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Reddito di merito o merito a reddito?

di Valentina Mallamaci* – La Regione Calabria ha annunciato con particolare enfasi l’arrivo del Reddito di Merito, uno strumento che punta a trattenere gli studenti più brillanti negli atenei locali attraverso un contributo economico mensile – da 500 a 1.000 euro – finanziato con 15 milioni di euro del Programma Operativo Complementare regionale. I numeri del fenomeno che si intende contrastare sono, del resto, inequivocabili. La Calabria, secondo i dati ISTAT, registra il tasso di emigrazione più alto d’Italia: quasi nove individui per mille residenti si sono diretti verso il Centro-Nord nel biennio 2023-2024, con Crotone che tocca picchi di quasi 11 per mille.

Dietro questi numeri c’è una realtà che la politica regionale conosce bene e che prova ad affrontare con uno strumento che, a ben guardare, non è poi così originale. È stata la risposta data sul palco delle promesse elettorali al “reddito di dignità”, sussidio regionale che richiamava, con venatura più suggestiva, il reddito di cittadinanza nazionale. Il risultato è che due misure costruite sulla stessa architettura vengono percepite in modo radicalmente diverso dall’opinione pubblica, semplicemente perché l’una evoca l’assistenzialismo e l’altra la meritocrazia. Il meccanismo, però, è il medesimo: soldi pubblici erogati a una categoria di beneficiari selezionata, con la speranza che ciò produca effetti virtuosi. La cornice cambia, la sostanza molto meno. Parlare di “premio ai giovani meritevoli” anziché di “sussidio” è politicamente più redditizio, perché non attiva i riflessi condizionati dell’elettorato ostile all’assistenzialismo.

Anche AlmaLaurea conferma che negli ultimi dieci anni il trend degli studenti calabresi fuori sede è in crescita arrivando al 36,2% nel 2024 e il 66,9% dei laureati calabresi di primo livello prosegue gli studi in un’altra regione. Percentuali significative che giustificano una reazione politica. La domanda è se quella reazione sia abbastanza lucida da andare oltre la narrazione.

Di fronte a questa emorragia, l’intuizione politica della Regione non è del tutto priva di una sua logica e c’è anche un effetto concreto e positivo che la misura può produrre, a condizione di leggerla correttamente.

Uno studio della Banca d’Italia (2022), ripreso da AlmaLaurea, mostra che le migrazioni dal Sud al Centro-Nord riguardano soprattutto gli studenti più preparati e provenienti da famiglie con condizioni socio-economiche favorevoli: il 24,4% dei laureati di secondo livello fuori regione proviene da una famiglia con background sociale elevato e il 36,4% ha almeno un genitore laureato. Nonostante il costo della vita e le tasse universitarie delle aree solitamente scelte come destinazioni siano superiori a quelli locali, molti studenti calabresi le trovano comunque più convenienti, perché non stanno spendendo solo per un titolo di studio, ma per accedere ad un ecosistema più dinamico ed attrattivo.

Detto altrimenti: chi può permettersi di partire probabilmente lo farà a prescindere da qualsiasi incentivo regionale. Chi invece può trarre vantaggio reale da questa misura è lo studente meritevole con una situazione economica meno agevole, per il quale mille euro al mese possono significare qualcosa di molto concreto: meno ore spese in lavoretti sottopagati e più tempo dedicato allo studio, magari con risultati migliori e un legame più autentico con il tessuto universitario locale. A supporto di ciò, i dati AlmaLaurea indicano che il 79,6% degli studenti con esperienze lavorative durante il corso di studi (47,4% del totale) ha riscontrato difficoltà nel conciliare studio e lavoro. Per questi ragazzi, un sostegno economico potrebbe avere una ricaduta reale sulla qualità della formazione.

Eppure, il messaggio implicito che per spingere i giovani a studiare occorra pagarli non regge, né storicamente né pedagogicamente; la storia è piena di menti brillanti cresciute tra mille difficoltà, e non certo grazie a premi mensili, che hanno trovato nello studio la propria via di riscatto sociale e personale. La motivazione intrinseca, il desiderio di capire, la consapevolezza che l’istruzione è un’opportunità e non un peso sono gli insegnamenti che dovremmo trasmettere.

Sostenere economicamente chi studia in condizioni di difficoltà è giusto e doveroso, ma presentarlo come “premio al merito” rischia di confondere due cose ben diverse: il sostegno al diritto allo studio e la remunerazione della performance accademica.

C’è poi un rischio collaterale che nessuno sembra voler nominare apertamente: se l’accesso al beneficio dipende dal mantenimento di una media elevata, qualcuno potrebbe essere tentato di allentare il rigore pur di non far perdere il contributo. Sarebbe un effetto paradossale: uno strumento pensato per premiare il merito che finisce per eroderlo dall’interno, gonfiando i voti anziché elevare la qualità della preparazione. Non si tratta di un rischio teorico, è una distorsione già osservata in altri sistemi di incentivazione legati ai risultati accademici, e che merita almeno di essere messa in conto.

Il problema di fondo, però, è strutturale e riguarda quello che succede dopo. Gli atenei calabresi hanno una criticità legata alle prospettive di carriera che la Calabria può offrire, a causa del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, per un dialogo non sempre strutturato e costante tra mondo accademico, mondo delle imprese e istituzioni.

La fuga dei cervelli dalla Calabria non è nella maggior parte dei casi una scelta economica contingente: è una scelta formativa e soprattutto prospettica. Chi sceglie di trasferirsi lo fa per le reti internazionali, i laboratori, i sistemi di placement, la qualità della vita e le opportunità professionali che seguiranno alla laurea, un orizzonte che mille euro al mese, per quanto benvenuti, non colmano.

Il Reddito di Merito, senza un parallelo investimento nella qualità degli atenei, nel loro collegamento con il tessuto produttivo e nella capacità della regione di offrire lavoro qualificato, rischia di essere un cerotto su una frattura: generoso nell’immediato, insufficiente nel medio periodo.

L’investimento genera, infatti, un beneficio diretto per gli atenei incentivando le iscrizioni locali, molto più che per i giovani, i quali avrebbero subito un’entrata ma senza alcuna garanzia di poter rimanere a costruire il loro futuro nella stessa regione.

Questo strumento può trattenere uno studente durante gli anni universitari, ma non cambia ciò che lo aspetta al termine. Il rischio concreto, quindi, è quello di finanziare una formazione di cui poi godranno sistemi produttivi di altre regioni, “anestetizzando” così l’effetto che si voleva conseguire. Sempre AlmaLaurea conferma che il 42,3% dei laureati di secondo livello che non lavorano in Calabria si è laureato in un ateneo calabrese.

Ciò si tradurrebbe, dunque, in un investimento perdente per la nostra regione che non ne vedrebbe il ritorno a causa di un sistema che non riesce a valorizzare il capitale umano che forma.

Ed è proprio qui che entra in scena la seconda faccia di questa storia, altrettanto problematica: quella della critica politica pervenuta rispetto a questo strumento che non sa guardare alle effettive criticità, legittime, fondate e davvero utili al dibattito pubblico.

Il messaggio che ha scelto di veicolare è invece un altro, e fa molto più danno di quanto i suoi estensori sembrino aver compreso: studiare con impegno e ottenere risultati eccellenti viene presentato come una sorta di gabbia di performance estrema, minacciando la salute mentale dei giovani.

È un errore culturale grave, prima che politico. Esiste certamente il tema del benessere psicologico degli studenti in contesti altamente competitivi e sarebbe sbagliato ignorarlo del tutto. Ma equiparare il merito – universitario o di altro genere – ad un’oppressione, e presentare come vittima privilegiata lo studente che ottiene risultati eccellenti, significa inviare ai giovani calabresi un messaggio pericolosamente distorto: che l’eccellenza è un fardello, che aspirare al meglio è rischioso, che forse conviene abbassare l’asticella. In una regione che ha il bisogno urgente di costruire cultura del merito e dell’investimento su se stessi per uscire da decenni di declino strutturale e sistemi di favoritismi vari, questo tipo di narrativa è esattamente l’opposto di ciò che sarebbe necessario.

Il Reddito di Merito calabrese richiede, dunque, una valutazione onesta: né la celebrazione acritica di chi lo presenta come soluzione, né l’attacco pretestuoso di chi ne manipola la narrazione in modo fuorviante. Ha il pregio di riconoscere il rendimento accademico e di offrire un sostegno concreto a studenti meritevoli che altrimenti magari dovrebbero dividersi tra libri e lavori part-time. Ha il limite strutturale di non aggredire le cause profonde dell’esodo, che sono economiche, infrastrutturali e legate alla qualità della vita.

I ragazzi calabresi non cercano solo istruzione: non vogliono più essere rassegnati ad accontentarsi. E tutto questo non si compra con quindici milioni di euro stanziati una tantum.

*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina

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