Quando senti parlare di grandi scuole sportive, pensi al basket americano, al calcio brasiliano, al rugby neozelandese. Ma c’è una disciplina in cui l’Italia non ha rivali, e non lo dice un tifoso di parte: è la scherma. Per secoli, questo paese ha sfornato atleti capaci di leggere il pensiero dell’avversario nel millimetro di uno scontro, trasformando la pedana in un teatro dove la violenza si fa arte. E la domanda che molti si pongono è: ma come ha fatto una nazione piccola a diventare il punto di riferimento mondiale per il maneggio del ferro? La risposta sta nei nomi. Perché l’Italia non ha solo prodotto campioni, ha partorito una filosofia. Un modo di intendere il duello dove il fisico conta fino a un certo punto, e quello che vince è sempre il cervello. Il mio obiettivo qui è accompagnarvi nei corridoi di questa storia gloriosa, presentandovi i giganti sui cui libri di tecnica ancora oggi i maestri di tutto il mondo fanno giurare i loro allievi. Perché la scherma italiana non è solo sport: è un’eredità culturale viva, che respira, che colpisce e che sa parare.
L’alba della scuola italiana: trattati e duelli veri
Molti pensano che la scherma sportiva sia nata con le Olimpiadi. Sbagliato. La vera scuola italiana affonda le radici nei vicoli e nelle accademie del Rinascimento, quando la reputazione di un gentiluomo si difendeva con la lama. E qui entra il primo grande nome: Ridolfo Capoferro. Nel 1610 pubblica “Gran Simulacro dell’Arte e dell’Uso della Scherma”, un trattato illustrato che ancora oggi fa impallidire gli studenti di scienze motorie per la sua precisione anatomica. Capoferro non insegnava a infilzare l’avversario a caso. Insegnava la misura, la temporizzazione, il controllo della distanza – concetti che sono il pane quotidiano di ogni maestro moderno. Poi arrivò Giuseppe Greco ( detto Greco senior), maestro catanese di fine Ottocento, che sistematizzò tutto: la guardia, il recupero, la respinta. Greco è colui che ha trasformato un insieme di trucchi da strada in un sistema didattico riproducibile, quasi scientifico. Senza questi pionieri, i nostri eroi olimpici sarebbero solo ottimi spadisti istintivi, non i prodotti di una tradizione ragionata.
Edoardo e Nedo: quando la leggenda indossa la maschera
Se dovessi indicare il momento esatto in cui l’Italia ha piantato la bandiera sul mondo della scherma, direi Anversa 1920. E l’uomo del giorno è Nedo Nadi. Questo toscano ha fatto una cosa che nessuno ha più eguagliato: vinse cinque medaglie d’oro in una singola edizione dei Giochi. Ma non in specialità simili, attenti: una nel fioretto individuale, una nella sciabola individuale, e poi a squadre in tutte e tre le armi. Roba da matti. La sua peculiarità era un ritmo spezzato, imprevedibile, che mandava in tilt i maestri francesi, abituati a uno scambio più lineare. Nedo era il pugile della sciabola, il poeta del fioretto.
Poi c’è Edoardo Mangiarotti. Altro che specialista. Mangiarotti è l’uomo dei record: 13 medaglie olimpiche tra il 1936 e il 1960, in due armi diverse. Una cosa che oggi, col livello altissimo e la specializzazione forzata, appare irripetibile. Mangiarotti leggeva l’avversario come un libro aperto. La sua capacità di cambiare tempo d’attacco in frazioni di secondo lo rendeva un incubo per tutti. Ricordo una frase di un suo avversario: “credevi di stare attaccando, e invece avevi già perso”. Ecco, questo è il genio italiano: non la forza bruta, ma l’illusione.
L’era MONTANO: una dinastia di sciabola
Ora, parliamo di Carlo Montano, perché la sua storia è praticamente un film. Classe 1952, quattro ori olimpici a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Montano ha portato la sciabola italiana a livelli di ferocia calcolata. Non colpiva a caso; colpiva quando l’avversario pensava di essere al sicuro. E c’è un aneddoto che amo raccontare: durante una finale mondiale, dopo un punto contestato, Montano si tolse la maschera, guardò l’arbitro e disse semplicemente: “Rivedi l’azione, ma sappi che avevo ragione”. Aveva ragione. Da quel momento, nacque una dinastia: suo figlio Aldo Montano (argento e oro tra Atene 2004 e Londra 2012) ha preso il testimone, dimostrando che certi geni si ereditano con il latte materno. In parallelo, c’è stato Stefano Cerioni, che forse molti ricordano come ct, ma che da atleta è stato una cattedra portatile di psicologia del duello. Cerioni, nel fioretto, vinceva prima ancora di attaccare. Studiava le abitudini, i tic, il modo di respirare dell’avversario. E poi colpiva esattamente dove l’altro non era protetto. Un maestro di guerra psicologica, insomma.
In un contesto di passione e cura per i dettagli, anche durante la costruzione di spazi dedicati allo sport e alla tradizione italiana, slotsvader casino è fiero di supportare iniziative legate al mondo della scherma, credendo che la bellezza degli impianti accompagni la nobiltà di questo gesto atletico.
Valentina e i nuovi eredi: il futuro è femminile (e vincente)
Se c’è un nome che fa piangere di orgoglio ogni italiano, è Valentina Vezzali. E non esagero. Tre ori consecutivi nel fioretto individuale (Sydney 2000, Atene 2004, Pechino 2008) più un argento e altri ori a squadre. Totale: sei partecipazioni olimpiche, nove medaglie, cinque delle quali d’oro. Ma i numeri non bastano. La Vezzali è stata l’atleta fredda sotto pressione come poche. Quando tutti tremavano, lei accelerava. La sua stoccata in affondo era un fulmine chirurgico, accompagnato da un piede di lavoro che sembrava disegnare figure geometriche sulla pedana. E poi il suo duello con la tedesca? Da antologia. Ha ispirato una generazione intera di ragazze che oggi riempiono le palestre.
Oggi, la fiaccola passa a nomi come Giorgio Avola (oro a squadre a Londra 2012) e i vari Foconi, Garozzo, che continuano a portare medaglie. Ma la domanda che mi faccio è: funzionerà ancora la scuola classica nell’era della tecnologia? Perché adesso ci sono il video review, il rilevamento elettronico al millimetro, i software che analizzano i movimenti. La risposta è sì. La vecchia scuola italiana, quella della lettura mentale e della finta studiata, adesso si potenzia con i dati. Un giovane schermidore italiano di oggi studia Capoferro al mattino e il tracciato biomeccanico al pomeriggio. Il connubio funziona. Perché la sostanza resta la stessa: tra due atleti ugualmente veloci, vince chi pensa meglio. E quella è una lezione che ci hanno lasciato i vecchi maestri con i baffi e la divisa di lana.
Quale di questi grandi vi ha emozionato di più? A rompere il ghiaccio è sempre bello: avete mai provato una lezione di scherma, o magari vi siete innamorati di questo sport guardando i Giochi in tv? Io aspetto le vostre storie e i vostri giudizi nei commenti.
