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Droga, intimidazioni e comunicazioni tramite app avanzate: gli affari della cosca Emanuele-Idà

Un’organizzazione capace di muoversi su due piani distinti ma complementari: da un lato una struttura ancora legata a logiche arcaiche, rurali e segnate dalla violenza; dall’altro una realtà evoluta, in grado di investire, fare impresa e utilizzare strumenti tecnologici avanzati. È questa l’immagine che emerge dell’articolazione mafiosa attiva ad Ariola di Gerocarne, nel Vibonese, smantellata con l’operazione “Jerakarni”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e condotta dalla polizia.

Il blitz ha portato all’esecuzione di 54 misure cautelari e ha acceso i riflettori sulla cosca Emanuele-Idà, da anni radicata nelle Serre vibonesi. Durante la conferenza stampa tenuta in Procura a Catanzaro, il procuratore capo Salvatore Curcio, insieme al direttore dello Sco Marco Cali’ e al questore di Vibo Valentia Rodolfo Ruperti, ha illustrato i dettagli dell’indagine.

“L’importanza di questa indagine e’ la pericolosita’ sociale di un’organizzazione molto radicata e la sua ortodossia ‘ndranghetista. Le Serre vibonesi sono molto attenzionate da noi perche’ ancora c’e’ l’uso di armi e fatti di sangue e questo suscita preoccupazione”, ha dichiarato Curcio, sottolineando come il gruppo fosse “particolarmente attiva nel narcotraffico, che rappresentava il suo momento di autofinanziamento, quello dal quale ricavava profitti che poi venivano versati nella ‘bacinella’ e nel ‘welfare’ interno con l’assistenza all’associato finito in carcere e alla sua famiglia”.

Il traffico di stupefacenti costituiva infatti una delle principali fonti di guadagno del clan, con collegamenti che si estendevano ben oltre la Calabria. “si sviluppava verso il Nord Italia, soprattutto in Emilia, Piemonte e Lombardia”: in particolare, ha aggiunto il procuratore, “si sono rilevati collegamenti con Marco Ferdico, gia’ coinvolto nell’indagine ‘Doppia Curva’ e ormai ex capo ultra’ dell’Inter, il cui nome compare anche nelle indagini sull’omicidio Boiocchi”. Non solo: “sono stati documentati anche rapporti con esponenti di Cosa Nostra nel caso dell’assistenza a un latitante siciliano”.

Le indagini hanno anche evidenziato la capacità del gruppo di adattarsi ai tempi. Pur mantenendo una struttura tipicamente rurale, la cosca utilizzava strumenti digitali avanzati per comunicare e organizzare le attività illecite. In questo senso, ha spiegato ancora Curcio, l’organizzazione “anche se e’ un’organizzazione ‘ndranghetista a carattere rurale, si avvaleva comunque delle piattaforme di messaggistica piu’ avanzate nelle comunicazioni per il traffico di droga. L’ennesima dimostrazione del fatto che ormai l’approccio investigativo da parte nostra e’ cambiato perche’ oggi sono necessarie manovre di piu’ ampio respiro che richiedono un coordinamento transnazionale”.

Secondo il direttore dello Sco, “e’ il frutto di un’indagine strategica perche’ ci ha consentito di riscontrare l’evoluzione della cosca, ora imprenditrice, ma sempre con il Dna della violenza, anche banale. La base familiare resta il pilastro di queste organizzazioni, capaci pero’ poi di rigenerarsi ma anche di stringere alleanze e di adeguarsi alle innovazioni tecnologiche: insomma un Giano Bifronte”.

Gli investigatori hanno inoltre ribadito come quella degli Emanuele-Idà sia “storicamente una famiglia mafiosa, come accertato anche sul piano giudiziario. Le direttrici su cui si muoveva erano due: il narcotraffico ma anche l’utilizzo smodato e gratuito della violenza, non solo contro clan avversi – come dimostra un tentato omicidio con assalto a una macchina – ma anche per risolvere altro genere di controversie”.

Un quadro inquietante, aggravato da episodi di particolare crudeltà. Tra questi, uno in particolare ha colpito gli inquirenti: gli spari esplosi da uno degli indagati contro alcuni cani randagi passati davanti alla sua abitazione, segno di una violenza diffusa e incontrollata che andava ben oltre le dinamiche criminali tradizionali.

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