Il calcio italiano non è mai stato così ricco. Diritti televisivi, sponsor, procuratori, social network, statistiche, VAR. Ogni domenica si discute di moduli, fuorigioco millimetrici, mercato e ingaggi.
Quasi nessuno parla più della cosa più importante: l’educazione.
Eppure il calcio continua a essere il primo maestro di milioni di bambini. Prima ancora della patente, del lavoro e spesso perfino della scuola, un ragazzo entra in uno spogliatoio. È lì che scopre cosa significhi rispettare una regola, fare un sacrificio, accettare una panchina, perdere senza cercare alibi, vincere senza umiliare l’avversario.
O almeno dovrebbe essere così.
Se il calcio produce grandi campioni ma non riesce a formare grandi uomini, allora ha smarrito la sua missione.
È da questa convinzione che nasce il nuovo appuntamento della rassegna “Uno Sguardo dalla Torre”, in programma giovedì 23 luglio alle ore 19.30 a Torre Sant’Antonio, a Santa Caterina dello Ionio.
Una domanda semplice, quasi disarmante, ma che oggi pesa più di qualsiasi classifica:
Le regole del calcio possono ancora insegnare a vivere?
L’incontro prende spunto dalla riflessione avviata nei giorni scorsi insieme a Massimo Mauro, che ha ricordato come il vero successo nello sport non possa essere separato dalla crescita della persona. Perché il talento può regalare una carriera, ma sono i valori a costruire un’esistenza.
Per questo non sarà la classica serata di ricordi, gol memorabili e aneddoti di spogliatoio.
Sarà un confronto sul ruolo educativo dello sport, sul rapporto tra giovani e allenatori, sul rispetto delle regole, sull’esempio che gli adulti sono chiamati a dare e su ciò che il calcio può ancora rappresentare in una società che sembra aver trasformato tutto in spettacolo.
A portare la loro esperienza saranno Armando Cascione, Antonio Criniti e Maurizio Raise, tre protagonisti di epoche diverse del calcio italiano, ai quali si unirà Raffaele Pilato, consigliere nazionale AIAC. A guidare il confronto sarà il giornalista Massimo Brescia.
Perché forse dovremmo smettere di chiederci quanti campioni riesce a produrre il nostro calcio e ricominciare a domandarci quanti uomini riesce ancora a formare.
Un campione senza valori è soltanto un atleta.
Un uomo con valori resta un esempio anche quando il pubblico smette di applaudirlo.
In Italia si dice spesso che il calcio è lo specchio del Paese. Forse è arrivato il momento di pretendere che torni a esserne anche la coscienza.
