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Al Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia una mostra racconta il ritorno dei reperti trafugati

Non sono soltanto reperti archeologici. Sono testimoni di una doppia storia: quella dell’antichità e quella, più recente, fatta di scavi clandestini, traffici illeciti, indagini, sequestri e restituzioni. È questo il filo conduttore di “Archeologia Salvata. Dal saccheggio alla memoria. Storie di tutela, traffici clandestini, sequestri e restituzioni”, la nuova mostra del Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, che sarà inaugurata venerdì 24 luglio 2026, alle ore 18.00, nella prestigiosa sede del Castello federiciano.

Promossa dalla Direzione Regionale Musei Nazionali Calabria, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e la Laguna, in sinergia con il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, l’esposizione affronta uno dei temi più attuali della ricerca e della valorizzazione del patrimonio culturale: il lungo percorso che conduce un bene archeologico dalla sottrazione al suo contesto originario fino alla restituzione alla collettività, alla ricerca scientifica e alla pubblica fruizione.

La mostra si sviluppa come un racconto in cui ogni reperto è protagonista di una duplice biografia. Da un lato vi è la sua storia antica, legata alla produzione, all’utilizzo e al contesto archeologico di provenienza, dall’altro quella contemporanea, segnata dalla dispersione nel mercato illecito, dalle attività investigative e dal recupero, fino al ritorno nel patrimonio dello Stato.

Fulcro del percorso espositivo è il monumentale cratere apulo a volute del IV secolo a.C., recuperato da una collezione privata veneziana al termine di una complessa attività investigativa. Il vaso, insieme ad altri undici reperti archeologici, è stato ufficialmente assegnato al Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” e consegnato nel dicembre 2025 nel corso della cerimonia svoltasi a Palazzo Ducale di Venezia. La mostra rappresenta così la prima occasione per presentare al pubblico questo importante nucleo di opere, finalmente restituite alla piena fruizione pubblica e alla ricerca scientifica.

Accanto ai reperti recuperati dal mercato illecito e restituiti allo Stato, l’esposizione presenta un significativo nucleo di materiali provenienti dalla stipe votiva di Scrimbia, uno dei più importanti contesti archeologici dell’antica Hipponion. Reperti rinvenuti direttamente nel territorio vibonese dialogano con quelli recuperati a Venezia. Il comune denominatore è l’attività investigativa e di tutela, che hanno restituito i beni alla pubblica fruizione.

L’esposizione di questi materiali è il risultato del progetto di selezione, studio e restauro promosso dal Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi”, finalizzato alla valorizzazione del patrimonio conservato nei depositi. Grazie a questo lavoro è stato possibile recuperare, restaurare e ricomporre autentici capolavori della ceramica attica, tra cui la prestigiosa Anfora Panatenaica presentata in mostra, oltre a riportare alla luce numerosi reperti di straordinario interesse storico e archeologico, finora inediti o mai esposti al pubblico. Un’attività di ricerca che proseguirà nei prossimi anni e che consentirà di presentare nuovi materiali attraverso futuri progetti espositivi dedicati alla storia e all’archeologia dell’antica Hipponion.

L’esposizione è completata da reperti provenienti da sequestri giudiziari, materiali recuperati nell’ambito delle attività di tutela del Ministero della Cultura e oggetti esposti nello stesso stato in cui furono rinvenuti durante gli scavi clandestini, ancora ricoperti dalla terra che ne testimonia la drammatica vicenda recente. Ceramiche, terrecotte votive, elementi architettonici, strumenti utilizzati negli scavi clandestini, documentazione fotografica e materiali d’archivio accompagnano il visitatore in una riflessione sul danno irreparabile che il saccheggio infligge al patrimonio archeologico, privando i reperti del loro contesto e, con esso, di una parte fondamentale del loro valore storico.

Il percorso espositivo si snoda attraverso le diverse fasi della vicenda di questi beni: dalla sottrazione ai contesti archeologici, alla dispersione sul mercato internazionale, fino alle indagini, al recupero, al restauro e alla restituzione. Il museo diventa il luogo in cui queste storie si ricompongono e i reperti ritrovano non soltanto una collocazione fisica, ma soprattutto il loro significato storico, scientifico e identitario.

Con questa iniziativa il Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” rinnova la propria vocazione di museo della tutela, confermandosi luogo di ricerca, conservazione, restauro e valorizzazione del patrimonio culturale. Una missione che non si esaurisce nel recupero dei beni trafugati, ma comprende anche lo studio e la riscoperta del patrimonio custodito nei depositi, affinché ogni reperto possa tornare a raccontare la propria storia e diventare patrimonio condiviso della collettività.

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