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Putin, figlio e bonifico santo

di Mariagrazia Costantino* – Chiarezza morale: la capacità di distinguere in modo netto e inequivocabile tra bene e male, giusto e sbagliato, consentendo un’azione decisa basata su solidi principi etici. Implica la capacità di affrontare situazioni complesse con un senso di giustizia e integrità chiaro e incrollabile, spesso resistendo al relativismo morale o al compromesso … e – che sorpresa! – qualcosa di cui l’Italia è storicamente e fisiologicamente incapace.

In questi giorni qualcuno avrà forse letto o sentito della controversa partecipazione russa alla Biennale di Venezia, o più precisamente alla 61ª Mostra d’Arte Internazionale. Cosa c’è di male o di strano direte voi? Ve lo dico subito: l’allestimento del padiglione è stato affidato a una società che fa capo a Ekaterina Vinokourova, figlia dell’attuale ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. Si tratta quindi un progetto-vanità per diffondere l’arte di regime: quella voluta e promossa da Putin. Non ci trovate ancora niente di sbagliato? Ebbene di sbagliato c’è che l’arte, quella contemporanea in particolare – cioè quella realizzata da artisti viventi – deve essere libera. Indipendente. Sia dal punto di vista economico che da quello ideologico. Altrimenti è solo elaborata pubblicità.

Tanto per darvi l’idea di chi è e cosa fa un vero artista, nell’edizione 2022 fu la stessa delegazione della Russia (ovvero curatori e artisti) a rinunciare alla partecipazione, in segno di protesta contro l’invasione russa in Ucraina lanciata il 24 febbraio dello stesso anno. Perché il vero artista sa rinunciare a soldi e fama in nome dell’idea in cui crede. Fate ancora fatica a mettere a fuoco il dato? Magari questo vi farà capire meglio: mentre si svolgeva l’inaugurazione del padiglione, alla presenza dell’ambasciatore russo in Italia e con rinfresco a base di champagne, la Russia, ovvero il Paese rappresentato a Venezia, bombardava un asilo di Sumy, città dell’Ucraina. Un asilo con bambini veri, non installazioni. Risultato: trenta morti.

Difendendosi dietro la foglia di fico dell’arte che non si piega ai nazionalismi e alle guerre, il miracolato direttore della Biennale Patrick Tuttabirr volevo dire Tuttofuoco, strizzava l’occhio (e forse qualcos’altro) per segnalare a chi di dovere la sua fedeltà. Un fulgido esempio di bancarotta morale, di cui l’Italia è patria trasversale a destra come a sinistra. Passando disinvoltamente dalla dittatura fascista a quella dei sindacati. Dopotutto siamo o no il paese a cavallo tra i due blocchi? Siamo o no la parentesi rosa tra la parole cortina e di ferro? E siccome i giornalisti con la spina dorsale intatta sono stati già ammazzati, ridotti al silenzio o mandati in esilio – letteralmente o su piattaforme alternative –, gli altri, quelli che mentre si danno arie da guerriglieri sono più docili di pecorelle (sicuramente di Pecorelli), non hanno neanche il coraggio di fare due domande scomode alle autorità russe presenti, lasciando l’onere a giovani blogger stranieri con le idee molto più chiare.

E a Reggio Calabria che succede? Il torpore oppiaceo (o è sonnolenza digestiva?) che caratterizza la terra dei mangiatori di loto è scosso soltanto dalle urla degli ultras della Reggina – a metà tra danza rituale Maori e richiamo dei mufloni in amore – e dal fermento elettorale che vede la comparsa di uffici e ufficetti elettorali ricavati dai locali sfitti, metafora perfetta del valore residuo della politica in città e nel Paese tutto: l’occupazione, o rianimazione, temporanea di quello che è fallito da tempo. Ma, come mi piace ripetere, questa è pur sempre la città-laboratorio d’Italia – così indietro da essere avanti –, e allora, nonostante l’abitante medio si informi, o disinformi, attraverso qualche sgangherato post su Facebook del cugino, qui il rossobrunismo fa scuola e fa il giro completo: il fascista diventa comunista e viceversa. Perché in realtà il reggino vero cerca solo l’omaccione che lo sculacci e che gli dica cosa fare. Quell’omaccione in questo momento è russo e si chiama Vladimir Putin. Così, gente che ha visto uno squarcio di mondo solo in viaggio di nozze e comunque non ha capito molto, dirà che Putin è l’unico vero leader europeo (vagli a spiegare che tecnicamente la Russia non si trova in Europa). Oppure capiterà di incontrare imprenditori di belle speranze – bizzarri incroci tra Leonardo Maria del Vecchio e fuffaguru del mindset alla Maicol Pirozzi – che non vogliono sentire parlar male della Russia perché loro sono “in ottimi rapporti con la comunità russa in città”, ma non si premurano di specificare se la comunità di cui parlano sia a sua volta in buoni rapporti con il governo di Putin. Noi crediamo di sì, perché parte del suo poter straccione è comprarsi consenso a buon mercato anche fuori dalla Russia e infiltrare paesi storicamente amici – altra sorpresa: l’Italia è uno di questi – mentre i dissidenti russi, proprio come i dissidenti palestinesi e cinesi, non se li fila nessuno. Perché il vero dissenso non muove soldi e non è in vendita, e perché il Paese del «saremo io e te accussì, sarà pe’ sempe’ “sì”»  non vede certo di buon occhio chi rinnega la famiglia (mafiosa) in nome della dignità dell’individuo. «We are family» cantavano le Sister Sledge. Siamo una grande famiglia: Putin, figlio e bonifico santo.

*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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