“Quando il Governo non ha risposte, in Calabria evoca le infiltrazioni.
Quando la politica non sa affrontare la rabbia sociale, cambia bersaglio.
E intanto il gasolio continua a costare.
Un agricoltore in lacrime sull’asfalto dello svincolo di Pizzo è diventato il simbolo di una protesta che non nasce nei partiti e non aspetta autorizzazioni. Nasce dal prezzo del gasolio, dai costi di produzione, dalla distanza ormai insostenibile tra quanto costa coltivare e quanto rende vendere.
È una questione economica. È una questione nazionale. Richiederebbe risposte politiche.
Ha ricevuto, invece, una risposta da ordine pubblico.
Il video viene rilanciato da Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, che prova a trasformare quella disperazione nel simbolo di una rabbia da intestarsi politicamente.
Poi interviene la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. Parla di proteste degenerate in azioni illegali, di segnalazioni di infiltrazioni e, in alcuni casi, persino di criminalità organizzata. Nella stessa nota richiama la presenza mediatica di persone condannate per reati ambientali, truffe o altro, contrapponendole ai «sani principi» degli agricoltori e dei pescatori.
Qui la questione cambia. Ferro non è una commentatrice sui social. È una rappresentante del Ministero dell’Interno.
Se esistono informazioni circostanziate su infiltrazioni criminali, devono essere trasmesse alle autorità competenti.
Ma proprio per il ruolo che ricopre, la domanda è inevitabile: perché la prima risposta pubblica a una protesta sul prezzo del gasolio deve concentrarsi sulla sicurezza?
Gli agricoltori parlano di costi di produzione, prezzi di vendita, aziende che non riescono più a stare sul mercato. Il discorso istituzionale si sposta, invece, sulla possibile presenza di criminali. È una scelta politicamente discutibile. E rischiosa.
Perché trasforma una crisi economica in un problema di ordine pubblico.
Non si discute più delle ragioni della protesta. Si discute di chi protesta e di chi potrebbe esserci dietro.
È una formidabile inversione del problema.
E dentro questa Calabria straordinaria, che straordinaria non è affatto, pesa anche l’assenza dell’opposizione di centrosinistra, che nelle piazze della protesta non è pervenuta. Mentre la destra si divide tra chi prova a cavalcare la rabbia degli agricoltori e chi la riconduce al rischio di infiltrazioni, il centrosinistra non trova né una voce né una posizione.
Una protesta che dovrebbe essere terreno naturale dell’opposizione viene lasciata interamente alla destra.
I lavoratori restano soli a spiegare perché non riescono più a vivere del proprio lavoro.
La stessa Ferro riconosce che la situazione internazionale ha riflessi rilevanti sulle economie nazionali. Appunto: nazionali.
Il caro carburante, la crisi dei margini agricoli e il costo delle materie prime non sono problemi calabresi. Non nascono a Pizzo. Non finiscono a Pizzo. Eppure, quando la protesta arriva in Calabria, riaffiora sempre lo stesso riflesso: cercare il sospetto prima ancora di ascoltare la domanda.
La Calabria, ancora una volta, sembra dover dimostrare di essere innocente prima di poter essere ascoltata.
È politicamente inaccettabile.
Lo è ancora di più quando a suggerirlo è una rappresentante del Ministero dell’Interno.
Lo Stato deve garantire la legalità, ma non ha bisogno di gettare un’ombra sulla protesta per riaffermare la propria autorevolezza.
Deve fare due cose insieme: perseguire chi commette reati e ascoltare chi protesta per ragioni legittime. Una cosa non esclude l’altra. Anzi, uno Stato forte dovrebbe saperle fare entrambe.
Anche il richiamo alle persone condannate presenti nello spazio mediatico della protesta richiederebbe maggiore precisione.
Una condanna non definitiva non equivale a una condanna definitiva.
E, soprattutto, la responsabilità penale è personale. Il passato giudiziario di una persona non può diventare automaticamente una sentenza sulla protesta alla quale partecipa.
Altrimenti non conta più ciò che si chiede. Conta chi si è stati.
È un principio pericoloso perché consente di delegittimare una domanda senza mai affrontarla.
Basta cercare un’ombra nel passato di qualcuno.
Basta spostare l’attenzione dalla condizione di chi protesta alla biografia di chi compare accanto a lui.
A Pizzo, un uomo è scoppiato in lacrime davanti alle forze dell’ordine mentre gli agricoltori denunciavano il caro carburante, i costi di produzione e l’impossibilità di sostenere le proprie aziende.
Quella scena meritava una risposta politica.
Ha ricevuto, invece, una risposta centrata sulle infiltrazioni.
È questa sproporzione a dover far riflettere.
E la Regione non può chiamarsi fuori. Per anni ci è stata raccontata la Calabria straordinaria di Roberto Occhiuto: una regione che cambia, cresce, diventa modello e attira investimenti, nonché teatro di costose passerelle e trasferte, sempre sotto le luci di una ribalta che, nei fatti, non esiste. Perché poi arrivano gli agricoltori sulle strade a presentare il conto.
E la Calabria torna a essere quella alla quale si chiede pazienza, si promettono tavoli e si ricorda di stare attenti alle infiltrazioni.
Una Calabria perfetta per la comunicazione istituzionale. Molto meno quando presenta il conto della realtà.
La mafia in Calabria esiste. Proprio per questo non può diventare una parola passepartout. La si combatte con la cultura, con servizi che troppo spesso non ci sono, con il lavoro e con opportunità concrete per le persone e per i territori. Non con il sospetto generalizzato. Non con allusioni indistinte. Non come risposta automatica a ogni protesta che sfugge al controllo della politica.
E non può essere l’alibi per evitare di rispondere alla domanda più semplice: quanto deve ancora pagare chi lavora per riuscire a continuare a lavorare?
Quella domanda resta sul tavolo. Insieme all’immagine dell’agricoltore che piange sull’asfalto. La risposta deve riguardare il costo del carburante, i costi di produzione e il futuro delle aziende agricole.
Se il Governo ha informazioni sulle infiltrazioni, le usi. Se ha strumenti per ridurre il costo del carburante, li metta in campo. Se ha risorse per sostenere chi produce, le utilizzi. Ma non usi le prime per evitare di rispondere alle seconde.
La Calabria non ha bisogno di essere straordinaria. Ha bisogno di essere ascoltata. E quando un lavoratore piange per il proprio futuro, la prima domanda della politica non dovrebbe essere ‘chi c’è dietro?’, ma ‘che cosa sta succedendo?'”.
E’ quanto si legge in un comunicato stampa di Laboratorio Civico.
