di Alfredo Muscatello – La musica arrivava da un angolo della sala. Musicisti veri, strumenti veri, tenuti a un volume che permetteva a tutti di parlare senza sentirsi obbligati ad ascoltare. Mia moglie era accanto a me. Intorno, una cena di gala, tavoli apparecchiati, saluti, conversazioni che cominciavano quasi tutte nello stesso modo.
Mi veniva voglia di fotografare.
Cercavo già le distanze, il momento in cui un sorriso avrebbe smesso di essere un sorriso e sarebbe diventato qualcos’altro. Ma non avevo la macchina in mano. Ero un invitato, una condizione tutto sommato piacevole, per me vagamente inusuale. Dovevo partecipare, eppure continuavo a guardare, abituato a farlo da quel punto di vista privilegiato che è il mio mestiere di fotografo. Intanto immagazzinavo, il profumo di una donna rimasto nell’aria dopo il suo passaggio, una risata maschile troppo sicura, la mano sulla spalla usata per abbreviare una distanza che forse l’altro avrebbe preferito mantenere. Ciascuno sembrava conoscere il proprio ruolo. Qualcuno controllava anche che gli altri lo avessero riconosciuto. C’erano personaggi grigi e persone luminose, alcune mi faceva piacere incontrarle, nelle loro vite imprecise, come sono imprecise tutte le vite viste abbastanza da vicino, avevano raccolto qualcosa che continuava a distinguersi, capacità, lavoro, sensibilità. Profumavano come fiori di campo in mezzo a persone troppo occupate a guardarsi per accorgersene.
Un imprenditore, un dj, uno scrittore. Poi ho intravisto un senatore, non era l’unico uomo delle istituzioni. C’erano sindaci, affaristi, persone delle quali non avrei saputo definire il mestiere ma che sembravano perfettamente a proprio agio. Lui, però, lo conoscevo, mi sono avvicinato con mia moglie. Un saluto cordiale, poche parole. Poi mi sono voltato verso di lei.
«Piccola, lui è un mio stipendiato.»
L’ho detto sorridendo, con quella leggerezza che permette a una verità di entrare in una conversazione prima che qualcuno le chieda di accomodarsi fuori… A quel punto il ricordo si interrompe, era un sogno. L’ho fatto ieri notte.
Ci penso da stamattina. Alla naturalezza della presentazione, soprattutto. Come se nel sonno la frase avesse perso tutte le sovrastrutture e fosse rimasta lì, con il proprio peso. Un senatore della Repubblica, un mio stipendiato. Naturalmente anche di mia moglie, degli invitati del sogno, di chi serviva ai tavoli e di chi, a quell’ora, stava finendo un turno altrove.
Forse il sogno aveva cominciato a formarsi nei giorni precedenti, parlando con persone che stimo professionalmente. Ascoltavo ragionamenti che ai miei occhi erano profondamente sbagliati. A tratti mi sembrava scivolassero nel qualunquismo, in un moralismo povero di domande e generoso di sentenze, eppure rimanevo ad ascoltare, la stima mi tratteneva dal liquidare la persona insieme all’argomento. Provavo a capire come fosse arrivata fin lì, quale esperienza rendesse convincente per lei ciò che a me sembrava insostenibile. Mi accorgevo anche dello sforzo necessario per lasciare aperta la possibilità di avere frainteso qualcosa.
Un esercizio che vorrei vedere praticato in Parlamento, pensavo.
Perché ascoltare comporta una fatica precisa, bisogna tollerare che il problema esista prima di decidere come chiamarlo. E ascoltare non significa assolvere. Quando si sta di fronte a una persona e le si dà modo di raccontarsi, quasi sempre emerge qualcuno più grande delle sue idee, una storia, una paura, una tenerezza improvvisa per qualcosa di piccolo. Gaber, in Ritratto dello zio, si avvicina a questa contraddizione. Osserva nella vita familiare un uomo del quale condanna l’adesione al fascismo. L’affetto e la premura che gli riconosce rendono ancora più difficile comprendere le responsabilità della sua storia. La familiarità apre una domanda morale che rimane irrisolta.
Mi interessa quello sforzo, tenere insieme l’uomo che hai davanti e le conseguenze delle idee che sostiene. Riconoscere la sua umanità conservando il giudizio su ciò che può fare agli altri. Per questo bisogna dialogare e, insieme, tenere bene a mente l’orizzonte. Un’idea può trovare un’organizzazione, degli strumenti, un potere disposto a tradurla in atti. Quando legittima la sopraffazione, le conseguenze escono dalla conversazione e arrivano nella vita di qualcuno. Quando una manifestazione lascia dietro di sé una vetrina rotta, quella vetrina offre un’immagine immediata. Ha un indirizzo, un proprietario, un danno da quantificare. È giusto raccontarla e individuare chi ne è responsabile.
Il disagio che ha portato le persone in strada richiede più lavoro. Bisogna ricostruire salari, attese, condizioni di vita, richieste rimaste senza risposta. Bisogna ascoltare discorsi incompleti e talvolta contraddittori. Una vetrina entra intera in un’inquadratura. Le ragioni di una piazza chiedono tempo. È nella distribuzione di quel tempo che riconosciamo una scelta politica ed editoriale. Se tutta l’attenzione si concentra su chi ha commesso violenza, fino a far scomparire gli altri manifestanti e le loro richieste, il pubblico riceve un problema diverso da quello che aveva portato le persone in strada. Gli viene mostrato qualcuno da condannare, gli vengono sottratte le condizioni da comprendere. La storia ci aiuta a riconoscere questi spostamenti, a patto di non usarla come scorciatoia. Occorre studiarla abbastanza da distinguere le epoche e abbastanza seriamente da cogliere i meccanismi che possono ripresentarsi.
Bologna, autunno 1920. Il 25 ottobre una lunga vertenza agricola si conclude con il cosiddetto capitolato rosso, una vittoria per braccianti e contadini. Gli agrari sostengono l’offensiva fascista contro le organizzazioni di quei lavoratori, rifornendo le squadre di armi e di camion, e le sedi delle leghe, delle camere del lavoro e delle cooperative diventano bersagli.
Il 21 novembre, durante l’insediamento della nuova amministrazione socialista al Palazzo, un gruppo di squadristi entra in piazza e comincia a sparare contro l’edificio; i carabinieri all’interno rispondono al fuoco e partono anche delle bombe. La folla resta presa tra due fuochi. Il bilancio, a seconda delle fonti, è di dieci o undici morti e di cinquanta-sessanta feriti. Nell’aula consiliare viene ucciso Giulio Giordani, avvocato e consigliere di minoranza. Ricostruire le singole responsabilità richiede di distinguere episodi e dinamiche: chi sparò a chi, da dove partirono le bombe, chi rispose e perché. È una precisione necessaria proprio quando si vuole capire come la violenza abbia travolto la vita democratica.
Il primo fascismo aveva cercato consensi anche attraverso promesse di rinnovamento sociale. Ciò che ne seguì, lo squadrismo, finì per colpire le organizzazioni con le quali i lavoratori cercavano di migliorare la propria condizione, proteggendo gli interessi di chi aveva motivo di temerne la forza, i grandi proprietari terrieri. È qui che cercherei il tradimento, nella distanza tra il disagio raccolto per conquistare consenso e gli interessi protetti una volta acquisita forza.
Oggi viviamo in un ordinamento diverso, che ci dà strumenti per interrogare, contestare e controllare le istituzioni. Dovremmo usarli anche quando il racconto del conflitto sociale si restringe fino a comprendere soltanto i disordini. Un ragazzo che rompe una vetrina risponde di quel gesto. Chi governa risponde anche delle domande di tutte le persone che quella vetrina non l’hanno toccata. La rabbia del primo, perfino la sua stupidità, possono occupare giorni di discussione. Nel frattempo, da qualche parte, qualcuno continua ad aspettare una risposta.
Mio padre, per esempio, aspettava una visita.
Ad agosto era andato in farmacia a prenotarla. Gli avevano chiesto se il 27 ottobre andasse bene e lui aveva detto di sì. Due mesi dopo si è presentato all’ASL, dove gli hanno spiegato, dispiaciuti, che la visita era sì per il 27 ottobre, ma del 2027, l’anno dopo! Ci sarà da capire dove si sia perso quell’anno, tra la prenotazione e la sua comprensione. Ma sull’attesa c’è poco da interpretare, da agosto a ottobre dell’anno successivo sono circa quattordici mesi.
Accanto a mio padre potremmo mettere un trasportatore. Vorrei conoscere i suoi conti prima di discutere quanto fastidio produca la sua protesta, quanto costa partire, quanto rimane al ritorno, quante ore bisogna aggiungere perché lavorare continui ad avere un senso. Accanto ancora uno studente. Mi immagino la telefonata a casa dopo aver saputo il prezzo di una stanza, riconoscere il momento in cui una propria possibilità diventa una preoccupazione per i genitori e quando la preoccupazione diventa impossibilità.
Li metterei tutti davanti al senatore della mia cena, senza bisogno di renderli migliori di come sono. Potrebbero votare diversamente da me, avere opinioni che considero sbagliate. Il diritto di ricevere una risposta rimarrebbe intatto.
In una società politicamente sana, i compiti dovrebbero essere chiari. Il cittadino affida una responsabilità, il politico la assume. Uno governa, l’altro controlla come viene governato. La fiducia ricevuta alle elezioni permette di esercitare un incarico. Da quel momento comincia il dovere di renderne conto, delle decisioni, delle parole, delle promesse, del denaro impiegato, e quella responsabilità riguarda tutti, compresi quelli che avrebbero preferito qualcun altro. Chi ha votato conserva il proprio giudizio. Può chiedere spiegazioni, contestare una scelta, riconoscere di essersi sbagliato. Proprio la fiducia concessa dovrebbe renderlo particolarmente attento, ti ho creduto, ti ho affidato qualcosa che riguarda anche la mia vita, adesso guardo come lo custodisci! Un operaio sa che qualcuno controllerà il lavoro che gli è stato affidato. Dovrà spiegare come lo ha svolto e rispondere di eventuali errori. Chi esercita un potere pubblico dovrebbe sentire altrettanto il peso di quella verifica, considerate le conseguenze delle proprie decisioni. Per questo il politico deve prestare attenzione quando parla un cittadino. Ascoltare la richiesta, comprenderne le ragioni, dare una risposta che possa essere valutata. Può dissentire, spiegare che una soluzione è impraticabile, assumersi la responsabilità di una scelta impopolare. Rimane tenuto a motivarla. Se invece chi protesta viene trattato come un disturbatore, chi domanda come un ingrato e chi critica come un nemico, il rapporto si capovolge. Il cittadino finisce a giustificarsi davanti a chi dovrebbe rispondere del proprio operato. Nel sogno, quella frase mi sembrava così naturale. «Lui è un mio stipendiato.»
Dentro la battuta c’era il riconoscimento di un incarico.
Esiste una fotografia scattata a Parigi nel 1838, dalla finestra dello studio di Daguerre, sul Boulevard du Temple. A quell’ora la strada era piena di carrozze e di passanti, ma la posa durò alcuni minuti e tutto ciò che si muoveva è stato cancellato. Il boulevard appare deserto. Resta soltanto un uomo, in basso a sinistra, ed è fra le prime persone che una macchina abbia mai registrato. C’è perché è rimasto nello stesso punto fino alla fine dell’esposizione. Forse non per scelta: si stava facendo lucidare gli stivali.
Fuori dal sogno ci sono mio padre, un trasportatore, uno studente. Restano fermi, alcuni per pazienza, molti per necessità, finché la lettura del quadro non li comprende. Il passaggio veloce di ciò che occupa per un giorno le prime pagine, la lunga esposizione lo cancella. Rimane chi ha aspettato.
Il politico stipendiato ha un compito, leggere quell’immagine fino in fondo, e riconoscere in quelle figure non un’ombra sullo sfondo, ma la ragione per cui gli è stato affidato un incarico.
Vorrei che il senatore guardasse quella fotografia abbastanza a lungo da vedere chi c’è. E che noi tenessimo l’otturatore aperto, fino alla risposta.
