Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani guarda con forte preoccupazione ai dati emersi dal Rapporto Censis 2026 “Essere genitori oggi”, che evidenziano una contraddizione sempre più evidente nella relazione tra famiglie, tecnologie digitali e scuola. Se il 66,7% dei genitori chiede oggi il divieto assoluto degli smartphone in classe, appare impossibile ignorare un dato altrettanto significativo: il 46,4% dei bambini riceve il primo smartphone entro i dieci anni di età e il 90,4% entro i dodici anni. Parallelamente, il 43% dei genitori dichiara di utilizzare abitualmente lo smartphone per geolocalizzare i figli, affidando quindi alla tecnologia una funzione di rassicurazione e controllo familiare. Lo stesso Rapporto Censis segnala inoltre che il 32,5% degli studenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT o Gemini, per svolgere compiti scolastici.
Questi numeri non descrivono soltanto un cambiamento nelle abitudini quotidiane, ma delineano una vera trasformazione antropologica ed educativa. La generazione che oggi frequenta le scuole è la prima cresciuta immersa sin dall’infanzia in un ecosistema digitale permanente, caratterizzato da notifiche continue, videogiochi online, contenuti brevi, stimolazioni visive incessanti e gratificazioni immediate. In moltissimi casi il cellulare entra nella vita dei bambini già nei primi anni come strumento di compensazione emotiva. Viene utilizzato per calmare, distrarre, evitare conflitti, occupare il tempo o sostituire momentaneamente la relazione diretta con l’adulto. Questo processo apparentemente innocuo produce però conseguenze profonde e spesso sottovalutate.
Le più recenti ricerche neuroscientifiche e psicopedagogiche evidenziano infatti che l’esposizione precoce e prolungata agli schermi può modificare i meccanismi dell’attenzione e della regolazione emotiva. Diversi studi internazionali mostrano come gli adolescenti trascorrano mediamente tra le cinque e le sette ore al giorno davanti allo smartphone, senza considerare il tempo dedicato ai computer per motivi scolastici. Numerose indagini europee segnalano inoltre che una quota crescente di ragazzi controlla il telefono decine o addirittura centinaia di volte nell’arco della giornata, sviluppando forme di dipendenza comportamentale caratterizzate da ansia da disconnessione, irritabilità e bisogno compulsivo di controllo delle notifiche.
Il fenomeno è aggravato dalla struttura stessa delle piattaforme digitali e dei videogiochi online, progettati attraverso meccanismi di ricompensa immediata che agiscono sui circuiti dopaminergici del cervello. Like, notifiche, video brevi e dinamiche competitive producono microgratificazioni continue che stimolano il bisogno di permanenza online. Gli studiosi parlano sempre più frequentemente di “economia dell’attenzione”, cioè di un sistema nel quale il tempo mentale delle persone viene costantemente catturato e monetizzato attraverso algoritmi progettati per prolungare la connessione. Gli adolescenti risultano particolarmente vulnerabili perché il loro cervello è ancora in fase di sviluppo, soprattutto nelle aree legate all’autocontrollo, alla pianificazione e alla gestione degli impulsi.
Nelle scuole italiane i segnali della dipendenza digitale sono ormai evidenti e sempre più frequenti. Molti docenti segnalano un aumento delle difficoltà di concentrazione, una riduzione significativa dei tempi di attenzione, un impoverimento del linguaggio, una crescente fatica nella lettura di testi articolati e una diffusa incapacità di sostenere attività cognitive prolungate senza interruzioni. Si osservano inoltre fenomeni di ansia relazionale, isolamento sociale, alterazione del sonno e difficoltà nella gestione della frustrazione. In alcuni casi gli studenti vivono il distacco dal telefono come una vera esperienza di privazione emotiva, manifestando nervosismo, agitazione o senso di vuoto quando il dispositivo viene sottratto anche solo temporaneamente.
È necessario avere il coraggio di affermare con chiarezza che la dipendenza digitale giovanile rappresenta oggi una delle emergenze educative più sottovalutate del nostro tempo. Il problema viene spesso banalizzato perché il cellulare è ormai considerato un oggetto normale, quasi inevitabile, all’interno della vita quotidiana. Tuttavia la normalizzazione sociale di uno strumento non elimina i rischi derivanti dal suo uso precoce, eccessivo o non regolato. Quando un adolescente non riesce a stare offline senza provare disagio psicologico, quando la relazione con il telefono diventa prioritaria rispetto al dialogo familiare, allo studio, allo sport o alle relazioni reali, non siamo più davanti a una semplice abitudine tecnologica ma a una fragilità educativa profonda.
In questo contesto il semplice divieto dello smartphone a scuola rischia di trasformarsi in una risposta parziale. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il divieto possa avere una funzione utile nella tutela dell’attenzione e del clima educativo durante le attività didattiche, ma non possa essere considerato una soluzione sufficiente. Una dipendenza non si supera esclusivamente sottraendo l’oggetto che la alimenta. Occorre invece intervenire sulle cause culturali, relazionali ed educative che hanno prodotto quella dipendenza.
Le più recenti teorie pedagogiche sottolineano infatti che l’apprendimento autentico richiede lentezza, capacità di attesa, elaborazione personale, gestione della fatica cognitiva e relazione umana diretta. La continua esposizione agli stimoli digitali rischia invece di destrutturare progressivamente tali competenze. Numerosi pedagogisti contemporanei insistono sull’importanza di educare bambini e adolescenti al limite, alla noia creativa, alla concentrazione prolungata e alla costruzione di relazioni non mediate dagli schermi. Proprio la capacità di tollerare momenti privi di stimolazione immediata rappresenta uno degli elementi fondamentali per lo sviluppo dell’immaginazione, della riflessione critica e della maturazione emotiva.
Per questa ragione appare profondamente contraddittorio chiedere alla scuola di reprimere comportamenti che spesso vengono legittimati o incentivati negli ambienti familiari. La richiesta di “pugno duro” avanzata da molti genitori sembra talvolta il tentativo di delegare all’istituzione scolastica la gestione di un problema costruito negli anni dentro modelli educativi fragili o incoerenti. Non si può ignorare che molti bambini crescono oggi in contesti nei quali gli stessi adulti manifestano forme di dipendenza tecnologica, controllando continuamente il telefono, riducendo il tempo del dialogo diretto e normalizzando una connessione permanente.
Particolarmente delicato appare inoltre il crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa nei compiti scolastici. Il fatto che oltre uno studente su tre utilizzi già piattaforme come ChatGPT o Gemini conferma quanto rapidamente la tecnologia stia trasformando i processi di apprendimento. Anche in questo caso il problema non riguarda lo strumento in sé, ma il rischio di un utilizzo sostitutivo che impoverisca l’autonomia del pensiero. Se lo studente delega costantemente alla macchina la scrittura, il ragionamento e la rielaborazione critica, si produce una progressiva de-responsabilizzazione cognitiva che indebolisce la formazione culturale e democratica della persona.
La scuola democratica non può limitarsi a proibire o confiscare strumenti. Deve diventare il luogo in cui si insegna a comprendere i meccanismi della dipendenza, a riconoscere le manipolazioni algoritmiche, a recuperare il controllo della propria attenzione e a sviluppare un uso consapevole della tecnologia. Ma questo compito non può essere affrontato in solitudine. È necessario costruire una nuova alleanza educativa tra scuola, famiglie e istituzioni, fondata sulla corresponsabilità e non sulla reciproca delega.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sottovalutare oggi la dipendenza digitale significhi esporre le nuove generazioni a una vulnerabilità profonda destinata a incidere non soltanto sul rendimento scolastico, ma sulla qualità delle relazioni umane, sulla salute psicologica, sulla libertà individuale e sulla stessa tenuta democratica della società. Un giovane incapace di governare il rapporto con la tecnologia rischia infatti di diventare più manipolabile, più fragile emotivamente e meno capace di esercitare il pensiero critico. È questa la vera sfida educativa del nostro tempo, ed è necessario affrontarla con responsabilità, lucidità culturale e una visione pedagogica di lungo periodo.
Rapporto Censis 2026, CNDDU: “Il 66,7% dei genitori chiede il divieto degli smartphone in classe, ma il 90,4% li consegna ai figli entro i 12 anni. Cresce l’allarme sulla dipendenza digitale giovanile e sul ricorso all’IA nei compiti scolastici”
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