Non celebrare soltanto la memoria di San Francesco, ma lasciarsi interrogare dalla sua esperienza per comprendere come il Vangelo possa essere vissuto nel presente. È stato questo il filo conduttore del raduno della famiglia francescana calabrese, ospitato sabato 19 settembre al Convento Sant’Antonio di Commenda di Rende, nell’ambito delle celebrazioni per l’VIII Centenario del Transito del Poverello d’Assisi.
L’incontro ha riunito frati, religiose e laici provenienti dalle diverse realtà francescane della Calabria per una giornata di fraternità, preghiera e approfondimento a ottocento anni dalla morte di San Francesco.
Ad aprire la mattinata è stata Franca Caruso, ministra regionale dell’Ordine Francescano Secolare, che ha portato il proprio saluto e quello dei ministri provinciali del Primo Ordine: fra Marino Porretta per i Frati Minori, fra Francesco Pizzato per i Frati Minori Cappuccini e fra Rocco Predoti per la Provincia di Calabria e Sicilia dei Frati Minori Conventuali, insieme alla coordinatrice regionale della GiFra Calabria, Giorgia Dattola. Caruso ha ricordato anche la comunione di preghiera delle sorelle Clarisse. La Ministra Regionale ha portato anche i saluti dei Ministri Provinciali: Fr. Mario Chiarello, Ministro Provinciale dei Frati Minori e Fr. Francesco Donato, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini.
«Benvenuti a questa giornata di fraternità», ha esordito, indicando nell’appuntamento un segno concreto della comunione tra le diverse componenti di «un’unica grande famiglia, la famiglia francescana». Un ringraziamento particolare è stato rivolto a quanti hanno lasciato il lavoro e gli impegni quotidiani per fare dono agli altri della propria presenza.
Caruso si è quindi soffermata sul significato dei Centenari francescani: «Non si tratta solo di una commemorazione storica, quanto piuttosto di una possibilità preziosa di fare memoria viva e provocante del carisma evangelico che lo Spirito ha suscitato nella Chiesa attraverso il nostro padre San Francesco». Un percorso che diventa occasione per rafforzare l’unità della famiglia francescana, rinnovarne l’identità e annunciare ancora oggi la gioia del Vangelo e la fraternità universale.
Presentando S.E. Mons. Calogero Peri, OFMCap, vescovo di Caltagirone, Caruso ne ha ricordato la delicatezza, il rispetto e l’umiltà nel rapporto con le persone, oltre alla capacità di conservare, anche nel ministero episcopale, la propria identità francescana e cappuccina. Da qui una riflessione affidata all’assemblea: «Alla fine della nostra vita, sapete cosa resta? Quello che noi abbiamo saputo donare ai fratelli come carità, come capacità di essere attenti alla persona e vedere in loro veramente un volto di Cristo».
L’augurio consegnato dalla ministra regionale al Centenario è stato quello di guardare all’esperienza di Francesco come a «un cammino d’amore dove ogni cosa, persino la fragilità, diventa lode», imparando a coglierne la profezia e a vivere il Vangelo «qui e oggi», con semplicità e con quella gioia capace di abbracciare il mondo.
È quindi iniziata la relazione di Mons. Calogero Peri, che si è concentrato sull’attualizzazione del messaggio di San Francesco.
La sua testimonianza evangelica, ha spiegato Peri, non può essere confinata nel XIII secolo. Cambiano le epoche, la cultura e i problemi, ma resta la necessità di comprendere come quell’esperienza possa essere vissuta nel presente. Il criterio, dunque, non è semplicemente «guardare quello che ha fatto Francesco», ma comprendere come lo ha fatto, con generosità, delicatezza, linearità e semplicità evangelica.
Peri ha richiamato la celebre domanda di fra Masseo sul perché il Signore avesse scelto proprio lui: «Perché a te, perché a te, perché a te?». Un interrogativo che continua a riproporsi davanti alla capacità di Francesco di esercitare, otto secoli dopo, un richiamo che attraversa epoche e culture.
Il vescovo ha poi messo in guardia dalla tentazione di racchiudere il Santo in una definizione. «I santi non si possono definire», ha osservato, richiamando la complessità della cosiddetta questione francescana, il lavoro dei primi biografi e, in particolare, quello di Tommaso da Celano. Per comprendere Francesco, secondo Peri, occorre tornare anche a ciò che egli stesso racconta nei propri scritti.
Due le principali chiavi di lettura indicate: la Pasqua e le relazioni. La Pasqua, nel significato di “passaggio”, diventa la cifra attraverso la quale leggere l’intera esistenza di Francesco. «La Pasqua di Francesco è il riassunto di una moltitudine di passaggi che lui ha fatto nella vita».
Peri li ha scanditi uno dopo l’altro: dall’io a Dio, dalla paternità umana a quella divina, dalla legge al Vangelo, dalla colpa alla grazia, dalla paura alla confidenza, dalla povertà della ricchezza alla ricchezza della povertà, dalla constatazione alla lode.
«Francesco vive a partire dalla Pasqua, non in vista della Pasqua», ha spiegato. Anche la vita spirituale, in questa prospettiva, non rappresenta una conquista personale: «La vita spirituale non la puoi acquistare, non la puoi conquistare, non la puoi esibire. La vita spirituale ti viene in dono».
A rendere concreta questa lettura è stato soprattutto il riferimento all’incontro con i lebbrosi, scelto da Peri per spiegare il passaggio dall’io a Dio. «Non è una storia di guarigione. O meglio, è una storia di guarigione, però al contrario». Nei racconti evangelici è Gesù a guarire il lebbroso; nella vicenda di Francesco, ha osservato il vescovo, è invece il lebbroso a cambiare Francesco.
Peri è tornato alle parole del Testamento, dove Francesco non attribuisce a se stesso l’iniziativa dell’incontro: «Il Signore stesso mi condusse tra loro». È proprio questo cambiamento del soggetto a diventare decisivo. Francesco non si presenta come artefice della propria trasformazione, ma riconosce Dio come colui che agisce nella sua storia.
Anche ciò che prima gli risultava amaro viene trasformato. Peri ha insistito sul significato di quel «mi fu cambiato»: Dio non elimina necessariamente la situazione difficile, ma cambia l’uomo dentro quella situazione e gli offre uno sguardo diverso. Il lebbroso non scompare: cambia Francesco.
Da quell’incontro la riflessione si è spostata a San Damiano. Da una parte un uomo ferito nel corpo, dall’altra una Chiesa ferita. Due realtà davanti alle quali Francesco sceglie di non fuggire. «Dio non ha paura delle nostre ferite, dei nostri limiti», ha affermato Peri.
Il Crocifisso che parla a Francesco a San Damiano diventa così l’immagine di un Dio che continua a parlare proprio dentro una Chiesa ferita. Il comando di ripararla non equivale, nella lettura proposta dal vescovo, a fondarla nuovamente: il fondamento resta Cristo. Francesco inizialmente comprende quelle parole in senso materiale e si dedica alla riparazione delle chiese, mentre il suo percorso interiore lo conduce progressivamente a una comprensione più profonda.
È qui che Peri ha consegnato all’assemblea una delle immagini più incisive della relazione: «Francesco non dà una spallata alla Chiesa, ma offre una spalla alla Chiesa».
L’incontro autentico con Cristo, ha spiegato ancora, ha il potere di cambiare «la via e la vita». Un cambiamento che non sempre segue le direzioni immaginate dall’uomo. «Dio ci orienta disorientandoci», ha osservato Peri, descrivendo un cammino nel quale occorre essere disponibili a cambiare prospettiva.
Il vescovo si è soffermato anche sulla concezione francescana dell’uomo e sul rapporto con il corpo, invitando a non ridurre Francesco all’immagine del santo che mortifica la propria carne. Ha richiamato l’Ammonizione V, nella quale Francesco invita l’uomo a considerare la sublime condizione nella quale è stato posto dal Creatore, sottolineando così la dignità della persona.
Peri ha quindi affrontato un altro passaggio decisivo della vita del Santo: la spogliazione davanti al vescovo di Assisi. Anche questo episodio non può essere letto come un gesto improvviso e isolato, ma come l’esito di un percorso lento e faticoso, maturato sotto la guida dello Spirito.
La scelta di Madonna Povertà non coincide, nella lettura proposta, con la semplice rinuncia materiale. Francesco parla dello “spirito” delle cose: spirito di povertà e spirito di orazione, un atteggiamento interiore che dà significato alle scelte esteriori. Proprio le differenti interpretazioni della povertà, ha ricordato Peri, hanno attraversato nei secoli la storia della famiglia francescana, provocando anche divisioni.
La riflessione è quindi tornata al secondo grande tema annunciato all’inizio: le relazioni. Francesco, invece di nascondersi davanti a Dio, si affida: si perde, ma si ritrova in Dio. La Pasqua cambia la sua vita e, con essa, il suo modo di entrare in rapporto con gli altri.
Il tema è stato portato direttamente nel presente. Peri ha osservato quanto siano proprio le relazioni a mostrare oggi profonde difficoltà: tra marito e moglie, tra genitori e figli, nelle comunità e tra le nazioni, fino ai conflitti che continuano a segnare lo scenario internazionale.
L’uomo, ha spiegato, non è fatto per vivere isolato. La sua stessa origine rimanda alla relazione perché è creato a immagine e somiglianza di Dio. Il riferimento alla Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – mostra come la relazione non sia un elemento accessorio dell’esistenza, ma appartenga alla stessa costituzione della persona.
Peri ha individuato quattro relazioni fondamentali sulle quali lavorare: quella con Dio, con gli altri, con il mondo e con se stessi. «Francesco ci mostra che per cambiare gli altri devi cambiare te stesso», ha sottolineato. Non è possibile pretendere di trasformare chi ci sta accanto senza consentire che il cambiamento cominci dalla propria vita.
Dalla relazione con Dio nasce quella con l’altro. Se Dio è Padre e gli uomini sono realmente suoi figli, la fraternità non rimane un semplice modo di chiamarsi. «Siamo veramente fratelli perché siamo veramente figli», ha spiegato Peri. La stessa relazione che rende figli di Dio rende dunque fratelli tra loro e fratelli di tutti.
Anche la fraternità francescana è stata riletta attraverso questa prospettiva: il buon frate minore non concentra in sé ogni qualità, perché la fraternità nasce dall’incontro di doni, capacità e caratteristiche differenti. La perfezione, dunque, non coincide con l’autosufficienza del singolo, ma passa attraverso la comunione.
Il discorso si è quindi allargato alla relazione con il mondo e con il creato, con un richiamo diretto alla responsabilità dei cristiani. Peri ha invitato a un esame di coscienza sul rapporto con la natura, richiamando gesti quotidiani come l’attenzione all’acqua, alla luce, alla pulizia e alla plastica. La salvaguardia dell’uomo e quella del creato, nella sua riflessione, non possono essere separate.
Da qui il richiamo al Cantico delle Creature, nato non in una condizione di benessere, ma dentro la sofferenza di Francesco. Peri ha ricordato il dolore fisico e la difficoltà nel sopportare la luce che segnarono quella fase della sua vita. Eppure proprio dalla fragilità nasce il canto. Ancora una volta non è necessariamente la realtà esterna a cambiare: è lo sguardo di Francesco che viene trasformato, fino a permettergli di lodare con il cuore ciò che il corpo ferito fatica ormai a contemplare.
La riflessione sulla Pasqua e sulle relazioni ha quindi condotto alla conclusione dell’intervento, prima della Celebrazione Eucaristica, durante la quale Mons. Peri ha ripreso, nell’omelia, un altro tema centrale della vita cristiana: l’accoglienza della Parola di Dio.
Partendo dal Vangelo del giorno e dalla parabola del seminatore, il vescovo si è soffermato sui quattro terreni – la strada, le pietre, i rovi e la terra buona – ribaltando però la prospettiva abituale. Se dal punto di vista dell’uomo cambiano i terreni e la loro capacità di accogliere, dal punto di vista di Dio il seminatore rimane lo stesso e continua a spargere ovunque lo stesso seme.
«Il nostro Dio è sprecone in questo senso. Ama senza misura, perdona senza condizioni, semina dappertutto», ha affermato Peri. Anche dove, secondo la logica umana, sembrerebbe inutile seminare, Dio continua a farlo. «Lasciamo a Dio di fare Dio», è stato l’invito, senza pretendere di ricondurre la sua azione alle misure dell’uomo.
Il seme della parabola è la Parola, che prima ancora di diventare impegno è un dono. Peri ha individuato così nell’accoglienza il primo atteggiamento della vita spirituale. Dio dona, ma l’uomo deve permettere a quel dono di entrare nella propria esistenza.
Da qui uno dei passaggi più netti dell’omelia. Il rapporto con la Parola, ha spiegato, non può ridursi all’ascolto di un insegnamento dal quale ricavare un elenco di cose da fare. In questo modo si rischierebbe di trasformare la Parola in un semplice programma morale.
«Il nostro compito è accogliere la Parola di Dio e permettere alla Parola di Dio di operare ciò per cui Dio l’ha mandata nella mia vita», ha sottolineato.
Due i verbi indicati: accogliere e custodire. Accogliere significa spostare il centro da se stessi verso l’altro; custodire vuol dire permettere alla Parola di rimanere, crescere e operare.
Peri ha richiamato l’episodio evangelico della pesca, quando, dopo una notte senza risultati, Pietro accetta di tornare in mare affidandosi alla parola di Gesù: «Sulla tua parola getterò le reti». La situazione non cambia, ma cambia il modo di affrontarla: la Parola apre una possibilità che l’uomo, affidato soltanto alle proprie forze, non aveva saputo vedere.
Altro modello indicato è Maria, che davanti agli avvenimenti non si ferma alla reazione immediata, ma conserva e medita nel cuore ciò che accade, lasciando che la Parola possa compiere la propria opera.
«La Parola di Dio non è un programma di vita dell’uomo e non è un programma di vita che Dio comunica all’uomo. La Parola di Dio è un’opera, un’azione che Dio fa nella mia vita attraverso la sua Parola», ha ribadito Peri, descrivendola come creatrice, rinnovatrice e capace di trasformare.
Da qui anche il richiamo a non affidare tutto ai propri programmi spirituali e ai propositi che spesso, dopo pochi giorni, vengono abbandonati. Il punto, nella prospettiva proposta dal vescovo, non è accumulare impegni, ma lasciare spazio all’azione di Dio.
Nella parte conclusiva dell’omelia Peri ha affidato ai presenti un compito concreto: custodire ogni giorno almeno una Parola di Dio. Una al giorno significa 365 in un anno e 3.650 in dieci anni: una «montagna» di Parola custodita che, ha osservato, dovrebbe diventare visibile nella vita.
E ancora un’immagine: quella della pioggia. La Parola scende, ma se l’uomo alza un tetto, mette le tegole o apre un ombrello, l’acqua scivola senza penetrare nel terreno. Allo stesso modo può accadere alla Parola ascoltata senza essere realmente accolta.
«Evitiamo che la Parola di Dio scivoli nella nostra vita e non venga accolta e custodita», ha concluso Peri, riconducendo l’omelia allo stesso filo che aveva attraversato la relazione su Francesco: «L’unica possibilità di cambiare la nostra vita non è quello che facciamo o possiamo fare noi, ma quello che ha fatto, fa e vuole fare Dio per me e per te».
Il raduno è proseguito con il momento conviviale condiviso dai partecipanti. A ottocento anni dal Transito, la giornata di Rende ha così restituito l’immagine di un Francesco che non appartiene soltanto alla storia. Pasqua e relazioni, il lebbroso e San Damiano, la povertà e la fraternità, il creato e la Parola da custodire hanno composto un unico percorso: non ripetere materialmente ciò che Francesco fece otto secoli fa, ma comprendere come seppe vivere il Vangelo e lasciare che quella stessa esperienza continui a interrogare il presente.
