Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sulla condizione economica del personale docente che presta servizio per periodi prolungati lontano dal luogo di residenza. Il tema assume oggi una rilevanza particolare perché alla dinamica delle retribuzioni si sovrappone una nuova fase di crescita dei prezzi, con effetti che possono risultare più gravosi per chi sostiene stabilmente un costo abitativo aggiuntivo connesso alla sede di lavoro.
I dati più recenti dell’Istat indicano che nell’agosto 2026 l’inflazione è salita al 3,3% su base annua, rispetto al 2,9% di luglio, mentre l’inflazione acquisita per l’intero 2026 ha raggiunto il 2,9%. Nello stesso mese i prezzi dei beni energetici hanno registrato una crescita tendenziale del 17,1%. Il quadro conferma che la valutazione delle condizioni economiche del personale non può essere limitata alla variazione nominale degli stipendi.
Anche il confronto con la dinamica retributiva merita attenzione. Secondo l’Istat, nel primo semestre del 2026 la retribuzione contrattuale oraria media dell’intera economia è aumentata del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025 e, a giugno, l’incremento tendenziale nella pubblica amministrazione risultava pari al 2,3%. Si tratta di dati generali, non riferiti specificamente agli insegnanti, ma utili a evidenziare quanto sia necessario distinguere tra incremento nominale della retribuzione e sua capacità di assorbire l’aumento dei prezzi e gli ulteriori costi connessi alla sede di servizio.
Il problema si inserisce, inoltre, in una dinamica di più lungo periodo. L’OCSE rileva che nel 2024 le retribuzioni effettive degli insegnanti italiani della scuola primaria risultavano inferiori del 33% rispetto ai redditi dei lavoratori a tempo pieno, occupati per l’intero anno e con istruzione terziaria, a fronte di una differenza media OCSE del 17%. Il dato riguarda specificamente gli insegnanti della primaria e non può essere esteso indistintamente a tutto il personale docente, ma segnala una distanza retributiva che merita attenzione nell’analisi economica della professione.
Le segnalazioni pervenute al Coordinamento evidenziano, in questo contesto, una condizione ulteriore: per il docente che permane per anni lontano dalla propria residenza, l’alloggio nella sede di servizio e gli spostamenti non rappresentano spese occasionali, ma oneri continuativi che riducono la quota di retribuzione effettivamente disponibile.
Anche i dati territoriali sui consumi mostrano differenze rilevanti. Secondo l’ultima rilevazione Istat disponibile, riferita al 2024, la spesa media mensile delle famiglie era pari a 3.032 euro nel Nord-Est, 2.999 euro nel Centro e 2.973 euro nel Nord-Ovest, contro 2.199 euro nel Sud. Nei comuni centro delle aree metropolitane la spesa media raggiungeva 2.999 euro mensili. Questi valori riguardano le famiglie residenti e non misurano direttamente il costo sostenuto dai docenti fuori sede; proprio questa differenza dimostra la necessità di disporre di una rilevazione specifica.
Il profilo da esaminare non riguarda quindi una differenziazione territoriale degli stipendi, ma l’esistenza di costi ulteriori e persistenti direttamente connessi alla permanenza lavorativa lontano dalla residenza. Nel quadro delineato dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, gli eventuali strumenti di intervento devono essere ricondotti alle rispettive sedi normative e contrattuali, evitando di sovrapporre il trattamento economico della funzione docente agli oneri derivanti da particolari condizioni di servizio.
Una conoscenza più precisa del fenomeno consentirebbe di valutare se la lunga permanenza fuori sede produca effetti economicamente rilevanti anche sulla mobilità e sulla continuità del personale. Tale relazione non deve essere presunta, ma verificata attraverso dati amministrativi sul personale, opportunamente integrati con indicatori ufficiali relativi ai costi abitativi e alle condizioni dei mercati locali.
L’eventuale risposta non dovrebbe necessariamente consistere in una nuova indennità. Potrebbero risultare più efficienti interventi capaci di ridurre direttamente il costo dell’abitazione, attraverso l’utilizzazione, ove giuridicamente ed economicamente conveniente, di patrimonio immobiliare pubblico disponibile, accordi con gli enti territoriali per l’accesso temporaneo ad alloggi a condizioni sostenibili oppure, nella competente sede legislativa, specifici strumenti fiscali riferiti a spese abitative documentate sostenute in ragione della distanza della sede di servizio dalla residenza.
La scelta dovrebbe essere effettuata dopo una comparazione degli effetti attesi. Nei mercati caratterizzati da un’offerta abitativa limitata, infatti, un sostegno esclusivamente monetario può essere parzialmente assorbito dall’aumento dei canoni e risultare meno efficace di un intervento capace di ampliare o rendere accessibile l’offerta.
Qualunque misura comportante nuovi o maggiori oneri dovrebbe essere preceduta dalla determinazione della platea interessata, dalla quantificazione dell’impatto finanziario e dall’individuazione della relativa copertura secondo la disciplina vigente in materia di contabilità e finanza pubblica. Altrettanto necessaria sarebbe una verifica successiva dei risultati, affinché l’impiego delle risorse pubbliche possa essere valutato in termini di efficacia.
In questo quadro assume rilievo anche il CCNL relativo ai principali aspetti del trattamento economico del comparto Istruzione e Ricerca 2025-2027, sottoscritto il 1° luglio 2026, che ha disposto ulteriori incrementi degli stipendi tabellari e della retribuzione professionale docente. Il dato contrattuale deve essere considerato nella sua effettiva portata economica, distinguendo l’adeguamento della retribuzione dagli eventuali strumenti destinati ad affrontare costi ulteriori derivanti dalla permanenza fuori sede.
Alla luce di questi elementi, il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara una proposta precisa: promuovere una ricognizione nazionale sulla condizione economica dei docenti fuori sede di lunga permanenza, utilizzando i dati amministrativi disponibili e indicatori economici ufficiali, al fine di determinare la consistenza della platea e l’incidenza dei costi abitativi e di mobilità sostenuti in ragione della distanza tra residenza e sede di servizio.
L’esito dell’istruttoria potrebbe costituire la base tecnica per il successivo confronto con le rappresentanze sindacali e con le amministrazioni competenti, distinguendo gli interventi riconducibili alla contrattazione da quelli che richiedono una decisione legislativa, fiscale o amministrativa.
La proposta non individua preventivamente un beneficio né ne determina l’importo. Introduce un criterio diverso: prima di impegnare risorse pubbliche occorre misurare il costo che si intende correggere e individuare lo strumento capace di produrre il maggiore effetto con il minore onere compatibile.
Se la lunga permanenza fuori sede determina un costo strutturale rilevante per una parte del personale, tale costo deve entrare nella valutazione economica e organizzativa del sistema scolastico. Se, al contrario, gli strumenti esistenti risultano sufficienti, una ricognizione nazionale consentirà di documentarlo.
È su questa base che il CNDDU invita il Ministro Valditara ad aprire un approfondimento istituzionale: trasformare il costo della permanenza fuori sede da variabile sostenuta individualmente e scarsamente misurata a elemento conoscibile della programmazione del personale.
