di Valentina Mallamaci* – Lo Stato italiano ha, finalmente, trovato i suoi giovani in piazza? No, a fare notizia sono stati solo bombe carta e saccheggi, e per raccontare un’intera generazione è bastato inquadrare una minoranza. Del resto non li ha mai cercati davvero: li avrebbe trovati da anni a chiedere che futuro li aspetta, mentre lavorano gratis “per fare esperienza”. Adesso sono sulla bocca di tutti. Draghi parla di «aspettative bloccate», Mattarella di «meschina sottovalutazione». Diagnosi perfette, arrivate però con almeno quindici anni di ritardo. Saranno indubbiamente molto citate ma i ragazzi resteranno esattamente dove sono.
L’ordine andava ristabilito e chi ha devastato deve risponderne. Ma un nuovo DL sicurezza non ripara i danni subiti da chi di certo non è causa della protesta e non spiega perché tanti ragazzi abbiano sentito il bisogno di scendere in strada. Su questa domanda, l’unica che conti davvero, si preferisce guardare altrove, verso ciò su cui è più facile intervenire per dare l’impressione di aver fatto qualcosa. Le cause richiedono tempo, competenza e ammissioni di responsabilità che nessuno vuole assumersi. E quando il Paese, finalmente, posa lo sguardo sui giovani, lo fa con una coerenza a geometria variabile. Un quattordicenne è troppo piccolo per ascoltare a scuola una lezione di educazione sessuale ma abbastanza adulto per scendere in piazza con cognizione. E a quella consapevolezza, anche quando è allo sbando, io ci credo: per questo nessuna indulgenza per chi ha sbagliato ma una maturità che si allunga e si accorcia a seconda della convenienza non è un criterio. È ideologia che fa cadere nelle contraddizioni, ovvero il modo più rapido per perdere credibilità.
Parlare di giovani, del resto, fa sempre figo e porta consenso facile. Persino chi, in virtù del proprio percorso, farebbe meglio a tacere ne diventa paladino, li esorta a credere nel futuro, a non mollare, a lavorare sodo. Intanto l’ISTAT dice che il 27% dei nati tra il 1980 e il 1994 occupa una posizione lavorativa inferiore a quella dei genitori alla stessa età, e solo uno su quattro ha fatto meglio. Per la prima volta dal dopoguerra l’ascensore sociale si è fermato, inchiodato da investimenti mancati o piegati a favore di chi era già in vantaggio. Molti se ne vanno e, come ha ricordato lo stesso Mattarella, tornerebbero volentieri se qualcuno offrisse loro un percorso di lavoro e di vita in cui realizzarsi! Invece, chi resta spesso vive la mortificazione di fare un lavoro che non c’entra con ciò che ha studiato e che non basta per vivere da solo, senza prospettive e senza alcun riconoscimento perché purtroppo il merito, nel frattempo, è finito nel nome di un ministero senza mai scendere nella realtà. Come ci si può sorprendere così tanto della deriva di disperazione che sta permeando anche i migliori – quelli che stiamo continuando a non vedere perché persino i “maranza” sono più comodi? E mentre si chiede ai ragazzi di costruirsi un futuro con impegno e competenza, si mettono al comando i più brillanti esempi di scalata senza merito. Non serve un sociologo per capire quale lezione arrivi davvero…
A coprire lo scarto ci pensa la narrazione: feste, eventi, dati positivi opportunamente interpretati, la promessa che non stiamo poi così male, basta crederci. Funziona, perché chi è stanco crede volentieri a chi gli dice che va tutto bene. Ma la generazione a cui si raccontano queste favole è la stessa che domani dovrà prendersi cura di chi oggi la ignora. Attenzione, considerarla marginale non è miopia. È cecità!
La precarietà è la malattia di questa generazione. Lavoro, casa, prospettive, tutto è provvisorio e revocabile. In uno stato di ansia strutturale la protesta non è un’anomalia ma una risposta adattiva, e la piazza diventa il luogo in cui finalmente dire la propria verità. Quando quella verità non trova ascolto, la piazza cambia linguaggio. La politica minimizza, i media distorcono, la società stigmatizza, le condizioni materiali peggiorano e la protesta alza il volume per farsi notare. Frustrazione, paura e senso di non avere alternative si sommano, finché la violenza smette di essere un incidente e diventa un messaggio: l’ultimo rimasto quando tutti gli altri canali sono stati chiusi.
Non nasce dal nulla. Nasce da anni di tagli a scuola, sanità e ricerca, mentre per tutt’altro le risorse si trovano sempre. Nasce dall’ipocrisia di pretendere resilienza da chi non riceve alcuno strumento per esercitarla: la resilienza senza investimenti è solo un modo elegante per dire “arrangiatevi”. E nasce da un’educazione che abbiamo progressivamente appaltato a terzi, tra famiglie lasciate sole, piattaforme e algoritmi, come se formare una generazione fosse una faccenda privata. Una comunità che interviene soltanto per condannare, a danno avvenuto e senza chiedersi perché, ha già abdicato a metà della propria funzione.
Quello che abbiamo visto nelle strade, dunque, è prima di tutto un fallimento delle istituzioni!
Ma basta guardare cosa si è colpito per capire che la storia non finisce qui: nelle proteste del passato la vetrina era il simbolo di un consumismo da rifiutare; oggi chi ha saccheggiato vuole entrare a qualunque costo in quel sistema che lo tiene fuori, non lo vuole abbattere per costruirne un altro. Sono ragazzi cresciuti in un mondo dove l’identità passa dall’ostentazione di loghi per ottenere un posizionamento sociale rispettabile, perciò possiamo condannare ma non possiamo cadere dal pero quando la frustrazione generata da questo meccanismo si traduce in violenza.
Detto questo, il fallimento delle istituzioni non autorizza nessuno a fallire a sua volta. Si ha tutto il diritto di rifiutare il mondo che si eredita, ma anche la responsabilità di non renderlo peggiore. La rabbia non è una licenza d’azione e il valore di una causa non ha mai assolto i comportamenti di chi la invoca. Dietro una vetrina rotta ci sono persone che lavorano che magari già non arrivano a fine mese e che ora avranno anche i danni da coprire, danni che con ogni probabilità nessuno risarcirà. Che c’entra questo con il carovita, con le riforme mancate, con le ingiustizie dei potenti? Non si chiede giustizia colpendo chi non ne ha alcuna colpa. Questa è una guerra tra poveri, e le guerre tra poveri le vince sempre qualcun altro. Rubare non è resistenza. Non è Robin Hood. Non c’è nulla di eroico, qualunque bandiera ci si sventoli sopra.
Metterci la faccia per pretendere risposte richiede coraggio e la gran parte dei giovani lo sta facendo. Nascondersi dietro un cappuccio, in mezzo a chi manifesta pacificamente, per fare ciò che da soli non si avrebbe mai il fegato di fare, è l’esatto contrario. È codardia e soprattutto delegittima la parte seria della protesta, invoca repressione invece di soluzioni e spinge chi vorrebbe scendere in piazza in pace a restare a casa per paura di essere confuso con chi devasta. Il risultato è un’autocensura servita su un piatto d’argento a chi vorrebbe le piazze vuote!
E non è tutto… C’è chi sfrutta l’energia di una generazione arrabbiata per il proprio tornaconto, perciò è fondamentale distinguere chi condivide la battaglia da chi vuole soltanto servirsene.
C’è chi, dall’alto della propria appartenenza politica, alimenta l’incendio senza mai proporre nulla. Dire sempre no, trovare sempre la critica, teorizzare i massimi sistemi senza aver mai perso un incasso o saltato una consegna è comodo, non è radicalità. Esasperare chi è già esasperato e istigare chi non lo è ancora non risolve un solo problema; bisogna avere qualcosa di valido da dire oltre il no per costringere chi governa ad ascoltare e confrontarsi nel merito.
Condannare la violenza è facile quando la compie chi detestiamo. Diventa difficile quando la compie chi marcia, almeno in teoria, sotto la nostra stessa bandiera. Chi giustifica tutto ciò che fa la propria parte non difende principi ma un’appartenenza. L’integrità comincia esattamente lì, quando i valori pesano più del bisogno di avere ragione. Chi vuole essere ascoltato impari ad ascoltare, anche chi non la pensa allo stesso modo, senza vivere ogni dissenso come un’offesa. Una società più giusta non si costruisce sostituendo un’intolleranza con un’altra.
La politica, intanto, ha inevitabilmente agito per sbloccare l’emergenza. Ma si è fermata lì, ancora una volta. Ha parlato ai violenti, con il linguaggio delle sanzioni, e non ha speso una parola per la stragrande maggioranza di ragazzi per bene. Anzi, un messaggio di fatto è arrivato: “ancora una volta non siete l’emergenza, la priorità”!
Ancora una volta, chi ha infranto le vetrine ha avuto una risposta. Chi è stato infranto, no.
Allora protestiamo, noi giovani, se lo riteniamo necessario, con civiltà e dignità; non diventiamo indifferenti e non smettiamo di pretendere un mondo diverso. Ma non lasciamo che la sete di giustizia diventi l’alibi per l’ingiustizia di qualcun altro. Non lasciamoci usare e non svendiamo il nostro pensiero per sentirci parte di un gruppo. Difendiamo i nostri principi senza tradirli nel farlo.
Cambiare il mondo non significa soltanto decidere che cosa non vogliamo più. Significa scegliere, ogni giorno, che persone vogliamo diventare.
*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina
