo classico. Non volevo negare l’ombra della ’ndrangheta. L’ombra c’è e prima o poi ci tocca. Noi possiamo decidere di guardare il sole e fare finta che l’ombra non ci sia. Se invece la realtà la guardi, la accetti, la realtà ti trasforma. Non volevo ridurre la narrazione alla solita storia di Gomorra. Volevo raccontare una città del Sud con enormi bellezze, una città che non è mai stata raccontata se non come città della ’ndrangheta o città dei moti di Reggio».

La lingua e il dialetto
Sull’uso del dialetto: «Io sono molto infelice del fatto che non so parlare il dialetto. Lo capisco ma non lo so parlare. Quando ero piccola era vietato. Sono stata la prima generazione a cui il dialetto è stato tolto. Ero gelosissima del fatto che mio padre e mia madre, quando pensavano di essere soli, parlavano in dialetto tra loro. Ho ripreso questo dialetto. È un dialetto lavorato, comprensibile, fatto in modo che ogni parola avesse un contesto. A me non interessava che fosse comprensibile. Volevo che le parole arrivassero con la loro forza emotiva, con la loro forza generativa. Il dialetto per me resta la lingua, il primo humus in cui mi sono nutrita».

Un romanzo di trasformazione
«Io amo chiamarlo romanzo di trasformazione. Non riesco a pensare un periodo della vita più gravido di trasformazioni dell’adolescenza. E in una città in trasformazione che era Reggio negli anni Ottanta, tra le due guerre di mafia. Lucia all’inizio partecipa di una mentalità che privilegia la vendetta sulla giustizia. Poi cambia. Il suo arco di trasformazione è questo. E questa trasformazione non l’ho io regalata a lei. È lei che l’ha regalata a me».
Giuseppe Smorto ha sottolineato: «Questo libro è pieno di speranza. C’è una reazione, una risposta a quella situazione. L’alternativa alla vendetta è la conquista. Dire io non mi vendico anche se tu mi hai fatto un torto».
La serata si è conclusa con la lettura di una pagina del romanzo: il momento in cui Lucia, mentre sogna a occhi aperti durante la lezione su Dante, vive il suo primo giro in Vespa con Carmine, il ragazzo di cui si è innamorata. Parole alate che hanno chiuso un indimenticabile pomeriggio dedicato alla letteratura come forma di resistenza.

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LA SCHEDA DEL LIBRO
Anna Mallamo – Col buio me la vedo io) – Einaudi
Lucia ha 16 anni e un cognome – Carbone – che spegne il suo nome, «come il nero e la luce, come la rabbia e l’amore». Del resto, ogni cosa sembra presentarsi doppia ai suoi occhi: maschile e femminile, ad esempio, o corpo e mente. E, soprattutto, il mondo di sopra, quello che abita ogni giorno con la sua famiglia, e il mondo di sotto: la buia cantina in cui ha rinchiuso Rosario dopo averlo rapito. In questo libro magnetico tutto è imprevedibile, perché tutto, proprio tutto, matura nell’immaginario di un’autrice che ha molto da dire e un modo originalissimo per farlo. Reggio Calabria, primi anni Ottanta. La sedicenne Lucia Carbone, studentessa del liceo classico, sequestra un compagno di scuola e lo imprigiona nello scantinato della casa della nonna morta da pochi mesi. Il ragazzo, Rosario Cristallo, è figlio d’un boss dell’Aspromonte, e Lucia lo ha rapito per due buone (o cattive) ragioni: la prima è che la sua migliore amica ne è innamorata, e vuole tenerlo lontano da lei, la seconda è che forse Rosario sa qualcosa sull’assassinio di una zia amatissima. Mentre fa visita ogni giorno al suo prigioniero, la vita di Lucia prosegue apparentemente come al solito: in famiglia – col padre, la madre e il fratellino Gedo –, nel quartiere e a scuola, dove Lucia si innamora di Carmine, un ragazzo dei quartieri alti. Reggio, intanto, città ferita che esce dalla prima guerra di ’ndrangheta, è teatro degli scontri tra il Fronte della Gioventù e il Collettivo studentesco: c’è una sorta di violenza diffusa, che prende strade diverse. E la violenza è anche nei gesti quotidiani di Lucia, e nelle cose, ad esempio in quel coltello rosso che si ritrova tra le mani quando scende nel mondo di sotto, dove c’è il suo segreto. Fino a quando ogni cosa si capovolge, il sopra e il sotto si confondono come tutti gli opposti, e lei matura una decisione inaspettata. “Col buio me la vedo io” è un romanzo che costruisce un universo a poco a poco, con forza, coerenza e una fantasia sbalorditiva, ricco di pagine da incorniciare, come quelle in cui una madre e una figlia piegano le lenzuola calibrando i gesti in una sorta di duello western. Ed è anche un libro sulla giustizia e sul Sud lontanissimo da tutti i cliché: quando usa il dialetto (sempre con parsimonia) non è mai per un effetto di colore ma per cercare a tentoni l’unico senso possibile. Perché il dialetto si può usare «per schermare o per chiarire, è la lingua dei grandi, funziona in tutti e due i modi». E il cibo è soprattutto uno strumento di potere e di controllo: «Se ti sfamo sei salvo, e sei mio».

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LA BIOGRAFIA DELL’AUTRICE
Anna Mallamo
Strettese, ovvero calabrese di Reggio emigrata a Messina e in continuo andirivieni sullo Stretto, è giornalista, dirige le pagine di Cultura e spettacoli della «Gazzetta del Sud» e gestisce un blog sull’«Huffington Post». Per «l’Unità» ha tenuto una rubrica settimanale che raccontava le gesta semiserie, ma profondamente politiche, di un condominio di anziane donne calabresi. È autrice di “Lezioni di tango” (Città del Sole 2010), sul mondo del tango e i suoi protagonisti, e suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste. Per Einaudi ha pubblicato “Col buio me la vedo io” (2025, Premio Supermondello).

 

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